Cap. I VII LEGISLATURA IL TRIENNIO DELLA SOLIDARIETÀ NAZIONALE 1976-1979 2. IL GOVERNO DI UNITÀ NAZIONALE |
le prudenze di Moro Il 18 novembre Aldo Moro interviene al teatro Massimo di Benevento. Una riflessione pubblica che allude a nuovi equilibri fra le forze politiche. Un presente da gestire, traguardando il futuro. Nel suo complesso ragionare il presidente della Dc si rivolge al suo partito e alle altre forze politiche. Tutte chiamate a misurarsi con l’irrequietezza sociale. Polemizza con la fretta di La Malfa, contesta il giudizio troppo liquidatorio dei socialisti sugli anni del centro- sinistra domandandosi se sia opportuno «anticipare così drasticamente il giudizio che la storia esprimerà con ben altro respiro ?». Il centro del discorso riguarda il Pci. Il suo rinnovarsi e il peso che esercita nella società e nel sistema politico. E’ consapevole della necessità di andare oltre il governo di programma ma riconosce con realismo che la Dc non è nelle condizioni di cambiare il quadro politico anche se non deve rinunciare a proseguire nella collaborazione con il Pci e realizzare insieme un’intesa programmatica. Un annuncio di tempi lunghi.
L’«Unità», pur criticando il confine posto dallo statista dc, apprezza il «giudizio non statico dell’accordo di luglio» e l’«analisi seria della questione comunista vista come un problema di rapporti politici con il Pci e anche sotto il profilo della prospettiva socialista di cui il Pci, secondo la visione democratica e pluralista che gli è propria è portatore» L’editoriale che commenta il discorso e sottolinea l’urgenza di un cambiamento ha un titolo chiarissimo Noi siamo pronti.[1] Moro, incontrando La Malfa ai funerali di Giorgio La Pira, il popolare sindaco di Firenze negli anni cinquanta, ci tiene a precisare il senso distensivo e di prospettiva del suo discorso.
Alla data del 22 novembre Andreotti nei «Diari» scrive: «In serata faccio il punto della situazione politica con Moro e Zaccagnini. Sento di tanto in tanto preannunci di temporale, anche se tutti i partiti dicono di non volere la crisi. E’ utile che la Dc accerti senza troppa pubblicità le reali volontà degli altri. Moro dice che non si può chiudere gli occhi, illudendosi con un ripristino del centro-sinistra. Una qualche intesa con i comunisti è necessaria ed occorre parlarne tra di noi, elaborando una strategia. Giusto, ma intanto va valorizzato e messo in pratica l’accordo a 6». Segue registrando le critiche di Moro per l’«ostracismo» nei confronti dei liberali di La Malfa a cui attribuisce la volontà di un bipartito o tripartito con Pci e Psi nella maggioranza, nonché le preoccupazioni per una rischiosa campagna elettorale e l’impatto dei referendum.[2]
Il Pci vuole capire meglio gli orientamenti del presidente della Dc, come intende affrontare la situazione, esporgli le proprie posizioni, strappare nuovi risultati. Ambasciatori Paolo Bufalini e Luciano Barca, il 23 novembre, incontrano Moro nel suo ufficio a via Savoia. Il colloquio dovrebbe essere riservato ma entrambi avvertono che l’intenzione è far filtrare la notizia. Bufalini esita, non è convinto di insistere per l’entrata del Pci nel governo, lo considera un «salto in avanti». Barca, a quanto scrive, va al dunque ed espone il messaggio di Berlinguer: «non siamo più disposti all’appoggio esterno, sia pure nella forma dell’astensione; in tempi brevi vogliamo entrare nella maggioranza e nel governo oppure all’opposizione». Moro illustra le sue riserve. La Dc non è ancora matura per questo passo. S’impegna a sondare gli Stati Uniti per rimuovere diffidenze e contrarietà, «lavorare in pubblico e in privato per creare le condizioni di un incontro e per portare il discorso dell’ingresso dei comunisti al governo dal terreno dei veti ideologici al terreno politico e programmatico ma ciò – afferma – richiederà tempo».[3]
Il 1° dicembre, alla Camera, il Pci e i partiti della «non fiducia» votano una mozione che definisce il Patto Atlantico il «termine fondamentale di riferimento» della politica estera italiana. Per Andreotti una giornata che «resterà nella storia nazionale».[4]
Il 2 dicembre la manifestazione dei metalmeccanici, 35 treni speciali, centinaia di pullman. Più di 200 mila partecipanti, insieme ai lavoratori i movimenti studenteschi, qualche striscione ambientalista. Sfilano sotto Botteghe Oscure.[5] Resterà storica la vignetta di Giorgio Forattini sulla prima pagina di «Repubblica». Berlinguer in poltrona, vestaglia e pantofole, prende il tè, indifferente alle grida che, dai vetri, gli arrivano dalla manifestazione operaia. Si colpisce un nervo scoperto del Pci, il suo rapporto con le lotte. Ne segue una brutta polemica. Politici e intellettuali comunisti contro la satira. Repliche e commenti.[6]
Le aperture di Moro a Benevento, la protesta sociale, l’insofferenza del Pci, spingono l’ambasciatore Gardner a sondare gli umori democristiani. Il 6 dicembre incontra Fanfani. Un colloquio che definirà «inquietante». Il leader democristiano gli riferisce che non sarebbe stato utile alla Dc «se gli Stati Uniti avessero mantenuto una posizione fortemente anticomunista nelle loro dichiarazioni pubbliche. Sembrava condividere l’idea che prima o poi la Dc avrebbe dovuto accettare le richieste del Pci, nonché dei partiti socialisti e repubblicano, per un concreto cambiamento della formula di governo»[7] . Realisticamente anche il leader che ha voluto il referendum sul divorzio e ha tentato per quella via uno scontro frontale col Pci ora ammette la necessità di un confronto. Impossibile non tener conto della sua forza elettorale e della sua influenza nella società.
La manifestazione dei metalmeccanici, le proteste giovanili, impongono al Pci di procedere nel dichiarare superata la fase del governo di programma. La direzione del 7 dicembre avanza la richiesta di un governo d’emergenza in cui rivendica la propria partecipazione per fronteggiare «l’accresciuto scarto fra la gravità della crisi e l’inadeguatezza del governo».[8]
Il 12 dicembre l’ambasciatore Gardner incontra di nuovo Andreotti per informarlo che il governo americano «continuava ad opporsi alla partecipazione del Pci al governo italiano», anzi «avrebbe desiderato che l’influenza esercitata dai comunisti fosse il più limitata possibile» e infine «Se il ruolo del Pci nel governo si fosse estesa, ciò avrebbe certamente avuto un impatto significativo sulle nostre relazioni bilaterali». Nelle sue memorie così riferisce la reazione di Andreotti «fu senza dubbio colto di sorpresa. Mi ringraziò della franchezza, ma disse con altrettanta chiarezza che non poteva essere interamente d’accordo con la mia diagnosi della situazione».[9] Il 16 dicembre l’editoriale di «Repubblica» Perché il Pci deve entrare al governo: «il tempo è maturo per vedere i comunisti al governo insieme alle altre forze democratiche italiane», «nessuno può alla leggera sottovalutare l’atteggiamento di un grande paese alleato ma nessuno può pretendere che l’opinione del Dipartimento di Stato faccia legge a Montecitorio e a Palazzo Chigi». Sulla «Gazzetta del Popolo» il senatore Umberto Agnelli si pronuncia per un congresso straordinario della Dc e, facendo accordi chiari, considera ormai necessario l’accordo col Pci.[10] Piccoli, presidente dei deputati Dc, lancia l’ipotesi di un piano triennale concordato con i partiti della non fiducia.[11] Una via di mezzo fra il governo d’emergenza e lo sviluppo dell’intesa a sei oltre la quale socialdemocratici e liberali non vogliono andare. Interessati alla proposta il Psi e il Pri. Reazioni positive da parte del Pci.[12]
Si sta per chiudere un anno terribile . Attentati, violenza diffusa , crisi economica, malessere sociale. Incombe l’ombra del Partito armato. Il 14 dicembre l’intervista di Ugo Pecchioli, responsabile dei problemi dello Stato del Pci , all’ «Unità» dal significativo titolo Conoscere il terrorismo per sconfiggerlo.[13]
Attivissimo l’ambasciatore americano il 21 dicembre incontra uno dopo l’altro Craxi, La Malfa e Moro. Colloqui ampiamente resocontati nel suo diario.[14] Intanto Craxi avvia che definisce un’«offensiva di persuasione» nei confronti della Dc. L «’Avanti !»: «Dobbiamo dar atto alla Dc di giungere a piccoli passi ad una analisi non molto dissimile dalla nostra, pur compiendo essa, a nostro giudizio, passi troppo lenti e troppo piccoli per i tempi che precipitano». Sottolinea «l’esclusione da parte dei maggiori esponenti della Dc, da Moro a Zaccagnini, da Fanfani a Piccoli a Forlani» di qualunque ipotesi di elezioni anticipate. E infine «nessuna trattativa è mai veramente tale quando si svolge con la pistola sul tavolo. Adesso le armi sono riposte nel cassetto e il discorso si è fatto più civile e costruttivo».[15] Il 22 dicembre la direzione comunista esamina la situazione.
La Federazione sindacale unitaria in vista del vertice col governo apre la due giorni di colloqui con le segreterie dei sei partiti dell’astensione. Il documento presentato ai sindacati pone tre obiettivi: contenimento del deficit pubblico a 24 mila miliardi, con un taglio della spesa di circa 5000 miliardi, il rilancio degli investimenti, finanziati con l’inasprimento tariffario, il sostegno all’occupazione. Si avverte che lo scontro sta diventando politico. Rinaldo Scheda, della segreteria Cgil, su «Rinascita» chiede un governo d’emergenza. Le cronache politiche dei quotidiani scrivono di un asse Cgil- Pci, e di un’ offensiva comunista in tal senso.[16]
Il 26 dicembre Andreotti incontra Moro: «Parliamo a lungo. Moro teme che vi siano forti pressioni sul Pci perché non proceda sulla via dell’autonomia dai condizionamenti internazionali. Dice che gli americani non hanno capito che questa è la vera via verso l’equilibrio europeo e che non si tratta di pressapochismi e di pasticci. Si è incontrato anche con Gardner».[17] Napolitano sulla «Stampa» sollecita una Crisi guidata per un governo che imponga sacrifici a tutti .[18]
Il Psi è cauto. Signorile al Gr1 si pronuncia contro le elezioni anticipate e invita il Pci, ove la Dc non sia disponibile a un governo d’emergenza, a farsi carico di comportamenti tesi a evitare lo scioglimento anticipato della legislatura. L’editoriale dell’«Avanti!» del 30 dicembre chiede ai due principali partiti garanzie sulla loro volontà di «non voler né determinare indirettamente le condizioni, né di operare direttamente per giungere alle elezioni anticipate». All’interno del Pri Bucalossi attacca La Malfa per la sua disponibilità verso il Pci. Il segretario del Psdi Pier Luigi Romita: «non serve un Pci al governo».[19] Polemiche dure in casa dc. Non convince i partiti della non sfiducia la conferenza stampa in Tv di Andreotti di fine anno. Fanno eccezione i commenti del «Popolo» e dell’«Osservatore Romano». Per il socialista Mancini: «Al presidente del consiglio è mancata la consapevolezza della gravità della crisi, forse anche perché questa consapevolezza ancora manca ai vertici della Dc». In questo modo – prosegue -«il buio aumenta».
Vertici su vertici
Via Acca Larentia, quartiere Tuscolano a Roma, ore 18,30 del 7 gennaio. Attivisti del Fronte della gioventù escono dalla sezione del Msi per distribuire volantini per pubblicizzare il concerto di gruppo di musica alternativa di destra. Scatta l’agguato. Sono raggiunti da colpi di arma da fuoco sparati da un commando di cinque o sei persone. Colpito a morte il ventenne Franco Bigonzetti, studente di medicina. Alcuni riescono a rientrare nella sede. Il diciottenne Francesco Ciavatta, ferito, tenta la fuga. E’ inseguito, colpito alla schiena muore in ambulanza mentre è trasportato in ospedale. Accorrono sul posto dell’agguato Giorgio Almirante e Gianfranco Fini segretario nazionale del Fronte della Gioventù. La protesa missina si trasforma in tafferugli che coinvolgono il quartiere e scontri con le forze dell’ordine. Un ufficiale dei carabinieri spara ad altezza d’uomo, il colpo raggiunge Stefano Recchioni che morirà dopo due giorni di agonia. Due giorni dopo la rivendicazione da parte dei Nuclei armati di contropotere territoriale. Una sigla mai comparsa fino ad allora. Giorgio Galli nel suo «Piombo rosso» avanza il dubbio di un agguato commissionato da elementi estranei al terrorismo al fine di dare credito alla antica tesi degli opposti estremismi.
Prima dell’incontro collegiale , il 3 gennaio la riunione del Pci con il Psi . Due vertici paralleli uno sulle questioni economiche, l’altro fra i segretari sui temi politici. Convergenti i pronunciamenti ufficiali. Craxi « Noi siamo convinti che un Paese in crisi si governi con il più ampio consenso». Alla domanda su un governo d’emergenza risponde « C’è una disponibilità delle forze della sinistra a concorrere alla soluzione della crisi e dei suoi molteplici aspetti» . Insiste sulle modifiche del quadro politico. Berlinguer : «c’è identità di vedute fra i due partiti».
I sindacati inviano una lettera ad Andreotti in cui sollecitano una svolta . Ad eccezione dei liberali e della Dc per gli altri partiti della solidarietà non può esistere un programma economico rigoroso senza un mutamento del quadro politico. Il presidente americano Carter da Parigi manda il suo messaggio ai governati italiani :« E’ proprio quando la democrazia deve affrontare sfide difficili che i suoi leader devono dimostrare fermezza per resistere alla tentazione di trovare soluzioni in forze non democratiche». Scrive Gardner : «Gli assistenti di Carter si fecero scrupolo di informare i rappresentanti della stampa italiana dell’applicabilità di questa dichiarazione all’Italia». Ma aggiunge che essendo la frase contenuta in discorso pronunciato in una capitale straniera e non avendo avuto al dovuta attenzione occorre « qualcosa di ancora più esplicito e di maggior effetto». Alacremente si mette al lavoro per ottenere quanto auspicato.[20]
Il 4 gennaio il vertice voluto da Andreotti. La mattina sul «Popolo» l’editoriale commenta criticamente gli interventi di Luigi Longo sul «Corriere della sera» e su «l’ Unità» , mentre per il vicesegretario Giovanni Galloni, tema che riprenderà in un’ intervista a «Panorama» , nell’anno che si apre «dovrà essere sciolto il nodo costituito dalla questione comunista». [21] Ormai , esclusa la Dc e il Pli, i partiti sono per la crisi. Andreotti vuole una sfiducia in Parlamento. Il «Popolo» lascia intendere che si sta lavorando per sbocchi positivi. Ma nella Dc sta crescendo l’ostilità verso ogni passo in avanti nel rapporto con il Pci . Contro questa prospettiva Rossi di Montelera, a nome del gruppo dei cento, raccoglie le firme dei deputati. Donat Cattin intervistato da «Repubblica» tratteggia scenari apocalittici nell’eventualità di una partecipazione del Pci al governo. Pesano le reazioni negative degli alleati internazionali, i ripetuti crolli della moneta, l’acuirsi dei conflitti e delle tensioni sociali.
Dal 23 novembre si lavora all’incontro Moro- Berlinguer . Una lunga preparazione. Molti i rinvii , in gran parte dovuti alla preoccupazione di Moro di non scavalcare Andreotti. Finalmente il 5 gennaio il colloquio fra i due leader a casa del prefetto Tullio Ancora . Nelle «cronache» scritte da Barca un’ampia testimonianza. Berlinguer illustra meticolosamente le ragioni che portano il Pci a chiedere di entrare nel governo. Moro mostra di comprenderle ma chiede di rinviare di qualche mese un passaggio che trova ancora molti ostacoli nella Dc e nel contesto internazionale.[22] Il 6 gennaio, ormai festa abolita, l’«Unità» esce con un titolo aggressivo : Governo inesistente. La Malfa propone un patto sociale fra partiti sindacati e Confindustria per uscire dalla grave situazione economica. I partiti dell’astensione insistono sulla crisi.
Preoccupatissimo Gardner , il 5 gennaio, invia un telegramma urgente a Cyrus Vance e Zbiniew Brzezinski , consigliere di Carter per la sicurezza nazionale, per segnalare le dichiarazioni di Fanfani e Forlani e conclude « la crisi attuale sta rapidamente raggiungendo il culmine, consiglio vivamente che il Presidente rilasci un’adeguata dichiarazione non appena rientrato a Washington». Il 6 la direzione del Pri si pronuncia per un «patto sociale». Il «Corriere» riporta una brusca dichiarazione di Donat Cattin «Piuttosto elezioni anticipate che il Pci al governo». Iniziano le manifestazioni del comitato per gli 8 referendum. Il «Quotidiano dei lavoratori» attacca la politica del Pci, del Psi e dei sindacati. Il «New York Times» insiste nel rappresentare i timori e gli allarmi del governo americano per la «spinta dei comunisti al potere».[23]
La proposta della Cgil , sulla quale insiste molto la Flm, di proclamare lo sciopero non trova l’accordo della Cisl e dell’Uil. Nel sindacato il dibattito è sempre più difficile fra chi spinge per una mobilitazione dei lavoratori e chi, nei fatti, vorrebbe il sindacato trasformarsi nel settimo partito dell’astensione.
Il terrorismo colpisce in fabbrica. A Cassino, il 4 gennaio , un commando del gruppo «Operai armati per il comunismo» uccide Carmine De Rosa , capo servizi di sicurezza Fiat, maggiore dei carabinieri in congedo [24] e ferisce Giuseppe Porta, ufficiale dei carabinieri in congedo e responsabile dei servizi di sorveglianza del centro-sud della Fiat. Bombe molotov alla sede del «Corriere» di Roma. Sempre più alte le probabilità di elezioni anticipate.
La Crisi
Alla data del 9 gennaio Andreotti scrive : « Riunione a studio mio con Moro e Zaccagnini (17,30- 18,45), allargata poi fino alle 21,15 con Galloni, Gaspari , Piccoli , Bartolomei e Bodrato. Moro sente che è difficile evitare la crisi, ma non dobbiamo essere noi a provocarla: sboccherà o nell’allargamento della maggioranza o nelle elezioni alle quali seguirebbe l’acceleramento del “moto comunista”. Ha coscienza che nella Dc vi è grande resistenza a qualsiasi mossa in avanti per il timore degli sviluppi successivi. Piccoli sostiene che otto deputati su dieci sono contro i comunisti nella maggioranza . Bartolomei è per l’abolizione del semestre bianco (ma dobbiamo stare attenti ad evitare una interpretazione anti- Leone. Bodrato è per approfondire l’idea di patto sociale di La Malfa».[25] Una ricostruzione che dà il quadro della complessità del dibattito interno alla Dc.
Gadner si reca a Washington e, con il sostegno di Brzezinski, riesce ad ottenere una dichiarazione ufficiale del Dipartimento di Stato : I leaders dell’amministrazione hanno ripetutamente espresso la nostra posizione sulla questione della partecipazione comunista nei governi dei paesi dell’Europa occidentale. Questa posizione è molto netta:non accogliamo con favore tale posizione e anzi, vorremmo che l’influenza dei comunisti diminuisse». Insorge l’«Unità»: Pesante interferenza degli Usa nella crisi politica italiana.[26] Andreotti considera la presa di posizione «inutile ed inopportuna (…) un errore e anche un sintomo di interferente ineleganza». Prosegue constatando che «L’atteggiamento del governo americano nei riguardi dei partiti comunisti dell’Europa occidentale, compreso quello italiano, non è cambiato in alcun modo». Ai partiti demo carici si chiede, anche senza i comunisti, uno sforzo per soddisfare «le aspirazioni popolari con un governo efficiente, giusto e aperto alle istanze sociali».[27]
Non fa passi in avanti la trattativa programmatica. Prende consistenza l’idea di una crisi guidata. Lo conferma Manca all’indomani della segreteria del Psi dell’ 8 gennaio. La Malfa, intervistato dalla «Stampa», insiste governo d’emergenza , un patto sociale su spesa pubblica e salari con l’impegno di partiti, sindacati e imprenditori.[28] L’11 gennaio la direzione dc. Aggressiva la destra : De Carolis e Rossi di Montelera minacciano «marce» e «proteste» contro Piazza del Gesù . I dorotei con Colombo occhieggiano al Psi per una riproposizione del vecchio centro-sinistra. Zaccagnini nella relazione e nelle conclusioni si attesta su un rilancio dell’accordo a sei[29]. Alla fine un sofferto voto unitario. Scrive il Popolo : « Coloro che si attendevano clamorose rotture e divaricazioni che una stampa , non sempre serena, veniva preconizzando, o coloro che, troppo precipitosamente, hanno sentenziato di cedimenti e di “bandiere bianche” sono rimasti delusi». I gruppi confermano la linea del confronto Oltre 90 interventi, due giorni di discussione, 12-13 gennaio . Zaccagnini parlando a Parma in occasione della celebrazione del trentennale della fondazione dell’Associazione partigiani cattolici insiste : occorre superare la crisi rafforzando e ampliando le intese sul programma. [30]
Moro predispone un articolo per il «Giorno» in cui rivendica la libertà di manovra politica nei confronti degli Usa e dell’Urss : «A noi tocca decidere, sulla base della nostra conoscenza; ma con grande equilibrio e senso di responsabilità» . Decide , poi ,di non farlo pubblicare. Il paese ne verrà a conoscenza solo quattro giorni prima del voto del 1979 quando comparirà il 29 maggio sulla prima pagina dell’«Unità» a cui è pervenuto anonimo. Forse Moro preferisce non acutizzare la polemica , oppure è tranquillizzato dai chiarimenti offerti da Gardner e dai messaggi contraddittori che provengono dagli Usa[31] . inserire qui il rimando
Il 16 gennaio 1978 nella riunione del Consiglio dei ministri Andreotti si dimette. E’ la prima crisi della Legislatura apertasi il 20 giugno. Il 17 iniziano le consultazioni. Il «Popolo» scrive di «margini sufficienti alla trattativa», esalta il lavoro dei diciotto mesi di attività del monocolore dc[32] . Scettico il settimanale la «Discussione» che invoca l’unità della Dc per «far fronte ad una crisi oscura voluta dal Pci».
Il sindacato decide il rinvio dello sciopero previsto per il 18 gennaio. Lama su «Rassegna sindacale» mette in guardia da ogni illusione : la crisi che ha investito il paese non può essere risolta con « misure congiunturali e in breve (…) Occorrono rimedi profondi, strutturali e tempi lunghi;occorrono alcuni anni per raddrizzare l’economia e per dar luogo a uno sviluppo equilibrato e serio delle risorse e dell’occupazione ». Una consapevolezza che lo porta a chiedere unità di classe, spirito di solidarietà , la messa al bando di ogni concorrenza fra organizzazioni sindacali e una nuova unità . Battersi per una inversione della politica economica disposti a sacrifici « che non si fanno per nulla e che vengono distribuiti secondo le possibilità dei vari ceti sociali ».[33] Rispetto alla soluzione della crisi politica spinge per « un nuovo programma e un nuovo quadro politico».
Incertezza e incognite . Il tema è chiaro: aprire al Pci ma in quale forma? A questa domanda la Dc risponde in modi diversificati. Per Donat Cattin , i moderati, la destra tecnocratica nessuna apertura , già ci si è spinti troppo oltre. Procedere ulteriormente significherebbe tradire il mandato elettorale del 20 giugno , un voto – ritengono - dato alla Dc in netta contrapposizione al Pci. Su una posizione intermedia si collocano Forlani e Piccoli, il primo punta a rilanciare il quadro politico esistente integrando e perfezionando gli accordi di luglio, il secondo cerca un punto d’equilibrio nel piano triennale. Zaccagnini è deciso sulla necessità di un «passo avanti». Infine , elemento di novità, Fanfani che di fronte a una crisi , che considera un punto di rottura tale da compromettere la tenuta delle istituzioni e il ruolo stesso della Dc, e al ricorso anticipato alle urne preferisce il rischio della collaborazione con i comunisti . Moro è la grande incognita. Si è incontrato con Fanfani e fra i due , a differenza del passato , si è registrata un ampia sintonia.
La crisi blocca l’attività del Parlamento. Debbono essere convertiti 16 decreti, dieci alla Camera, quattro al Senato e due appena emanati nel consiglio dei ministri. Entro il 30 aprile la scadenza del Bilancio dello Stato.
L’Assemblea dell’Eur
Carniti introducendo i lavori del comitato direttivo Cgil –Csil-Uil del 13-14 gennaio afferma che sacrifici e contropartite non debbono essere finalizzati al mutamento degli equilibri politici esistente piuttosto «la vera contropartita è un nuovo modo di governare , inteso come sviluppo ulteriore della democrazia , come diversa articolazione del potere nella società».[34] Dunque: riforme politiche. Il documento conclusivo lancia una piano di assemblee con sciopero di due ore nei luoghi di lavoro, e l’Assemblea nazionale dei delegati da tenersi il 15 febbraio. La piattaforma è approvata con 170 voti a favore e solo 4 astensioni. Conclusioni che «Lotta continua» commenta titolando Il sindacato vota la sua uscita di scena. Per «Il Quotidiano dei lavoratori» la relazione di Carniti è l’annuncio di un «patto sociale» e di una tregua. Duro con le scelte sindacali Vittorio Foa che scrive : «Si dice che gli impegni che sta assumendo di rinunciare a una politica sindacale e di accettare la mobilità padronale, che vuol dire licenziamenti, sono assunti per disarmare le intenzioni capitalistiche e governative di introdurre limiti esterni all’autonomia del sindacato(…) ma il sindacato con queste proposte disarma i lavoratori, li demoralizza e lascia spazio alla politica dei redditi che conta veramente, quella praticata dallo Stato e dai padroni, la deflazione che crea disoccupazione e il ritorno ai licenziamenti». Foa attacca direttamente il Pci che anziché «utilizzare fino in fondo la spinta e il disagio delle masse» riduce «ogni giorno di più la sua forza contrattuale verso la Dc facendo una concessione dopo l’altra, appiattendo la propria linea» e «rinunciando ad ogni possibile alternativa». Rossana Rossanda :« la nostra divisione dal Pci si approfondisce sulla sua rinuncia a lavorare in direzione di una alternativa nella definizione di un programma su cui affrontare le questioni di questa fase politica e privilegia la mediazione politica istituzionale». Divisa, frammentata al suo interno, l’altra sinistra , sia pure con una varietà d’accenti, è unita nella critica al Pci. Spinge verso lo sciopero generale.
Nelle assemblee sindacali molto si discute di mobilità e politica salariale. La linea dei vertici sindacali , tutta interna alle compatibilità economiche, si misura con le obiezioni e riserve dei lavoratori. Il consiglione della Fiat si riunisce il 19 gennaio. Sono presenti Garavini, Ravenna e Carniti. La piattaforma è sottoposta a dure critiche, si contesta il rinvio e la scelta delle due ore invece che lo sciopero generale. Serpeggia malcontento e frustrazione. «Perplessità e dissenso» su costo del lavoro e mobilità.[35]
Un colpo «duro e inatteso a tutta l’azione di Berlinguer volta a portare il Pci al governo per fronteggiare l’emergenza e creare le premesse di una futura alternanza» così Barca commenta l’intervista di Lama a «Repubblica» che appare il 24 gennaio. Il segretario della Cgil propone tre anni di tregua nelle rivendicazioni salariali, la revisione della Cassa integrazione, e persino il diritto di licenziare i lavoratori in esubero « rispetto alle necessità delle fabbriche» . Espone l’idea che il salario non è una variabile indipendente. Una revisione della politica dell’ultimo decennio.[36] Lama parla apertamente dello scontro interno al sindacato e anche della consapevolezza che la linea che propone incontrerà ostacoli e resistenze fra i lavoratori.
Il 14 febbraio 1978 si apre l’ Assemblea generale dei consigli generali e dei delegati Cgil-Csil- Uil. I giornali l’hanno ribattezzata l’ « Eur numero 2» . Per i settecento delegati una riflessione impegnativa sulla strategia adottata nei confronti del governo e del padronato, sulla difficile unità sindacale, sul riflusso che vede diminuire il numero di iscritti in molte realtà industriali. E’ trascorso un anno dalla prima svolta dell’Eur quando il movimento sindacale accettò la politica dei sacrifici per destinare parte del reddito per nuovi investimenti. Nel quadro della solidarietà nazionale accettò, non senza contrasti, la moderazione salariale e la politica dei due tempi. Relaziona , a nome dei tre direttivi , Luigi Macario segretario della Csil . L’impianto generale dell’intervento segue le linee dell’intervista di Lama . Sgombra il campo dall’idea del «patto» ma resta ferma l’interlocuzione fra governo e sindacato, come strumento decisivo per una inversione di tendenza. Sacrifici proporzionali così Lama nell’editoriale di «Rassegna sindacale » che diffonde l’inserto sui lavori dell’’assemblea. [37] La mozione conclusiva chiede una rapida soluzione della crisi di governo che «non si affidi ad intese confuse e quindi fragili negli obiettivi» e che venga « scongiurato» il rischio di elezioni anticipate. Annuncia la convocazione di un convegno sulla riforma del salario e del costo del lavoro per definire una piattaforma dell’intero movimento sindacale. E’ la svolta dell’Eur. Lama chiede ai lavoratori una politica di sacrifici per sanare l’economia italiana. Rivede la posizione del sindacato sul salario come variabile indipendente. Riconosce la necessità di una politica di moderazione salariale e di fatto l’accettazione della politica dei due tempi. La mozione conclusiva, oltre a pronunciarsi sulla mobilitazione per chiudere le vertenze aperte, annuncia un convegno per definire una autonoma posizione su riforma del salario e costo del lavoro. Riconfermato il valore dell ’unità sindacale e di un suo rilancio si avverte tuttavia che il processo procede fra divergenze e contrasti . Spinte e controspinte che in buona sostanza ruotano , ancora una volta, attorno al nodo dell’identità e della funzione del sindacato. [38]
Il Pci in quegli stessi giorni sta preparando la conferenza nazionale operaia. Avverte il disagio del mondo del lavoro, l’aggravarsi del rapporto base –vertici sindacali, la difficoltà di far comprendere «la linea dell’austerità, cioè lo stretto collegamento che esiste tra austerità – risanamento- rinnovamento del paese»[39] . Sente venir meno il consenso alla propria linea mentre si fanno strada frammentazione delle lotte e corporativismi.
Ancora un assassinio. La mattina del 14 febbraio, a Roma, le Br uccidono a colpi di mitra il magistrato Riccardo Palma dirigente dell’ufficio della Direzione Generale degli Istituti di Prevenzione e Pena che si occupa di edilizia penitenziaria . [40]
Dalle astensioni alle adesioni
Andreotti , il 15 marzo invia ai sei partiti dell’intesa le 46 cartelle della bozza politico-programmatica. Il documento prevede , a differenza del 1976, la discussione sul programma prima della formazione del governo, la consultazione del presidente per le nomine dei ministri, la richiesta esplicita di fiducia da parte dei partiti che hanno concordato il programma, ai gruppi parlamentari spetta il compito di far avanzare l’attuazione del programma. Sul piano dei contenuti si sofferma sul nodo referendum. Via libera a quello sul finanziamento ai partiti. Impegno a modificare la legge Reale e le norme sui ricoveri manicomiali. Restano le incertezze sulla riforma della polizia [41]
La mattina del 16 febbraio la direzione comunista esprime un giudizio «nettamente critico » sulla bozza. Chiaromonte dichiara: « colpiscono la mancanza di respiro politico e la scarsa consapevolezza della situazione del paese». Denuncia ambiguità e reticenze sul piano politico: «non si dà una risposta alla richiesta di un patto di emergenza tra le forze democratiche e di una chiara maggioranza parlamentare».[42] In serata l’incontro fra le delegazioni del Pci e del Psi. Ai giornalisti Berlinguer riferisce di una concordanza critica fra i due partiti .[43] Il 16 è anche il giorno dell’incontro Moro- Berlinguer a casa di Tullio Ancora. Così Luciano Barca sintetizza l’intesa : «governare insieme per un certo determinato periodo è un passaggio necessario per riconoscersi reciprocamente dopo la ferita del 1947 e la preclusione ideologica , come forze democratiche che potranno normalmente contrastarsi, alternarsi, allearsi, separarsi su basi politiche e non ideologiche, in nome di progetti alternativi o convergenti ».[44] E’ il passaggio dalle astensioni alle adesioni.
Il 17 febbraio si svolge la riunione plenaria dei partiti della non fiducia . Prosegue il giorno dopo. Andreotti riassume : «I punti non sono distanti. Nota ottimistica di La Malfa che parla di approdo».[45] La discussione programmatica continua. . Moro sul «Giorno» del 22 febbraio osserva che ogni avvicinamento tra forze politiche diverse crea un inevitabile travaglio. Così è stato per il centro-sinistra così è ora per il Pci, il quale «senza esasperare le cose, si può dire che non ignora gravi perplessità , ed è aperto alla discussione». Per Moro la Dc è il partito più esposto in quanto «lascia una parte di potere ed un certo modo di gestione» e deve agire « in circostanze straordinariamente difficili, in una situazione che è mutata, anche se ci si ostina ad ignorarlo o almeno a sottovalutarlo» . Contrario alle elezioni anticipate si dice deciso ad attuare «in sede parlamentare una dignitosa composizione della crisi senza sacrificio della identità dei partiti e in modo tutto particolare del nostro, al quale è nostro dovere pensare in prima linea». Moro si rivolge agli elettori democristiani e li invita ad avere fiducia nel partito: «Il grande dibattito di questi giorni è esso stesso segno di questa vitalità e dimostra che non siamo disposti ad abdicare né sulle formule né sulle cose».[46]
Il corrispondente da New York della «Stampa» Furio Colombo pubblica ampli stralci del documento sulla situazione dei partiti comunisti in Europa preparato dal sottosegretariato per gli Affari europei presieduto da Joseph Biden. Secondo quanto si legge la posizione si è fatta più prudente del passato.[47] La crisi si sta protraendo da troppo tempo , il Pci chiede una riunione conclusiva ad Andreotti. Il Psi sull’«Avanti!» fa capire che Andreotti potrebbe anche lasciare : la crisi « sta assumendo una brutta piega».
Nel pomeriggio del 27 febbraio inizia la riunione dei gruppi parlamentari della Dc. Il gruppo dei cento dà battaglia. Tre giorni di discussione. Tre i relatori : Bartolomei , capogruppo al Senato, il vicesegretario Galloni e Andreotti. Bartolomei apre i lavori citando gli ammonimenti di Carter e dei vari leader europei ed evoca il rischio in cui si troverebbe l’Italia per l’ingresso dei comunisti nell’area di governo. Tre documenti a confronto.[48] Il 28 l’intervento di Moro. E’ netto nel contrastare il gruppo dei cento. Bisognava decidere di non dialogare col Pci dopo il 20 giugno, ora l’unica via è il confronto «l’unica praticabile : l’interrogativo da porsi è che cosa si debba fare per superare la crisi, senza creare traumi drammatici per il Paese e senza venir meno alle nostre idealità e ai nostri impegni» . « Ma immaginate voi, cari amici, che cosa accadrebbe in Italia , in questo momento storico, se fosse condotta fino in fondo la logica dell’opposizione , da chiunque essa fosse condotta, da noi o da altri; se questo paese, dalla passionalità continua e dalle strutture fragili fosse messo ogni giorno alla prova di una opposizione condotta fino in fondo? ».[49]Per Moro la questione di fondo resta l’unità del partito, solo così sarà possibile per la Dc guardare al futuro. Questo il presupposto del suo prendere tempo, chiedere pazienza al Pci . Ma anche la ferma volontà di garantire al suo partito la supremazia nel sistema politico . Aprirsi al Pci per Moro non può significare il ridimensionamento del suo partito. Due grandi soggetti politici , dialoganti ma in competizione fra loro.
Sul «Giorno» del 3 marzo , il leader democristiano scrive che fra i partiti è in corso « un lungo sforzo di composizione» , non si tratta di «alchimie, di cortine fumogene, ma di una seria ponderazione degli elementi in gioco, di una ricerca di compatibilità, di una valorizzazione dell’unità nella diversità». Insiste sulla difficoltà della situazione da affrontare con « rapporti non consueti» e perciò « difficili da immaginare, costruire e fare accettare». Tutto ciò deve portare a chiedere al Paese «pur giustamente inquieto» di « comprendere un lavoro che pare fatto di nulla, di giustificare un certo ritmo» , di avere fiducia nello sforzo che si sta facendo per affrontare i problemi «con una anche un po’ sofisticata elaborazione politica».[50]
La situazione sembra sbloccarsi nel vertice del Il 4 marzo . Il giorno dopo l’«Unità» titola Positiva la riunione al vertice. La nuova riunione di maggioranza del 5 , assenti i liberali , esamina la legge Reale e le eventuali iniziative per bloccare il referendum. Per il quotidiano comunista si è raggiunta l’intesa, eliminati i vecchi confini .[51] Indro Montanelli sul «Giornale» presenta con grande enfasi la scelta liberale di non partecipare al vertice avendo riscontrato nel programma «l’eterogeneità e le contraddizioni della formula politica». L’ 8 si approvano definitivamente le linee programmatiche. Un Passo avanti commenta Reichlin, che ha sostituito Macaluso alla guida dell’«Unità». E’ definitivamente tramontata l’ipotesi Dc- Pri-Psdi. Si procede verso il governo di programma. Sul «Popolo» Paolo Cabras dà atto al Pci di « non aver “temuto” in questa circostanza il rischio dell’impopolarità e non ha pagato pedaggi alla demagogia ».[52] Ma nella Dc non mancano le voci preoccupate . Se ne fanno interpreti Bartolomei sul settimanale« Gente» , Donat Cattin che su «Panorama» invita la Dc a tornare a « essere un partito cristiano sociale e della promozione delle classi subalterne senza, però , l’egemonia di qualcun una di esse sulle altre. Tutti sullo stesso piano» . Nessun cedimento nei confronti del Pci, precisa sul quotidiano dc , Corrado Belci piuttosto un «Intesa necessaria».[53]
Il 9 marzo tutti i quotidiani danno per risolta la crisi che si trascina da due mesi. Sulla «Stampa» l’editoriale di Aldo Rizzo definisce di « significato storico» il passaggio dalle astensioni alle adesioni : «Per la prima volta dopo il 1947 , il partito comunista torna a far parte di una maggioranza di governo».[54] Zaccagnini , meno trionfalista, scrive sulla «Discussione» : « Il patto di maggioranza che trasforma temporaneamente le astensioni in adesioni rappresenta un momento di tregua indispensabile oggi per consentire domani la ripresa della dialettica fra le diverse forze politiche e tra governo e opposizione ». La direzione dc il 10 marzo approva l’intesa. [55]
Il passo ulteriore è la compilazione della lista dei ministri. Nella compagine governativa dovrebbero figurare tecnici graditi al Pci, uno dei presupposti dell’accordo . La mattina dell’11 marzo Andreotti incontra il Pri e il Psdi il cui segretario Romita ai giornalisti afferma : «Noi abbiamo confermato la nostra opposizione alla presenza di tecnici nel governo che alterino la natura del governo stesso. Se si fosse voluto scegliere un’altra strada saremmo stati favorevoli. Ma alterare la struttura del monocolore per formare un monocolore da “compromesso storico” , questo no». Alle ore 17 Andreotti riferisce a Pertini che ha raggiunto l’accordo, nella Dc ancora si discute sugli incarichi, solo alle 21 presenta la lista dei ministri.Eloquente la divisione sulla base delle correnti : 13 dorotei, 7 fanfaniani-forlaniani, 6 morotei, 6 forzanovisti, 4 basisti, 4 andreottiani, 3 il gruppo Rumor – Gullotti, uno a Colombo. Per «la Repubblica» : Il ministero delle anime morte, così titola l’editoriale del 12 marzo.[56]
Scriverà Chiaromonte : «Una lista desolante. Pochissimi cambiamenti, e di non grande peso politico. Alcuni trasferimenti da un ministero all’altro,peraltro incomprensibili nelle loro motivazioni. La maggioranza dei ministri confermata: anche quelli, come Donat Cattin e Bisaglia, ostili e combattivamente alla politica di solidarietà democratica. Nessun tecnico indipendente al di fuori di Ossola, che faceva già parte del precedente governo. A molti sembrò una sfida ai comunisti e alla nuova maggioranza».[57]
Tutto cambia . Una doccia fredda per il partito di Berlinguer. Spiazzato il commento di Natta che appare domenica 12 marzo , l’edizione dell’ «Unità» è stata chiusa alle ore 17 del sabato prima che si conoscesse la lista dei ministri . Il capogruppo alla Camera insiste sugli elementi programmatici e sul mutamento rappresentato dalla partecipazione del Pci alla maggioranza : programma economico, difesa dell'ordine, scuola, referendum, politica estera . Nel passaggio in cui ripropone la questione del tipo di esecutivo e della richiesta avanzata della presenza di personalità indipendenti sembra scontato un risultato positivo . [58] Non è così Per la scelta dei ministri sgomento nel Pci così Giorgio Rossi su «Repubblica» sintetizza lo stato d’animo del gruppo dirigente del partito [59] . Altro che «maggiori possibilità di rinnovamento», come aveva commentato Natta, quella che si profila è una sconfitta. Disorientati i militanti delle sezioni . Aggiustano il tiro gli editoriali critici dei giorni successivi.[60] Insufficienti , tuttavia, a convincere il voto a favore del nuovo esecutivo. Il gruppo comunista alla Camera si riunisce il 15 pomeriggio, alla vigilia delle comunicazioni di Andreotti in Parlamento . Prevale l’impressione di essere stati traditi se non beffati . Malumori resi più acuti dalle speranze dei giorni precedenti. Dalla lunga, estenuante trattativa. La decisione sul voto è rimandata a dopo le dichiarazioni che svolgerà Andreotti. Nulla è scontato e non è escluso, come qualche parlamentare comunista si sfoga coi giornalisti, il voto contrario. In serata , alle 23,00 il prefetto Tullio Ancora cerca a casa Luciano Barca, deve riferirgli un messaggio di Moro a Berlinguer. Avviene l’incontro. Barca prende appunti : « E’ un appello di Moro a Berlinguer perché non si cambi la linea , passando sopra ai nomi di alcuni uomini. Moro si fa personalmente garante che il rinnovamento andrà avanti nonostante la lista di governo che ha dovuto tener conto di tutte le correnti della DC». Vista l’ora tarda Barca si ripromette di consegnare il messaggio l’indomani a Montecitorio.[61] Non farà in tempo.
La prima edizione dell’«Unità» del 16 marzo , facendo riferimento alle polemiche che suscitate dal mancato rinnovamento dei ministri e dalla scelta e al numero dei sottosegretari di , puntualizza : «Il dibattito parlamentare non sarà come altre volte un passaggio di routine; per questo sarà importante vedere quali saranno i contenuti e anche i toni del discorso del presidente del Consiglio e come in essi verrà a riflettersi la decisione di costituire una nuova maggioranza»[62]. Dopo il discorso di Andreotti è prevista la direzione comunista . Critico Vittorelli sull’«Avanti !». «Repubblica» esce con un fondo di Scalfari che descrive i malumori del Pci : « dirigenti furibondi, negoziatori messi sotto accusa (…) militanti delusi ». Confronta il trionfalismo del commento editoriale di Natta del 12 marzo con il governo che va formandosi. Denuncia il complesso di inferiorità del Pci sulla legittimazione e conclude « se c’è un difetto da rilevare , nell’interesse non del Pci ma del paese , è che i comunisti sono stati talmente cauti da aver consentito, in nome della cautela, la nascita di uno sgorbio ministeriale. Purtroppo non lo pagheranno essi soli, ma tutti».[63] All’interno del quotidiano Antelope Cobber ? semplicissimo è Aldo Moro presidente della Dc , notizia riportata anche dal «Corriere», dal «Giorno» e dalla «Stampa». L’accostamento fra il leader dc e il fantomatico Antelope del caso Loockeed scomparirà nella successiva edizione straordinaria di «Repubblica» dopo il drammatico sequestro.
Il caso Moro
1. Il sequestro
Il 16 marzo 1978, alle ore 9,15 l’agguato in via Fani, «l’Operazione Fritz». Un commando delle Brigate rosse uccide i cinque uomini della scorta, i carabinieri Domenico Ricci e Oreste Leonardi, gli agenti di polizia Raffaele Jozzino, Giulio Rivera e Francesco Izzi, e sequestra il presidente della Dc. In 90 secondi sono sparati 91 colpi, circa la metà da una stessa arma. Poco dopo la rivendicazione da parte delle Br. Nessuna richiesta . La notizia sconvolge il paese. Smarrito e sgomento il Parlamento . Edizioni straordinarie dei principali quotidiani . [64] Alle 10, ora prevista per il dibattito alla Camera, Ingrao annuncia il rapimento. La seduta è sospesa. Alle 10,45 il primo vertice al Viminale; alle 11 i sindacati proclamano lo sciopero generale; alle 12,46 riprendono i lavori della Camera. Un dibattito serrato. Ugo La Malfa, tra emozione e sdegno, invoca la pena di morte per i terroristi. Giorgio Almirante chiede la proclamazione dello stato di guerra. Alle 20 Andreotti in televisione invita «alla compostezza e a non raccogliere le provocazioni».[65] Alle 20,30 la Camera vota il IV governo Andreotti. A favore Dc, Pci, Psi, Pri, Psdi, Sinistra indipendente e Destra nazionale; Contro Pli, Msi, Dp. Si Astiene La SVP. Alle due di notte il voto al Senato[66]. Nel pomeriggio a Roma più di 200 mila persone aderiscono all’ appello lanciato da CGIL- CSIL – UIL contro il terrorismo. Un imponente corteo sfila per la città per concludersi a piazza San Giovanni . Sventolano insieme le bandiere del Pci e della Dc. Iniziative in molte altre città. I sindacati revocano gli scioperi programmati.
Iniziano i drammatici 55 giorni. Le inconcludenti ricerche, nonostante i circa 12 mila uomini impegnati ogni giorno, le lettere di Moro, gli appelli e le polemiche. Lo stillicidio dei comunicati Br mentre proseguono le azioni armate. Un paese sgomento s’interroga su cosa sta accadendo, com’è stato possibile, come reagire. I misteri non saranno mai definitivamente risolti. Molto si è saputo ma restano le tante zone d’ombra. Il sequestro e poi la drammatica morte, tornerà a più riprese, e nei momenti cruciali, nel dibattito politico. Nel tempo si scopriranno fatti, circostanze allora sconosciute o tenute segrete come l’appartenenza alla P2 di tutti i massimi dirigenti dei Servizi e l’esistenza della Gladio. Interrogativi che pesano sulla storia del Paese. [67]
L’attacco contro lo Stato ha raggiunto il culmine così l’edizione straordinaria di «Repubblica». Nelle fabbriche, alle prime notizie dell’agguato, fermate spontanee dal lavoro. Nelle piazze d’Italia manifestano 15 milioni di persone.[68] A Roma 200 mila partecipanti, iniziative in tutte le città. Le bandiere bianche della Dc si mescolano con quelle rosse del Pci. Per l’«Unità» uno Straordinario sussulto democratico. La «Stampa» Con i terroristi non si tratta. Il «Corriere»: non si può «cedere al ricatto» liberando qualche detenuto Br per salvare Moro. Attacca l’inefficienza dello Stato e dei servizi. I quotidiani tracciano il profilo politico di Moro. Per Arrigo Levi: «il più prestigioso statista italiano, l’erede di De Gasperi, il leader del nostro maggior partito».[69] La scelta della fermezza domina i preoccupati commenti degli editoriali. Su questa linea si attesta subito e senza esitazioni il Pci. La direzione Dc che inizia già il 16 marzo e si protrae il giorno dopo affronta il tema dello scambio, da valutare con «grande serietà, d’intesa con tutte le forze politiche e costituzionali del paese», sapendo conciliare la salvezza di una vita umana e fermezza dello Stato.[70] Nel pomeriggio del 17 Andreotti incontra i segretari dei partiti che sostengono il governo. La posizione è unanime: fermezza [71].
2. Né con lo Stato né con le Br
L’agguato di via Fani suscita sconcerto nella sinistra antagonista e nei resti del movimento del 77. Una riflessione sulla violenza già avviata nei giorni dell’attentato a Casalegno. Ancora più drammaticamente si pone il dilemma: da che parte stare? E’ giusto differenziarsi e criticare il terrorismo ma contemporaneamente non si può difendere uno Stato in cui non ci si riconosce. Il 17 marzo «Lotta Continua» titola Rapito Moro, è il gioco più pesante e sporco che sia mai stato provato sulla testa del proletariato. Il sequestro, al di là degli aspetti umani, è visto come un evento che concorre a scompaginare le file del movimento, rendendolo ancora più inviso al paese, legittimando strette autoritarie in nome di una presunta ragion di Stato. Ha innescato «una spirale mostruosa che tende a privare di ogni possibilità d’azione, decisione, cambiamento». Nei resoconti delle manifestazioni si sottolinea la paura, l’estraneità, la voglia di reagire, lo sbandamento. Pietà e sdegno - si legge sul quotidiano - sono per gli agenti morti mentre «c’è indifferenza per Moro» .
Alla notizia dell’azione terroristica un’improvvisata assemblea all’Università di Roma, dove insegna Moro, vi sono militanti della Fgci, dell’autonomia, studenti che non si riconoscono nella sinistra storica. Nasce lo slogan Né con lo Stato né con le Br.[72] . Così la «Stampa» descrive lo stato del movimento: «La parte dell’ultrasinistra che vuole dissociarsi totalmente dal terrorismo si sente in un vicolo cieco. Il taglio netto a qualsiasi giustificazione dei terroristi e i brigatisti non è compensato da una politica di ricambio. Per il momento, il “movimento” è in grado solamente di dire con chi non sta, ma non sa fare proposte in positivo».[73] Una presa di distanza dalle aree più violente e dall’Autonomia.
Il 17 marzo i segretari dei cinque partiti che hanno votato la fiducia si riuniscono con il presidente del Consiglio e definiscono misure urgenti sull’ordine pubblico, nessuna legge speciale, un decreto per rafforzare i poteri della polizia.[74] Molti giornali avanzano l’idea di un complotto internazionale. Giovanni Conso , membro del Consiglio superiore della Magistratura , sulla «Stampa» scrive che lo scambio di Moro con detenuti delle Br sarebbe un «non senso giuridico». [75]
Il 18 marzo i funerali della scorta. Un popolo commosso segue le esequie. Dalle Br il primo dei nove comunicati che scandiranno i tragici giorni del sequestro. E’ accompagnato dalla foto di Moro «prigioniero del popolo». Nessuna richiesta di scambio, solo l’annuncio dell’inizio del «processo» al «responsabile primo della controrivoluzione imperialista di cui la Dc è stata artefice nel nostro Paese»».[76] La sera a Milano sono uccisi Lorenzo Jannucci e Fausto Tinelli, due giovanissimi del centro sociale Leoncavallo. Avevano lavorato a un «libro bianco » contro gli spacciatori di droga pesante . Nei giorni seguenti molte le rivendicazioni , tutte riconducibili al terrorismo nero, per gli investigatori la più attendibile è quella di un gruppo dei Nar dagli oscuri contatti con membri della banda della Magliana a Roma[77].
Il 19 marzo su tutti i giornali campeggia la tragica foto di Moro. Sullo sfondo la stella a cinque punte, il simbolo delle Br. Il «Popolo» titola Il ricatto delle Br, il fondo è di Benigno Zaccagnini, Resistere alla sfida per «per la salvezza di Moro» e «affinché la Repubblica non si pieghi al terrorismo». Eugenio Scalfari: le Br sono lucide nel colpire una Dc impopolare e costringere i partiti di sinistra a coprire il partito di maggioranza. Su «Lotta continua» l’appello firmato da Dario Fo, Franco Basaglia, i comunisti Umberto Terracini e Lucio Lombardo Radice, Riccardo Lombardi, Norberto Bobbio, radicali, dirigenti della Csil. Indirizzato «al governo e italiano, al Parlamento, ai partiti, a chi detiene Aldo Moro» chiede di fare «i passi necessari e formali per la liberazione di un uomo che sta pagando e ha pagato un prezzo altissimo».[78]Sull’«Unità»l’editoriale di Berlinguer: «E’ giunto il momento di decidere da che parte si sta (…) faccia il proprio dovere ogni cittadino democratico (…) nessuno si lasci prendere dalla sfiducia». [79] Sul quotidiano comunista a difesa della vita di Moro e contro la violenza l’appello sottoscritto, fra gli altri, da Federico Fellini, Amidei, Giacomo Manzù, Renato Guttuso, Norberto Bobbio, Giorgio Strehler, Guido Calogero Italo Calvino [80]. A piazza San Pietro , dalla finestra del suo studio privato , Paolo VI invita tutti a pregare «per l’onorevole Moro, a noi caro, sequestrato in vile agguato, affinché sia restituito a noi al più presto».
Al processo di Torino, che riprende il 20 aprile, i brigatisti del gruppo storico rivendicano la responsabilità del rapimento. Non vogliono essere tagliati fuori[81] .
Fanno discutere le parole di Alberto Moravia al «Corriere»: «il sentimento che provo di fronte agli eventi storici è duplice: prima di tutto c’è il sentimento di estraneità e poi del già visto (…) Sento con precisione che non avrei voluto scrivere una sola riga come quelle che scrivono le Brigate Rosse nei loro proclami, d’altra parte non avrei mai scritto una sola delle tantissime parole che in discorsi, articoli, libri hanno scritto gli uomini dei gruppi dirigenti italiani negli ultimi trent’anni, né fatto una sola delle tantissime cose che essi hanno fato da quando solo al potere».[82] Un aristocratico estraniarsi dal dramma che vive il Paese. Al tempo un giudizio pesante sulla classe politica, sul regime dc e non solo.
Il 21 marzo il governo vara il decreto antiterrorismo. La pena per i sequestri di persona è portata a 30 anni, ergastolo nel caso di morte del sequestrato, i proprietari o affittuari di appartamenti sono obbligati a comunicare entro 48 ore i nomi degli acquirenti o affittuari, fermo e interrogatori anche in assenza di difensore, norme per le intercettazioni telefoniche. Da mezzanotte lo Stato è un po’ più poliziesco titola «Lotta Continua» . Torna sul rischio repressione nell’edizione del 24 marzo, Le leggi eccezionali e noi, lo stesso giorno in cui pubblica un lungo articolo di Marco Boato che, non risparmiando critiche all’area dell’autonomia e alla violenza armata , ribadisce «Né con lo stato né con le Br .[83] Anche per il «Quotidiano dei lavoratori» «il rapimento Moro è del tutto funzionale al disegno di restaurazione autoritaria». Contro i provvedimenti del governo si schiera Adolfo Beria d’Argentine, mentre per Luciano Violante si tratta di un primo passo vero la difesa dei cittadini. Netto il commento di Giovanni Conso : misure che si muovono nello Stato e per lo Stato.[84] Il «Giornale» non si smentisce, critica la Dc per aver censurato un volantino anticomunista di Massimo De Carolis e denuncia che il vero pericolo è che si formi una milizia operaia sulla base delle indicazioni della Cgil.
Sui quotidiani si discute sull’opportunità del silenzio stampa, sul «Corriere» Luigi Pedrazzi scrive di «informazione come dovere». «Lotta continua» e il «Quotidiano dei lavoratori» si pronunciano contro quello che definiscono il «black out delle teste».[85] Con un editoriale sulla «Voce repubblicana» La Malfa continua a considerare gli interventi del governo insufficienti. Grande risalto al botta e risposta fra Aniello Coppola, direttore di «Paese sera» e Leonardo Sciascia. Accusato di «colpevole» silenzio lo scrittore siciliano replica attaccando lo stalinismo del Pci e riconoscendosi nell’estraneità dichiarata da Moravia. Qualche giorno dopo su «Panorama» afferma: «lo Stato italiano è un guscio vuoto che rischia di riempirsi di contenuti pericolosi. Non intendo scambiare la Costituzione per un po’ di ordine pubblico». Gli risponde polemicamente Spriano sulle pagine dell’«Unità».[86]
Nella condotta del Pci lo spirito della Resistenza, il sentirsi parte della costruzione dello Stato democratico, prevalgono su ogni giudizio critico sullo Stato e sulla Dc. I valori da salvaguardare sono la Costituzione e la democrazia contro l’insidia del partito armato. Un’entità sfuggente ma già ampiamente conosciuta, sono stati arrestati alcuni membri dell’organizzazione, di altri si conoscono i nomi, eppure i dubbi permangono. Chi li guida, quali connivenze interne e internazionali, quale influenza esercitano fra i giovani, fra la classe operaia ? Inserire Panorama
Il sequestro Moro divide il Paese. Culture diverse che si scontrano, polemiche politiche, difesa dello Stato e indifferenza. Non si salva il sindacato. Fanno discutere le affermazioni del comunista Pecchioli sulla presenza di terroristi in fabbrica e il richiamo alla vigilanza operaia. Per alleggerire tensioni e conflitti le organizzazioni sindacali firmano l’accordo con l’Italsider. Il 23 marzo appare sul «Giorno» un’intervista di Giannino Guiso, difensore delle Br al processo di Torino che nell’articolo viene definito uomo ponte fra lo Stato e il gruppo terrorista. Alla domanda se, qualora gli fosse richiesto, accetterebbe di svolgere una mediazione risponde: «Lo farei se lo chiedesse Craxi, segretario del mio partito, o l’on. Cossiga, che è stato mio professore di diritto costituzionale». Indro Montanelli accusa Cossiga d’inefficienza e di silenzio. Sdegnata la replica del «Popolo» . Il 24 marzo è arrestato Franco Berardi, detto Bifo, è accusato di aver diretto militarmente da Radio Alice gli scontri di Bologna del 77
Csil e Uil prendono posizione contro la proposta avanzata dalla Cgil di vigilantes contro il partito armato nelle fabbriche
Sul «manifesto» la Rossanda con un articolo intitolato Chi sono i padri delle Br accusa i brigatisti di vetero-stalinismo.[87] Cesare Cases polemizza con la rigoristica fermezza su cui insiste Aniello Coppola sul «Paese Sera» e si schiera con chi , come Moravia e Sciascia vuole sfuggire dalla morsa del doppio «ricatto» del terrorismo e di uno Stato in cui non si riconosce. [88]
Il 25 il partito armato ferisce a Torino l’ex sindaco dc Giovanni Picco. Disordini a Milano durante le manifestazioni per la morte dei due giovani del Leoncavallo assassinati. Nel pomeriggio il comunicato n. 2 delle Br annuncia che è in corso il processo a Moro e il prigioniero sta collaborando. Conclude: «Onore ai compagni Lorenzo Iannucci e Fausto Tinelli assassinati dai sicari del regime». [89] Un messaggio lanciato alla sinistra antagonista. Nel movimento e dintorni si discute , un impasto di passioni, delusioni , smarrimenti . Il grande accusato resta il Pci, la sua linea, il compromesso storico , il suo «farsi Stato».Walter Tobagi, il giornalista del «Corriere» che sarà ucciso da Prima linea nel 1980, titola il suo commento Ultrasinistra incerta e divisa. Lotta continua accusa il Pci.Gad Lerner, giovanissimo direttore di «Lotta continua» difende la linea adottata dal quotidiano: «Nessun altro gruppo, nemmeno il Pci, ha fatto un’autocritica sul terrorismo come l’abbiamo fatta noi dopo l’attentato di Casalegno e l’uccisione dei fascisti di Acca Larentia (...) i comunisti non hanno fatto i conti fino in fondo né con lo stalinismo né con l’integralismo di partito e questo ha fatto sì che in passato i suoi stessi dirigenti abbiano compiuto azioni non molto diverse da quelle delle Br e oggi stringano le mani insanguinate di Menghistu» .
Carlo Rivolta , attento osservatore del movimento, resoconta : Nessun consenso dal movimento. Fallisce il “ progetto” delle Br. [90]Ha solo in parte ragione. Il disegno del partito armato non passa nella gran parte dell’antagonismo giovanile tuttavia , fra crisi del vecchio gruppismo, ondeggiamenti della nuova sinistra, pressioni dell’autonomia, si aprono , per molti rivoli, varchi per nuovi adepti. Dopo il sequestro e l’assassinio di Moro un proliferare di nuove sigle, minigruppi armati divisi fra movimentisti e militaristi.
Preceduta da molte tensioni, il 28 la riunione segretari regionali e provinciali della Dc. Zaccagnini: «Noi rispondiamo confermando la linea che ha portato alla formazione di questo governo (…) Non ci debbono essere sbandamenti in nessun senso né al centro né in periferia rispetto allele posizioni raggiunte con la conclusione della crisi». Nessun cedimento ai terroristi. Sulla «Stampa» Arrigo Levi lancia la proposta di far dimettere Leone ed eleggere Aldo Moro presidente della Repubblica con una reggenza Fanfani, Ingrao, Paolo Rossi e Saragat. Propone un appello Onu, blocco dei contratti per tre mesi.[91] «Lotta continua» lapidaria: Proposta di Agnelli condannare Aldo Moro alla presidenza della Repubblica.[92]La «Voce Repubblicana», al contrario, si dimostra interessata all’ipotesi [93]. Molti vi vedono un’iniziativa di Fanfani che con una lettera a «Repubblica» respinge l’accusa. Intanto gli intellettuali dissertano fra loro su impegno, estraneità, indifferenza, difesa dello Stato. L’«Unità» polemizza con Alberto Ronchey e le sue tesi sui collegamenti internazionali sul terrorismo. Le ricerche su Moro girano a vuoto, solo lo spettacolo dell’enorme dispiegamento dell’esercito e delle forze di polizia.
Il 29 sera insieme al Comunicato n. 3 delle Br [94] la lettera di Moro al ministro degli Interbi Francesco Cossiga. La prima delle molte, la loro entità resterà un mistero. Il presidente della Dc si dichiara oggetto di un processo politico «sempre più stringente» e propone di aderire a ipotesi di scambio di soggetti rifiutando ogni rigore in nome della legalità dello Stato.[95] I giornali riportano la notizia il 30 marzo. Prevalgono i dubbi sull’autenticità della lettera. «Parole scritte sotto tortura», scrive Fausto De Luca su «Repubblica». Fermezza titola il 31 l’editoriale dell’«Unità» [96], sulla stessa linea il «Popolo», una conferme del travagliato dibattito della direzione dc del 30 marzo. Riunioni e vertici si susseguono a Piazza del Gesù .[97] Dai partiti nessuno spazio a una possibile trattativa. Il quadro muterà con il congresso del Psi.
3. IL 41 congresso del Psi
L’editoriale dell’’«Avanti !» del 26 marzo scrive che il congresso che sta per iniziare «si celebra nel periodo più agitato di questo dopoguerra» e ancora «Si deve forse tornare all’estate del 1960, alle tensioni che seguirono la formazione del governo Tambroni, per ritrovare un periodo altrettanto grave». Prosegue: «La differenza è che allora lo Stato era minacciato dall’interno e contro tale minaccia si mobilitò l’intera società. Oggi è minacciato dall’esterno, e la minaccia trova una società gravemente in disordine».[98]
Il 41° congresso del Psi, il primo di Craxi segretario, si apre il 29 marzo a Torino, il luogo «dove la democrazia è maggiormente colpita», come ha motivato Nenni. Nella città si sta svolgendo in condizioni difficili il processo al gruppo storico delle Br. Per il socialismo europeo cattive notizie: Mitterand è stato sconfitto. Il Psi deve darsi la sua credibilità, rispondere ancora alla crisi che al precedente congresso De Martino aveva sintetizzato nella formula «La vecchia politica è finita per sempre, quella nuova non esiste ancora». Il partito si presenta diviso in quattro correnti. «Progetto per l’alternativa» con il 64,7%, capeggiata da Craxi e affiancata da Signorile che si riconosce nel Progetto per l’alternativa socialista, il documento elaborato col concorso degli intellettuali che orbitano attorno a «Mondoperaio» e approvato a maggioranza dal comitato centrale. «Unità, autonomia, rinnovamento», la mozione a firma De Martino e Manca ha il 24, 6% dei voti. «Presenza socialista» di Mancini, il 7,1%. «Sinistra per l’alternativa» di Achilli sostenuta dall’economista Paolo Leon e Tristano Codignola il 3,6 %. Il manifesto che annuncia il congresso presenta il nuovo simbolo : un garofano rosso stilizzato, un richiamo al socialismo europeo, e un ridimensionamento dell’antico logo con la falce e martello.
Premessa del documento di maggioranza il convegno svolto a Trevi il 3-4 ottobre 1977 per iniziativa del Centro studi diretto da Luigi Covatta che ha visto il contributo decisivo degli intellettuali di «Mondoperaio». Un incontro trasversale che ha visto insieme parti della sinistra e autonomisti. Il punto di partenza della relazione e degli interventi è lo stato di salute del capitalismo che , nel contesto dei «problemi mondiali di sopravvivenza ( la pace, la fame e l’equilibrio demografico, la rottura degli equilibri ecologici, la crisi del vecchio ordine mondiale» lasciata «l’età dell’oro» ed entrato negli «anni difficili» costringe ad guardare con un’ottica critica la stessa esperienza del movimento operaio [99]. Il documento di sintesi conclusivo si organizza in quattro capitoli e delinea un modello di società socialista che intervenendo sui nodi strutturali del lavoro e della democrazia costruisca le condizioni per la costruzione «un blocco sociale riformatore nella società italiana». Tema questo ben presente nel Progetto socialista che Craxi ha adottato come mozione. Contraria la minoranza secondo la quale il documento contraddice le radici marxiste del partito ed è frutto del vertice piuttosto che di una reale partecipazione degli iscritti. Ma il terreno principale dello scontro maggioranza-minoranza è il rapporto col Pci. Per Craxi si tratta di una competizione, Manca auspica un rapporto più stretto di collaborazione. Achilli si spinge oltre per chiedere già nell’immediato l’alternativa di sinistra. Alla vigilia del congresso Craxi intervistato da «Critica sociale» , quasi parafrasando la frase di Berlinguer di un Pci «conservatore e rivoluzionario», definisce il Psi «progressista e riformatore», precisando non un partito «leninista».
A Torino : 740 delegati, 70 delegazioni estere, 300 invitati. Responsabile dell’organizzazione del congresso Nerio Nesi. Si comincia a respirare l’aria da convention all’americana.
Craxi apre i lavori con una relazione di 70 cartelle. Interrotto da 60 applausi. Organizzata in tre parti fondamentali: la lotta al terrorismo dopo il sequestro Moro, il futuro del partito e il rapporto col Pci, i temi interni alla vita del partito. Deciso appoggio al governo ma anche il preannuncio di una verifica per chiedere il governo d’emergenza. Tra alternativa e compromesso storico Craxi propone una terza opzione l’alleanza riformatrice di cui si parla nel Progetto. Nota il commentatore della «Stampa»: «A proposito dell’alternativa socialista Craxi pone una tale serie di “ma “ e di “se” che finiscono con il fare sfumare questa soluzione in un futuro non identificabile»[100]. Dalla platea molte speranze e tante incertezze [101].
Mancini e Manca chiedono di entrare nella maggioranza, si oppone la corrente lombardiana. Nel dibattito il Progetto resta sullo sfondo. Prevale la volontà del Psi di trovare uno spazio fra Dc e Pci. Benvenuto intervenendo nella terza giornata è esplicito: occorre riprendere un nuovo rapporto verso la DC: «un discorso in termini nuovi rivolto al mondo cattolico. Sono loro i nostri naturali interlocutori, soprattutto per quanto riguarda le componenti antiautoritarie della sinistra cattolica, il mondo dei lavoratori cattolici, le Acli, la Csil; che possono e debbono trovar posto nell’elaborazione del progetto socialista». Senza questo incontro – spiega – si salderanno «i valori della cultura cattolica con quella comunista con un segno conservatore». Spetta a Signorile riportare il discorso sull’alternativa di sinistra anche se in una prospettiva incerta e confusa.
Nella replica Craxi insiste sulla nuova stagione socialista: «Si è chiuso un capitolo e se ne è aperto un altro, nella storia del più vecchio e del più giovane partito italiano». Parlando del contestato nuovo simbolo dichiara che il vecchio Psi, un partito venato «da nostalgie del buon tempo antico o da passionalità nevrotiche», ha fatto il suo tempo. Definitivamente emarginati i capi storici De Martino, Lombardi, Mancini. Per Craxi una vittoria schiacciante. La sua mozione ottiene il 63,05% con 140 posti nel comitato centrale, Manca il 25, 9% con 25 posti, Mancini il 7,1% con 17 posti, Achilli 9 posti con il 3,96%. Passa da 168 a 221 membri. Tutti votano la mozione conclusiva ad eccezione di Achilli. Entrano nel comitato centrale ,che passa da 168 a 221 membri , Norberto Bobbio, Giuliano Amato, Giorgio Ruffolo, Paolo Portoghesi, Francesco Forte. Craxi è confermato alla guida del partito senza il voto della minoranza. Signorile assume la carica di vicesegretario. «Repubblica»: Craxi il Mitterand italiano. E’ il nuovo volto del Psi. Una barriera contro il Pci.
Nel congresso il dibattito sul futuro del partito si è intrecciato alla lotta al terrorismo. Non poteva essere altrimenti. Ha reso più tesa e stringente la discussione la notizia , arrivata mentre Craxi concludeva la sua relazione d’apertura, della lettera di Moro a Cossiga. Dagli interventi non sembra emergere una linea di cedimento. Tuttavia smarrimento, interrogativi. Più complesso il dietro le quinte.
Craxi concludendo esprime, sia pure con circospezione, dubbi sulla fermezza. Riferendosi alla prigionia a cui è sottoposto il presidente della Dc afferma: «Nessuno può ridurlo a un caso umano, sia pure eccezionale. Il problema va scandagliato ed esplorato, perché è coinvolta una vita umana, ma sono in gioco effetti politici difficili da prevedere»[102] . Secondo la testimonianza di Giannino Guiso il segretario socialista proprio nel corso del congresso, lo consulta sulle possibilità di salvare Moro.[103]
4. Il dibattito alla Camera
Su tutta la stampa si affollano gli articoli sulla matrice del terrorismo. L’imputato numero uno è il Pci, la sua matrice marxista - leninista, si rispolverano pagine antiche della sua storia, vecchie mitologie e suggestioni da lotta armata. Un attacco che trova conferma nell’articolo della Rossanda L’album di famiglia che appare il 1° aprile sul «manifesto». Polemico Macaluso : «Lo Stato è qualcosa costruita dalle lotte del Pci».[104]
Alle 6 della mattina del 3 aprile a Roma parte una grande, quanto indiscriminata operazione di polizia: 253 perquisiti, 122 fermati, 39 arresti. Il giorno dopo «Lotta continua» titola Non cercano più Moro, cercano gli altri.
Dopo molte esitazioni i partiti decidono di affrontare il dibattito in Parlamento. Alla vigilia circolano voci su iniziative private in corso per salvare la vita di Moro. Nella Dc si aprono dei varchi. Alla fermezza andreottiana si contrappone l’«equilibrata fermezza» di cui parla Zaccagnini che non esclude «contatti con i terroristi». Una posizione in parte già enunciata dall’ex presidente della Repubblica Giuseppe Saragat. Non sembra che Craxi in questa fase avanzi perplessità sulla scelta di non trattare.
Nella seduta alla Camera, il 4 aprile, Andreotti chiede: «Quale mai patteggiamento potrebbe essere tollerato – oltre che inibito dalla coerenza della nostra identità costituzionale – verso gente le cui mani grondano del sangue di Coco e della sua scorta. Di Croce, di Palma, di Berardi, di Casalegno e di altre cinque vittime di via Fani ?». Non esclude, tuttavia, misure di indulgenza nei confronti dei terroristi che avrebbero collaborato alla ricerca [105] . Nel corso della discussione il nuovo comunicato Br. Non affronta il tema dello scambio piuttosto indica come principale obiettivo il «passaggio dalla “pace armata” a quella della “guerra”».[106] E’ la richiesta del riconoscimento politico. Insieme al comunicato la lettera di Moro a Zaccagnini: «Sono un prigioniero politico che la vostra brusca decisione di chiudere un qualsiasi discorso relativo ad altre persone detenute, pone in una situazione insostenibile. Il tempo corre veloce e non ce n’è purtroppo abbastanza. Ogni momento potrebbe essere troppo tardi». Moro prospetta lo scambio e chiama in causa Gui e Taviani , ricordando loro il precedente del sequestro Sossi.
Per il «Popolo» una lettera: non «moralmente ascrivibile a Moro» [107] . «Lotta continua»: Moro tenta un disperato arbitraggio, stretto fra le Br che lo processano e Dc e Pci che lo vogliono morto. [108] Andreotti alla Camera: «Non si può patteggiare con chi ha le mani grondanti di sangue».
Il 6 aprile l’«Avanti !» pubblica l’appello al Paese degli uomini della resistenza, primo firmatario Ferruccio Parri. Ma la situazione non è così definita. Si manifestano fratture nel fronte della fermezza. Particolarmente esposta la Dc e i suoi dirigenti. Del disagio si fa interprete Fanfani che chiede una maggiore flessibilità politica nella gestione della fermezza. Entrano in gioco, in pubblico e in segreto, almeno allora, i molteplici attori che puntano alle varie forme di una possibile trattativa. Durissimo il corsivo del 6 aprile di «Lotta continua» Il partito della morte .
La sera a Tribuna politica intervistati tutti i leader politici ; le indagini girano a vuoto, lo Stato impotente. Per una possibile trattativa si pronuncia Gianfranco Piazzesi sul «Corriere» del 7 aprile: «le dichiarazioni “con i terroristi non si tratta”, basate su un giudizio morale e non politico (“ non si possono stringere mani lorde di sangue”) o di principio (“lo Stato non può subire un’umiliazione tanto grave) si scontrano con il modo in cui avvenimenti di questo tipo sono stati affrontati nella maggioranza dei casi» e conclude «Hanno trattato con i terroristi Stati forti come gli Usa e la Germania». La moglie di Moro, Eleonora, lancia su «Il Giorno», un appello per la salvezza del marito. S’infittiscono le indiscrezioni su trattative segrete fra la famiglia Moro e le Br.
Il 7 aprile nella direzione del Pci Bufalini apprezza il «modo in cui oggi la Dc fa fronte, con dignità e senso dello Stato, alla drammatica situazione nella quale ci troviamo». La situazione è sempre più aggrovigliata, tesa. Lama intervistato da «Repubblica» anticipa i temi in discussione nel prossimo direttivo confederale; rilancia le sue accuse al terrorismo suscitando nuove polemiche interne. Per «il manifesto» In in’ora grave, una seconda intervista di Lama a la Repubblica, porta il sindacato alla lacerazione. Il Pci è sotto attacco. Da sinistra e da destra. Intervistato da «Repubblica» il leader del gruppo dei cento, la destra della dc, Roberto Mazzola, afferma: « Il 16 marzo con il rapimento Moro è praticamente avvenuto un piccolo colpo di Stato, è nato un nuovo regime. Noi rappresentiamo la maggioranza del partito e ci faremo sentire. L’accordo con i comunisti ha destabilizzato il paese». Enzo Forcella, indipendente di sinistra e direttore della rete 3, contestando l’interpretazione più diffusa, afferma di credere nell’autenticità delle lettere di Moro e difende il valore della vita umana contro la ragion di Stato [109] . Replicherà, qualche giorno dopo, Antonio Gambino su «Repubblica»: un negoziato si potrebbe aprire solo dichiarando di essere in una situazione di guerra civile ma se questo vuole essere evitato non si può trattare.[110]
Craxi in un’intervista alla «Stampa» delinea i suoi propositi politici dopo il congresso: il Psi «legittimamente aspira (…) a una situazione più equilibrata dentro la sinistra» e aggiunge «non mi pare che i socialisti si siano rassegnati a un ruolo minore». Per il quotidiano torinese, come risulta dal titolo dell’intervista, l’obiettivo socialista è chiaro: concorrenza al Pci.[111]
Pur distinguendo fra le posizioni della sinistra estrema, di quelli che definisce «gli intellettuali salottoemasse», e quelle del Pci, il «Popolo» non manca di insistere, in particolare nei fondi di Remigio Cavedon, sul nesso possibile fra terrorismo e sinistra[112] . Il direttivo del gruppo dc al Senato, a cui partecipa il vicesegretario Galloni, si chiude con un comunicato di adesione unanime alla linea della fermezza nel rifiuto del ricatto assunta dalla segreteria. Il 14 alle 10,30 a Piazza del Gesù iniziano i lavori della direzione dc.
Il 10 aprile il comunicato n. 5. «L’interrogatorio prosegue» – scrivono le Br. Minacciano: «l’informazione e la memoria di Aldo Moro non fanno certo difetto ora che deve rispondere davanti al tribunale del popolo e al movimento rivoluzionario che saprà utilizzarlo opportunamente, anticipando tra le dichiarazioni che il prigioniero Moro sta facendo, quella imparziale e incompleta che riguarda il terrorista di stato Emilio Taviani». Insieme al comunicato una lettera manoscritta del prigioniero, una sorta di verbale dell’interrogatorio: accuse gravi alla DC al suo gruppo dirigente, alla sua storia.Allusioni , a chi sa non può sfuggire che si accenna alla «Gladio” la struttura segreta scoperta poi nel 1990 . «Nessuna trattativa segreta, niente deve essere nascosta al popolo”, cos ì conclude il comunicato. Sempre di più la questione chiave diventa quali segreti può comunicare Moro, la lunga storia che accompagnerà per oltre un decennio la vicenda del suo Memoriale. I ritrovamenti tardivi, le indagini non effettuate, le pagine mancanti e quelle note solo ad alcuni, da questo momento in poi la grande questione diventa le «carte» di Moro.
Piccoli invia una lettera ai deputati dc in cui li richiama a sostenere «la giusta linea scelta dal partito con un atteggiamento di grande responsabilità e riserbo» e invita a non «esprimere posizioni differenziate»[113] . Il «Popolo» polemizza con lo spazio dedicato dalla stampa alla diffusione dei comunicati e la pubblicazione delle lettere di Moro.[114]
L’11 aprile al Senato inizia la discussione per modificare la legge Reale. Alla Camera Pannella lancia l’ostruzionismo sulla legge sull’aborto, in tre anni è la terza volta che si affronta il tema . Le modifiche alla legge sono approvate il 12 aprile al Senato, il 14 la Camera. Il Pci vota contro. A Torino ancora un assassinio per mano dei terroristi, è ucciso un agente carcerario. Ferito un attentatore Cristoforo Piancone, ex operaio Fiat iscritto al Pci e alla Cgil.
Eugenio Scalfari, che sin dall’inizio ha schierato «Repubblica» sulla linea della fermezza, prende atto che sta prendendo corpo il partito della trattativa. Ne fanno parte, scrive, Lotta continua, Avanguardia operaia, settori creativi del movimento studentesco, luigi Pintor del manifesto, definito «anarco-individualista». Durissimo: «una parte delle nostre colombe è formata infatti da anarco-individualisti. Cent’anni fa, per distruggere lo Stato, gli anarchici individualisti attentavano alla vita di qualche monarca; adesso, sempre per distruggere lo Stato, sostengono che la vita umana va difesa a qualsiasi prezzo. Il mutamento è notevole, e anche apprezzabile, ma l’obiettivo è lo stesso».[115] Nel Veneto una catena di attentati.
Il 15 aprile il comunicato n. 6 annuncia «Aldo Moro è colpevole e pertanto viene condannato a morte». Il vertice Dc conferma: salvare la vita ma nessun cedimento. Il 17 aprile il Comitato centrale del PCI , relaziona Paolo Bufalini. Lotta al terrorismo, nessun cedimento. La linea del Pci è la fermezza. Nessun cedimento al ricatto brigatista.[116]Sulla prima pagine del «Corriere» del 18 aprile Giannino Guiso «Moro è vivo, si può ancora trattare». Il Psi:«Lo Stato deve rimanere estraneo, ma non indifferente». Su «Paese sera» Raniero La Valle, giornalista cattolico che ha concorso attivamente alla battaglia sul divorzio, rilancia l’ipotesi della trattativa.
Nell’aggrovigliata situazione il 19 aprile s’ inserisce il falso comunicato che annuncia la morte di Moro e che il cadavere si trova nel lago della Duchessa. La «Repubblica» titola Questa volta il paese è unito. In prima pagina gli interventi di Moravia e Sciascia che criticano entrambi le Br.[117] Affannose e inutili ricerche. Lo Stato è beffato. Resta un mistero la ragione del falso comunicato. Molte e diverse le interpretazioni. Si saprà poi che estensore del comunicato é stato Tony Cucchiarelli della banda della Magliana. L’immagine è sempre più quella dell’inefficienza delle forze dell’ordine, dei servizi, dello Stato nel suo complesso. Perentorio il titolo di «Lotta continua» del 18 aprile, data storica che evoca la pesante sconfitta delle sinistre del 1948, Dopo 30 anni il PCI si associa al 18 aprile democristiano. Il 19 un nuovo appello sulle pagine di «Lotta continua». Vi aderiscono Bobbio, Terracini, Rosati presidente Acli, Giuseppe Monni presidente della Fuci, Mario Agnes presidente dell’Azione cattolica.[118] Stesso giorno a via Gradoli, si perquisiscono gli appartamenti dello stabile, la porta dell’appartamento è chiusa, dentro non c’è nessuno, le forze dell’ordine rinunciano ad entrare. L’avvocato Guiso, difensore di Renato Curcio al processo di Torino, lo stesso giorno dichiara al «Corriere» che per il fondatore della BR il comunicato del 19 aprile è una provocazione del Viminale. Alla domanda su un possibile mediatore risponde «è necessario dialettizzarsi con Moro. Il mediatore potrebbe essere lo stesso presidente democristiano».
5. Psi: la mossa del cavallo
In questo clima «la mossa del cavallo» del Psi. Il 19 aprile l’«Avanti !» da notizia della riunione della direzione del partito. Poi il giorno dopo un duro attacco alle forze dell’ordine.[119] Il paese è attonito. Il 20 ucciso a Milano il maresciallo Francesco De Cataldo. Ore 13,30 ritrovamento del comunicato n. 7 , quello autentico : «Il rilascio del prigioniero Aldo Moro può essere preso in considerazione solo in relazione alla liberazione di prigionieri comunisti. La Dc dia una risposta chiara e definitiva» , non ci sono altre strade possibili. Poi l’ultimatum 24 ore di tempo a partire dalle 15 del 20 aprile. «Trascorso questo tempo» le Br si assumono il compito di eseguire la sentenza.
Riunione nel pomeriggio di Andreotti con i segretari. «Craxi , no allo scambio e alla violazione delle leggi dello Stato, sì alla ricerca di un canale informativo, con la richiesta preliminare della prova che Moro è vivo. Non dobbiamo aver noi la responsabilità della morte di Moro. Romita : un canale? va bene ma alla fine si deve dire un no se dovesse compromettere la linea dello Stato. Berlinguer, Perna e Natta: la fermezza non è modificabile (…) Il governo ha preso una decisione in Parlamento e il Parlamento ha approvato. Se si cambiasse linea i comunisti si dissocerebbero. Biasini: la linea della fermezza è la sola da doversi e potersi seguire». Così Andreotti nei «Diari» sintetizza le posizioni .[120]
Alle 21 Freato , stretto collaborare del presidente dc, consegna una nuova lettera di Moro a Zaccagnini. Un pesante attacco ai vertici della Dc e insieme la famosa frase che ha il tratto della terribile profezia «il mio sangue ricadrà su di voi, sul Partito, sul Paese». Una lunga riunione della Dc. Forlani è per la trattativa, Cossiga vuole sondare la possibilità di individuare attraverso la famiglia o altri organismi i canali per tentare sondaggi con i brigatisti.[121] La decisione finale è far uscire il partito dalla morsa trattativa o fermezza: la libertà dei detenuti non spetta a un partito ma a vari organi istituzionali, dalla magistratura al capo dello Stato. In questo senso si pronuncia il «Popolo» del 21 aprile. Per i quotidiani la Dc ha scelto la fermezza. In realtà le posizioni sono più articolate.
La «Repubblica» si domanda Sacrificare un uomo o perdere lo Stato. Inequivoca la risposta «per i democratici la scelta non consente dubbi».[122] L’«Avanti !» precisa la nuova posizione socialista. Ormai si presentano due alternative antitetiche e contrapposte: l’imperativo di «difendere la stabilità delle istituzioni» e l’aspetto umano del dramma “ l’imperativo che si impone a qualunque società civile e perciò anche allo Stato italiano (…) la difesa della vita umana» sia pure, si riconosce, nell’ambito delle leggi.[123] Craxi parla con Zaccagnini della svolta.[124] Anche Berlinguer incontra il segretario socialista. Il Pci respinge la proposta di Craxi, anzi vi vede la volontà di dividere la sinistra e di compromettere l’unità fino ad allora raggiunta dalle forze politiche. Giuseppe Saragat, al contrario, si schiera con il Psi. Il 22 aprile un duro attacco del Pci al Partito della trattativa come titola l’editoriale dell’«Unità». In primo luogo si traccia la mappa: i finti umanitari, che dichiarano di voler liberare Moro, ma che in realtà vogliono liberare Curcio per umiliare la democrazia. Poi forze «che sembrano obbedire a calcoli politici di parte». Il quotidiano comunista si domanda cosa vuole il Psi ? rendere più difficile il compito della Dc e dar vita a qualche nuova combinazione politica? Lancia un monito: «Stiano anche attenti a non accarezzare il tentativo di isolare il Pci, presentandolo all’opinione pubblica come un partito malato di statolatria (…) Questo significherebbe avvelenare la vita politica (…) vanificando quell’impegno che è assolutamente vitale, necessario per trarre il paese da questa drammatica stretta».[125] Sulle varie testate giornalistiche infuria il dibattito sull’opportunità di pubblicare i comunicati Br.
Alle 12,30 del 22 aprile esce in edizione straordinaria l’«Osservatore Romano». Sulla prima pagina l’accorato appello di Paolo VI agli «uomini delle Brigate rosse»: «Vi prego liberate l’onorevole Moro semplicemente senza condizioni». Per sei volte l’appello è trasmesso da Radio vaticana. Tradotto in venti lingue ripreso da tutte le radio ed emittenti televisive vaticane del mondo. Domenica nell’Angelus pontificale Paolo VI si rivolge ai fedeli «Di Aldo Moro nessuna notizia. Abbiamo trepidato, ieri, alla scadenza dell’ora fissata dagli anonimi costituitisi giudici unilaterali e carnefici, e trepidiamo ancora, sempre aspettando e pregando che sia risparmiata la consumazione del criminale annunciato misfatto». Le parole si sono fatte più dure. Il pontefice «tiene forse conto di quanti in Vaticano hanno ritenuto eccessivo il suo precedente appello».[126]
Il 24 aprile il comunicato n. 8, le Br chiedono la liberazione di 13 detenuti e minacciano di eseguire la sentenza. Nell’elenco dei detenuti da scambiare: brigatisti, nappisti, membri del gruppo XXII ottobre. Nella direzione socialista del giorno dopo la decisione di Craxi di rompere «l’immobilismo» che a suo avviso caratterizza la ricerca di salvare la vita di Moro. Già dopo il falso comunicato del lago della Duchessa ha incaricato Vassalli di studiare possibili soluzioni conformi al diritto internazionale per liberare detenuti delle Br.[127] Craxi interviene sull’«Avanti!» del 25 aprile – Craxi con una lettera alla «Stampa» indica la proposta del Psi. Bettino Craxi.[128] Tornerà sulla questione, sullo stesso quotidiano , il 4 maggio intervistato da Lamberto Furno.
Sull’«Unità», il 25 aprile, Luigi Longo si richiama al patrimonio della Resistenza. Manifestazioni in tutta Italia. Per la fermezza si pronuncia l’«Osservatore romano». Ancora terrorismo : Colpito alle gambe il dc Girolamo Mechelli. Il 26 aprile a firma di Craxi un nuovo editoriale dell’«Avanti!» Speranza, iniziativa, fermezza. Invoca un’«ultima ragionevole possibilità» per rompere «la logica dei termini ultimativi». Dopo aver sottolineato l’importanza della Caritas o dell’Onu prospetta la possibilità di un’«iniziativa autonoma» dello Stato «fondata su ragioni umanitarie» e «nell’ambito delle leggi repubblicane». Nessuna proposta precisa. Eugenio Manca vorrebbe dissociarsi, secondo l’«Espresso» lo dissuade una telefonata dello stesso Craxi che considererebbe la presa di distanza: «una pugnalata alla schiena».[129] Zaccagnini colpito dall’iniziativa s’incontra con il segretario socialista. Una scelta che provoca l’«irritazione» di Piccoli e Bartolomei, temono un mutamento di linea. Suscita nuove domande e perplessità nel Pci e nei repubblicani. Anche Berlinguer s’informa telefonicamente con Craxi e il 27 convoca la riunione straordinaria della direzione. Nella relazione giudica l’iniziativa socialista una mossa anti- Pci , fatta «per distinguersi dagli altri partiti (…) con l’intento di mettere in difficoltà oggi la Dc e soprattutto noi, domani, qualora Moro venisse ucciso» oppure per un obiettivo più ambizioso: arrivare , dopo la crisi di questo governo, ad una maggioranza Dc-Psi». Al di là di queste valutazioni politiche, Berlinguer non ha esitazioni : non è possibile nessun cedimento.
Al silenzio Br, nessun comunicato fra il 24 e il 6 maggio, fanno da contrappunto le lettere scritte da Moro. Torna la polemica sull’autenticità delle lettere.
Il 29 aprile Tatò scrive a Berlinguer: «Non bisogna lasciare alcuno spiraglio, dice Andreotti, soprattutto – dato che la Dc tiene – a Craxi che (porta avanti una linea pericolosa per la compattezza della maggioranza e (…) per la stessa conservazione della vita di Moro, perché alimentando il tira e molla delle Br le porta, da un lato alla speranza di vincere e, dall’altro, alla disperazione di perdere»[130]. Dalla clinica Città di Roma dove è temporaneamente ricoverato la lunga nota di Tatò a Berlinguer : «Se aderissimo alla trattativa (…) faremmo credere che (..) siamo interessati a che Moro mantenga i suoi segreti (…) come sostengono i nostri pedanti critici e avversari “da sinistra” , una politica che invece che portare al rinnovamento della società porta la classe operaia e i suoi vecchi e nuovi alleati al progressivo cedimento, alla capitolazione, alla resa dei conti con la Dc , lo scudo crociato della borghesia , degli imperialisti e delle multinazionali» ( citare meglio p. 74)
Sempre il 29 aprile Andreotti in televisione : «Non esistono falchi e colombe nella maggioranza. Abbiamo giurato di rispettare e far rispettare la legge. Questo è un limite che nessuno di noi ha il diritto di valicare». Apprezza l’«Unità».
Le delegazioni della Dc e del Psi si incontrano il 2 maggio . Una riunione burrascosa. E’ scontro fra Galloni e Craxi.[131] Annota, minimizzando, Andreotti: «Si è avuto l’incontro Psi-Dc con una certa tensione e senza conclusioni. Cenni di volontà di rottura con i comunisti e attacchi a noi».[132] Lo stesso giorno su «Op», l’agenzia del giornalista Gaetano Pecorelli, si legge: «L’iniziativa del Psi si colloca su direttrici stabilite ai massimi livelli internazionali (…) Oggi passa per il Psi ogni nuovo equilibrio politico italiano (…) La cattura di Moro rappresenta una delle più grosse operazioni politiche compiute negli ultimi decenni in un paese industriale integrato nel sistema occidentale. L’obiettivo primario è senz’altro quello di allontanare il Pci dall’area di potere in cui si accinge all’ultimo balzo». Poi il giornalista, che risulterà essere legato ai Servizi e a Gelli e sarà misteriosamente assassinato, si lancia nella prefigurazione di nuovi scenari politici: «In diretto contatto con Schmidt, che gli media l’appoggio americano, Bettino Craxi si è inserito da protagonista nello scenario internazionale. Compreso subito che in realtà in via Mario Fani era stata sequestrata la praticabilità politica del sogno berlingueriano, il leader del partito socialista, acclamato vincitore del 41° congresso di Torino, ha proposto alla Dc una strategia post Moro». Segue fissando scadenze e tappe future: «Tra il 14 maggio e la fine di giugno, ha detto Craxi agli attoniti democristiani, Andreotti IV se ne deve andare a farsi benedire, per cedere il posto ad una compagine Dc- Psi che goda dell’appoggio esterno dei comunisti. Ma non sarà neanche questa la soluzione definitiva. Perché entro tempi brevi, appena avviato un principio di stabilizzazione, anche il nuovo governo dovrà essere ricambiato, per consentire di mandare il Pci all’opposizione». Inquietanti prefigurazioni vista la fonte, e tuttavia un disegno che negli anni a venire troverà una sua conferma.
Crescono gli interrogativi sulla condotta socialista. Per Gianni Baget Bozzo«nella triste vicenda del caso Moro» sta emergendo una nuova forza laica, libertaria, socialista che si impone come avente un’autorità morale e politica di fronte alla Dc e il Pci». Scalfari insiste sul carattere politico dell’operazione .[133] La «Voce repubblicana» si scatena in un durissimo attacco personale a Craxi: «un personaggio avventuroso» , affermatosi attraverso un complotto e che viola ogni regola morale.[134]
Primo maggio Martelli sul «Corriere» «Sin dall’inizio una sorta di disposizione all’incredulità ha accompagnato la disposizione all’intransigenza esibita da molte parti, giornalistiche e politiche. L’incredulità riguardo alle lettere di Moro è andata crescendo sino a tramutarsi in ostilità, in rapporto al carattere viepiù angosciato di ciò che scrive il presidente della Dc e al crescere delle critiche nei confronti delle forze politiche maggiori segnatamente rivolte al ristretto gruppo dirigente della Dc che ha seguito l’evolversi del caso. Non doversi prendere in seria considerazione le lettere di Moro è stata la consegna del Pci (…) costoro sembrano più preoccupati della “memoria” di Moro che della sua vita e si disputano l’interpretazione di uno stile e di una vita che non è ancora perduta».
Il 3 maggio la «Repubblica» titola Battaglia sul piano Craxi. Andreotti e Berlinguer ribadiscono la fermezza. La Dc incerta si rimette al governo. Il «Corriere» apre a una possibile trattativa Si prospetta la liberazione di qualche brigatista non colpevole di omicidi. Il lunghissimo titolo continua riassumendo le varie posizioni, Ora Craxi punta ad un atto di clemenza. Più flessibile la posizione della DC. Pri e Pci confermano il loro rifiuto allo scambio (.) il segretario del Psi avrebbe già pronto un elenco di detenuti ai quali si potrebbe concedere la grazia. Un varco di disponibilità nel Psdi. L’«Unità» Limite invalicabile: «Quando diciamo nessuna concessione, intendiamo dire no a qualsiasi atto che significhi entrare in un qualsiasi rapporto contrattuale con le BR. Tale sarebbe anche un cosiddetto patteggiamento mutuo tra Stato e Br».[135]
Smarrimento. Dietro le quinte : tentativi. Incertezze. I comunisti restano fermi nella loro posizione. Il sabato che precede la morte di Moro, Pecchioli è a colloquio con Bonifacio ministro della Giustizia, presente il giudice Vitalone che riferisce di aver incontrato l’autonomo Pifano che gli ha fatto capire che serve un «gesto»dello Stato per liberare Moro. Pecchioli si pronuncia contro, lo stesso farà Andreotti sentito da Bonifacio. Pecchioli , intervistato da Lietta Tornabuoni della «Stampa», affermerà che più volte il Pci minacciò di togliere l’appoggio al governo di fronte ad un cedimento.[136]
6. «Eseguendo la sentenza»
Il 5 maggio il comunicato n. 9, le Br il processo si conclude «eseguendo la sentenza». Un gerundio che lascia ancora un filo di speranza. Il dibattito nelle Br Le Br decideranno per la morte a maggioranza, contrari Valerio Morucci e Adriana Faranda della colonna romana, decisivo il voto di Mario Moretti.
Bartolomei, capogruppo Dc al Senato, il 7 maggio parla a Montevarchi, le agenzie di stampa interpretano un passaggio del suo discorso come disponibilità della Dc a trattare. Per «Paese sera» la dimostrazione che Fanfani è «favorevole a liberare Moro con qualche atto facilitatore»[137] . Lo stesso giorno l’«Unità» ribadisce le ragioni della fermezza: «Ancora una volta il Pci, il partito più rappresentativo della classe operaia e dei lavoratori, si è dimostrato un baluardo saldo e sicuro della democrazia (…) la stragrande maggioranza dei cittadini (…) ha respinto il ricatto del terrorismo e si è stretto intorno ai partiti e alle istituzioni democratiche».[138]
Il 9 maggio si riunisce la direzione della Dc. Alle ore… il ritrovamento del cadavere di Aldo Moro in una Renault rossa, con macabro simbolismo parcheggiata in via Caetani una strada a metà fra Botteghe oscure e Piazza del Gesù, sedi rispettivamente del Pci e della Dc . «La sentenza è stata eseguita». E’ stato assestato un colpo mortale alla Prima Repubblica. Compromessi i rapporti politici. Nulla sarà come prima. Lo storico Agostino Giovagnoli, a conclusione del suo il «Caso Moro, una tragedia italiana» pubblicato nel 2000 dal Mulino, scrive: «A distanza la sua traumatica scomparsa sembra aver anticipato il tramonto di un modo di intendere la nazione, di praticare la politica e di guardare il mondo».[139]
Francesco Cossiga, assumendosi personalmente le responsabilità per le inefficienze dei servizi di sicurezza e delle forze dell’ordine, si dimette da ministro degli interni. Gesto apprezzato dal Pci e dall’opinione pubblica. Il segno di una sconfitta umana e politica. Al Viminale sarà nominato il democristiano Virginio Rognoni, deputato di Pavia, professore universitario, già vicepresidente della Camera.
Le prime sconfitte del Pci
A pochi giorni dalla morte di Moro il voto amministrativo. Quattro milioni di elettori. La mattina del 16 maggio Gustavo Selva, direttore del Gr2, «Radio Belva» come viene chiamata, può dichiarare la sua soddisfazione: due anni prima si temeva il sorpasso ora la Dc sopravanza il Pci di ben 16 punti.[140] Il Pci perde tutto il consenso conquistato nel 1975 e nel 1976, circa 7 punti, si ferma al 26, 5% Un colpo duro. Grande successo per la Dc, il 40,6%, aumenta di 2 punti rispetto al 20 giugno. Il Psi cresce del 4% sulle politiche raggiungendo l’11, 8%. I giovani e tutti quei settori della nuova sinistra che si erano riconosciuti nel voto al Pci ora lo abbandonano. Pesa la scelta della solidarietà nazionale, il suo farsi «Stato». Nella riunione dei segretari provinciali e regionali del 25 maggio Berlinguer non sottovaluta «le circostanze del tutto particolari» in cui si è svolta la campagna elettorale e il voto ma considera un errore minimizzare i risultati e non trarne adeguati insegnamenti. Un’autocritica: «siamo stati generosi forse fino al livello dell’ingenuità, anche perché a questa nostra generosità e lealtà non ha corrisposto eguale lealtà da parte di altri partiti e da parte della stessa democrazia cristiana». Denuncia l’assenza di ogni polemica nei confronti della Dc che ha nociuto all’immagine del Pci.[141] Una chiave di lettura che Berlinguer riproporrà nel bilancio critico sugli anni del triennio. Lo scarto fra laprospettiva, la strategia del compromesso storico e il suo concretizzarsi.
Il 2 febbraio 1978 la Corte costituzionale ammette cinque degli otto referendum presentati dai radicali. Fissata la data della consultazione referendaria il Parlamento riesce a varare la fine della Commissione Inquirente, il 10 maggio, l’abolizione dei manicomi il 13 maggio eil 14 maggio la legge 194 che regola l’interruzione volontaria della gravidanza e legalizza l’aborto. Una vittoria dei movimenti femministi.La Dc, preoccupata del voto referendario, uno scontro che minerebbe la solidarietà nazionale, non ostacola l’approvazione del provvedimento.Restano in vita la legge Reale e il finanziamento pubblico ai partiti. Non c’è passione nella campagna elettorale. Il dibattito è affidato agli opinionisti e agli esperti. Lo schieramento a sostegno dei Sì rassicura sull’esito. Il Pci nella riunione si pronunciato per due No: «Forti e consapevoli»[142] . Con un drastico rovesciamento di posizione, il Msi si schiera per l’abrogazione della legge Reale ed esalta l’ostruzionismo radicale. Il Psi pur schierandosi per il No lascia spazio alla libertà di voto. Una concessione ai radicali.
L’11–12 giugno si vota. Vincono i No. Confermate entrambe le leggi. Due diverse maggioranze. L’abolizione della legge Reale ottiene 76,5% di No, 23,5% Sì; il finanziamento pubblico ai partiti, il 56,4% di No e il 43,6% di Sì. Nonostante il risultato una vittoria radicale tenendo conto dell’ampio schieramento che si è battuto per la conferma delle due leggi. Unici contrari il Msi, Dp, Pdup e ovviamente i radicali. Quanto contano Dal voto al finanziamento pubblico un chiaro segnale della crisi del sistema dei partiti. Un colpo alla solidarietà nazionale. Entusiasta il «manifesto». Per «Repubblica» lo scarto fra lo schieramento a difesa del finanziamento e il voto rappresenta un chiaro segno della crisi del sistema.Un allarme che non sfugge, al di là delle polemiche, né alla Dc né al Pci.[143]
Pesante la situazione economica. Il 26 giugno il consiglio dei ministri vara un aggravio delle tariffe . Aumentano luce, biglietti ferroviari , carta da bollo . Debole la risposta alle misure restrittive del Pci.[144] Peggiorano ulteriormente i rapporti a sinistra, il caso Moro ha aperto un solco profondo. In sofferenza il sindacato. Una difficile vigilia di rinnovi contrattuali
L’elezione di Pertini
Nelle librerie spopola il libro di Camilla Cederna «Giovanni Leone, La carriera di un presidente», oltre 600 mila copie vendute. Dalle colonne dell’«Espresso» dal 1977 la giornalista ha lanciato la sua campagna contro il presidente della Repubblica. Le fonti provengono per lo più dagli articoli apparsi su «Op» il giornale diretto da Pecorelli. Scarsa la reazione Dc. La campagna ha un grande impatto sull’opinione pubblica. Reduci dalle prime sconfitte i comunisti decidono di sintonizzarsi col malcontento. Si pronunciano per le dimissioni, presentando l’iniziativa non come una conseguenza della campagna scandalistica ma per liberare il Quirinale da dubbi e sospetti, nell’interesse del paese.[145] Al congresso repubblicano La Malfa lancia un suo accorato appello all’unità, la rottura della solidarietà nazionale porterà il paese alla rovina.
Paolo Bufalini, ambasciatore su decisione della segreteria e della direzione, s’incontra direttamente con Leone e gli chiede di fare il sacrificio di dimettersi per evitare di inasprire ulteriormente la situazione.[146] Il 15 giugno con un drammatico messaggio televisivo le dimissioni del capo dello Stato. Mancano 14 giorni all’inizio del semestre bianco, il periodo in cui non si possono sciogliere le Camere.
Cossiga negli anni seguenti dirà «dopo Moro, la più grande vittima della Dc». Leone scriverà nelle sue memorie: «Politicamente le mie dimissioni furono volute dal Pci e accettate, o subite, dalla Dc, che mi lasciò solo, mi abbandonò». Nelle ricostruzioni postume affiorano i contrasti fra Zaccagnini e Leone sulla questione Moro. Zaccagnini schierato sulla fermezza, il Quirinale disposto a graziare la Beluschio. In una puntata della «Storia siamo noi» dedicata a Leone il comunista Macaluso dirà: «La direzione era molto perplessa, ho avuto dubbi anch’io, poi però la logica del Pci era unitaria (…) il passo fu fatto d’accordo con Andreotti e la segreteria della Dc. Non si pensi che il partito comunista da solo potesse fare questo passo, che era una cosa eccezionalissima».[147]
Camilla Cederna perderà tutti e tre i gradi di giudizio.Nel 1988 , in occasione dei novanta anni di Leone , i radicali gli porgeranno le scuse.[148]
Le elezioni di Pertini
Le dimissioni di Leone colgono di sorpresa Craxi, avrebbe preferito avere più tempo per preparare una candidatura socialista. Si presenta un’occasione importante per affermare il ruolo del Psi, deve essere sfruttata fino in fondo. Nella direzione del 16 giugno chiede l’unanimità per un voto ad oltranza a un candidato socialista. Favorevole Riccardo Lombardi che ribadisce quanto affermato in un’ intervista al «manifesto»: « Capisco se la Dc avesse preteso di nuovo il Quirinale come garanzia per un governo con dentro il Pci . Ma la Dc non ne vuole sapere , è arroccata, tiene i comunisti nella maggioranza ma fuori del governo. E altra il capo dello Stato non può essere un democristiano». Nel dibattito ci si orienta a votare Pertini come candidato di bandiera per poi trattare su una rosa comprendente Francesco De Martino, Antonio Giolitti e Norberto Bobbio. Riassumendo la discussione il documento conclusivo rivendica «una presenza equilibrata nelle istituzioni della Repubblica». Interrogato dall’«Espresso» Craxi spiega : « Alla presidenza del consiglio e alla presidenza del Senato ci sono due democristiani, alla presidenza della Camera un comunista. Un socialista al Quirinale è un modo concreto per dimostrare di credere effettivamente nel pluralismo».[149]
Il 29 giugno si riuniscono i grandi elettori . Fra i partiti non c’è accordo. Al primo scrutinio i democristiani votano Guido Gonnella, 392 voti, i comunisti Giorgio Amendola 339 voti, i socialisti Pietro Nenni, 88 voti, I missini Condorelli e la Sinistra indipendente Ferruccio Parri, 117 schede fra bianche, nulle e disperse . Al terzo scrutinio la candidatura di Sandro Pertini trova l’appoggio di Democrazia proletaria, 5 voti. Conclusa la prima fase, dal 1 luglio è sufficiente la maggioranza assoluta. La Dc non è convinta della rosa socialista, prende corpo la candidatura di Ugo La Malfa. Il 2 luglio la conferenza stampa di Craxi che, a sua insaputa, lancia la candidatura Pertini. Un passaggio tattico. Veto democristiano. All’Hotel Raphael , il 5 luglio, Piccoli e Galloni s’incontrano con Craxi, la richiesta dc è un socialista meno di parte. Spunta il nome di Giuliano Vassalli. Una candidatura che non può trovare l’assenso del Pci . Difensore dei fratelli Lefebvre nel caso Lockheed,legale di 6 inquisiti davanti alla commissione parlamentare inquirente , gran consigliere di Craxi nei giorni del sequestro Moro. Nonostante queste riserve Vassalli è inserito nella rosa dei candidati laici con La Malfa, il socialdemocratico Rossi e Aldo Bozzi. Il 3 luglio rinuncia Pertini : «una candidatura dell’area socialista – dichiara - deve, nell’interesse del paese essere espressione di tutto l’arco costituzionale che rappresenta la unità nazionale».
Dal quinto scrutinio la Dc si astiene; votano scheda bianca socialisti, repubblicani, missini; Il Pci … Il 4 luglio prima della nona votazione il segretario repubblicano Oddo Biasini ufficializza la candidatura di La Malfa. La mattina «Repubblica» ha titolato La Dc dice no a tutti. Vuole un laico ma non dice chi . Nel vertice del 5 veti incrociati su Pertini e Vassali . Dopo 24 ore nuovo vertice. Lo scontro ora è sui nomi di La Malfa e il socialista Antonio Giolitti. Craxi attacca personalmente il leader repubblicano , troppo schierato sul compromesso storico e accanito antisocialista. La Dc vuole l’unanimità dei partiti dell’arco costituzionale e comunica la disponibilità a esaminare le candidature di La Malfa, Vassalli , Paolo Rossi indicato dai socialdemocratici e il liberale Aldo Bozzi.[150] La mattina del 6 è ferito l’ingegner nome Ravaioli presidente dell’Unione industriali torinese. In giornata una sola votazione. Dall’ottava votazione i radicali non rispondono più alla chiama. L’«Unità» del 6 luglio Avvilente spettacolo.
Il 7 luglio la rinuncia di La Malfa. Sembra scontata l’elezione di Giolitti. L’ostilità al loro candidato irrigidisce i repubblicani, occorre un nome a loro gradito. Il Psi è irremovibile : un presidente socialista. Non è disposto ad altra soluzione. La Dc vuole battere l’intransigenza socialista. Il Pci dopo un certo nervosismo accetta di votare un candidato socialista ma vuole scegliere fra una rosa di nomi. La Dc continua a resistere alla candidatura Pertini. Il Pci non vuole isolare il Psi. Non può rompere a sinistra anche se irritato dalla rigidità socialista sul leader repubblicano [151] . La Dc fa propria la candidatura Pertini e la rilancia alle altre forze politiche. Pertini è il candidato ideale. Si è schierato sulla linea della fermezza in occasione del caso Moro, è autonomo dal Psi di Craxi. Una bandiera non solo del socialismo ma dell’intera sinistra. Il 7 colpito il vicedirettore dell’Intersind Fausto Gasparino ex vicesegretario dc a Genova.
Il Pci sceglie Pertini , il candidato più autonomo da Craxi. L’8 luglio al 16 scrutinio l’elezione di Sandro Pertini. Su 995 presenti 832 voti, schede bianche 121. Con l’ eccezione del Msi tutti i grandi elettori , in piedi , applaudono convinti. Scrive Scalfari : « Arriva al Quirinale un gran galantuomo e uno spirito liberissimo. Se il Paese voleva essere rappresentato da un personaggio che niente ha mai avuto a spartire con le segreterie dei partiti , con le anticamere dei ministeri, con clientele di collegio, coi gruppi d’interesse , se voleva insomma un contrappeso alle burocrazie agli “ apparatniki “, non si poteva scegliere meglio».[152]
Un settennato che lascerà un’ impronta indelebile. Nel discorso d’insediamento Pertini ricorda , commosso, l’amico Moro : « Alla nostra mente si presenta la dolorosa immagine di un amico a noi caro, di un uomo onesto, di un politico dal vasto ingegno e dalla vasta cultura : Aldo Moro ( l’assemblea è in piedi) Quale vuoto ha lasciato nel suo partito e in questa assemblea ! Se non fosse stato crudelmente assassinato , lui non io , parlerebbe oggi da questo seggio a voi» .[153]
Il paese ha assistito allo spettacolo delle sedici votazioni. Ci si domanda se non sarebbe meglio l’elezione diretta. Sull’«Unità» Carlo Cardia , collaboratore di Ingrao , un articolo di sei colonne. Sul «Corriere» ne scrive il sociologo Alberoni. L’«Espresso» vi dedica un ampio servizio a firma di Paolo Mieli.[154] Secondo un sondaggio dello stesso settimanale il 62% degli italiani vorrebbe l’elezione diretta . «Mondoperaio» pensa di affrontare la questione quanto prima in uno specifico convegno.
Annunciando il comitato centrale straordinario previsto per il 13 luglio l’ufficio stampa del Psi precisa l’oggetto della discussione : « un approfondito esame del significato dell’elezione di Pertini alla suprema magistratura dello Stato e delle prospettive che si aprono oggi in seguito all’affermazione dell’iniziativa socialista per la battaglia per il Quirinale». Si teme il disimpegno dalla maggioranza. Craxi su «Repubblica» : «Allo stato delle cose il governo Andreotti non ha alternative» ma accusa La Malfa di un« costante pregiudizio antisocialista». Martelli in un’ intervista precisa le ragioni del contrasto : «Il Pri si è caratterizzato in questi anni più come commentatore che come attore della vita politica » e non può essere , a differenza del Psi, la forza centrale di mediazione fra i due principali partiti. I liberali non mancano di rilevare che conclusa la vicenda presidenziale emergono «le crepe della grande coalizione» e «la dissociazione dei partners della nuova e già decrepita “maggioranza d’ammucchiata”». Intervistato dal GR3 , Craxi che punta ad egemonizzare l’area laica, lancia il suo messaggio distensivo : «non dovrebbero esserci guerre di trent’anni fra socialisti e repubblicani». Oddo Biasini, del Pri, sul «Giorno» insiste sulle contraddizioni della linea socialista : tesa esclusivamente a conseguire risultati sul piano elettorale, senza preoccuparsi della tenuta del quadro politico. Per l’«Umanità», il quotidiano del Psdi , occorre guardare oltre l’emergenza « non per preparare elezioni anticipate o crisi al buio» , in ogni caso è necessario che non abbia sviluppo la strategia del compromesso storico . Per delineare un nuovo quadro politico è essenziale la presenza di un’area socialista concorde nel voler portare avanti un confronto col Pci che acceleri la sua revisione.
Proudhon contro Lenin
Il Psi ha conquistato il centro della scena politica. Con la posizione assunta sul caso Moro è visto con interesse da radicali e sinistra antagonista , al suo attivo il successo alle amministrative e l’elezione di Pertini. Il gruppo dirigente avverte la necessità di definire ulteriormente i lineamenti dell’autonomia rivendicata al congresso di Torino. Nel contesto del governo d’unità nazionale, questo significa differenziarsi sempre di più dal Pci sul piano ideologico e rifondare in termini competitivi il rapporto con la Dc. L’11 luglio Cicchitto interviene sulle vicende interne della Dc. Un attacco diretto a Zaccagnini: «Molte delle prospettive politiche future dipenderanno dalla sopravvivenza di una segreteria Dc che, sul terreno degli schieramenti, si è sinora qualificata per il suo rapporto preferenziale con i comunisti e i repubblicani». Al tempo stesso individua in Donat Cattin e Bisaglia, notoriamente avversi al dialogo col Pci, i dirigenti democristiani con i quali è possibile avviare un confronto. Dichiarazioni che provocano l’immediata reazione di La Malfa che le considera gravi in un momento che richiede il massimo forzo unitario. Per il leader repubblicano, come scrive, un partito che si colloca come alternativo al Pci « prima o poi finisce per stabilire una relazione preferenziale con la Dc e tende ad emarginare il Pci dalla maggioranza. Se questa è la strada, arriveremo prima o poi ad una qualche reincarnazione del centrosinistra. Molti nella Dc ci pensano e molti ci pensano nel Psi». Di lì a poco Signorile attribuisce alla «matrice leninista» le ragioni della «pregiudiziale che impedisce al Pci di entrare nel governo ».[155]
La replica comunista arriva con l’intervista di Scalfari a Berlinguer del 2 agosto. Il direttore di «Repubblica» domanda : «Ma insomma siete leninisti o non lo siete ? ». Berlinguer: «Chi ci chiede di emettere condanne e di compiere abiure nei confronti della storia e in particolare della nostra storia, ci chiede una cosa che è al tempo stesso impossibile e sciocca. Non si rinnega la storia: né la propria, né quella degli altri. Si cerca di capirla, superarla, di crescere, di rinnovarsi nella continuità». Non rinuncia a polemizzare col Psi «E c’è ora una neovocazione a farci esame da parte dell’attuale gruppo dirigente del partito socialista. Questo è un fatto nuovo. Non esito a dire preoccupante (…) Ma da qualche mese in qua, si direbbe che il Psi tenda a divenire il punto di riferimento di un’area neoliberale, neosocialdemocratica ed anche estremistica. Staremo a vedere dove tutto questo porterà. Ma certo non siamo indifferenti».[156]
Per l’«Avanti un’intervista priva di « novità e senza particola interesse» , aggiunge «il tentativo di spingerci a destra che si legge tra le righe della polemica è maldestro, e puzza di stalinismo, è un pessimo modo di impostare i rapporti con noi all’insegna dell’unità che diviene in questo modo unità della propaganda e della sovranità limitata».[157] Siamo ad agosto, un periodo in cui i giornali vanno a caccia di polemiche e sono ben lieti di ospitare articoli che accendano ulteriormente il confronto. Un lungo elenco di botta e risposta.[158] Si aspetta con morbosa attenzione l’intervento di Craxi. Anzi meglio si vuole suscitare.
L’attesa sarà esaudita. Sull’«Espresso» del 23 agosto appare il lungo saggio di Bettino Craxi, scritto da Luciano Pellicani, Il vangelo socialista. A Lenin si contrappone Proudhon . dire qualcosa « Tra comunismo leninista e socialismo esiste una incompatibilità sostanziale», « leninismo e pluralismo sono termini antitetici». Preme al segretario socialista presentare il Psi come la sinistra moderna, europea, libertaria contro un Pci anchilosato, integralista sul piano della cultura politica e al tempo stesso incline al compromesso consociativo con la Dc. Un posizionamento che ha ben colto Berlinguer nell’intervista a Scalfari laddove affermava: « La verità è che si teme che la presenza di questo partito comunista modifichi i vecchi equilibri di potere nella nostra società e nel nostro Stato (…) Ed ecco allora l’esame di democrazia, le domande sul leninismo. In realtà i nostri esaminatori vogliono sentirsi dire da noi: evviva la socialdemocrazia, unica forma di progresso politico e sociale. Allora i nostri esaminatori si direbbero soddisfatti: “La risposta è esatta. Sciogliete il Pci e tornatevene a casa”».[159]
Il dialogo a sinistra si fa sempre più difficile. «L’articolo – scrive Scalfari – segna una data storica nella vita del Psi (…) La posizione di Craxi politicamente significa questo: 1) l’unità della sinistra in Italia è rotta per sempre. 2) senza bisogno di congressi e di comitati centrali, con un semplice tratto di penna, il segretario del Psi ha cancellato cent’anni di storia del suo partito, ha rivoluzionato la topografia degli schieramenti politici italiani ed ha di fatto fondato un grande partito liberalsocialista (…) Nasce in Italia un grande partito laico e borghese, con le sue punte studentesche e persino pararivoluzionarie, ma nella sostanza profondamente incardinato nelle istituzioni del liberalismo».[160]
L’inasprirsi della polemica Psi- Pci non sfugge alla Dc che , il 29 luglio , nel suo primo consiglio nazionale senza Moro, affronta il tema del rapporto con i comunisti : un confronto ma senza «appiattimenti».[161]
Berlinguer a Genova
Il 12 settembre i sindacati incontrano il governo e presentano un contributo critico al piano Pandolfi. Il 17 settembre Berlinguer conclude la festa dell’Unità a Genova.[162] Alle spalle la vicenda Moro, la sconfitta alle amministrative , la polemica col Psi, la stangata del governo Andreotti, la base del partito sempre più ostile alla collaborazione con la Dc e critica nei confronti del vertice. Un lungo discorso, «macchinoso» lo definirà successivamente Giorgio Napolitano.
Il segretario del Pci difende l’identità del partito : « Il ripensamento critico della storia del socialismo» non può giungere a rinnegare la Rivoluzione d’ottobre che definisce « il più grande evento storico di questo secolo» e ancora « Se altri vogliono compiere una simile abiura lo facciano. Certo noi, per intima convinzione, non lo faremo mai». Berlinguer che non ha esitato a polemizzare con l’Urss, che cerca la terza via nell’eurocomunismo , ha rischiato la prova della solidarietà nazionale sembra rinserrarsi nella tradizione. Deve rimotivare un partito ferito, incerto, sottoposto all’offensiva della destra e della sinistra . Attaccato da chi lo rappresenta subalterno alla Dc e chi ancora prigioniero di residui leninisti o peggio ancora stalinisti . Il segretario parla al popolo comunista. Polemizza con gli ultimatum ideologici . Affronta il tema della crisi economica che resta grave. Lancia avvertimenti alla Dc : «L’onere del risanamento non può essere sopportato unicamente dalla classe operaia nell’immobilità di tutto il resto della società . La classe operaia può anche contenere entro certi limiti le sue rivendicazioni salariali (e lo ha già fatto). Ma bisogna che la Dc si decida. I grandi patrimoni,i grandi evasori vanno finalmente colpiti». Difende la fermezza sul caso Moro. Guarda in termini nuovi ai giovani e ai movimenti : «Talvolta siamo scossi e sgomenti di fronte ai giovani . Ma sono figli nostri, sono figli della nostra lotta per la libertà. Noi vogliamo essere con i giovani e interpretare il senso della loro ribellione anche quando non ne condividiamo certe forme». Prospetta nuove alleanze sociali. Berlinguer prepara il partito all’opposizione.
Scriverà Napolitano: «Credo di poter dire che Berlinguer sentì drammaticamente la necessità di una ritirata dal terreno di una vasta alleanza e di una ardua prova di governo, su cui aveva condotto il partito. Si considerò probabilmente , nel suo intimo, responsabile del rischio cui aveva esposto il Pci e avvertì l’imperativo assoluto di portarne in salvo, il più possibile le forze. Lo fece tuttavia – e lo dico con il massimo rispetto per il suo sofferto sforzo- guardando piuttosto indietro, al patrimonio di risultati e di risorse accumulato nei decenni, anziché avanti, a sponde più sicure , a posizioni più sostenibili e feconde da raggiungere con matura convinzione».[163]
Commenta Pintor sul «manifesto» : «Berlinguer ha parlato , così mi pare, come il capo di un grande partito assediato e minacciato. Assediato dalle difficoltà oggettive, dalla crisi in cui versa il paese, da uno stato di emergenza di cui non vede bene come uscire, dall’astuzia democristiana che vede nel Pci un portatore d’acqua o un donatore di sangue a termine , e dalla disinvoltura con cui i socialisti cercano nuovo spazio. E minacciato dalle sue tesse contraddizioni» [164] . Scalfari intuisce il cambio di passo che Berlinguer vuole imprimere al Pci , una conseguenza degli attacchi che sta subendo : «Bisogna stare molto attenti quando si attuano operazioni così spregiudicate. Bisogna stare molto attenti , perché siamo arrivati al punto d’aver imbottigliato il Pci (…) Se – come comincia ad accennare – riprenderà la sua libertà e manderà la casa in malora , in malora ci andremo tutti. O si crede che l’ora brutta sia passata e che adesso si possano cacciare di nuovo i comunisti nel ghetto senza conseguenze».[165]
Il 24 settembre a Perugia si ripete la marcia della pace come nel 1961 . Tornano le bandiere iridate. Perché Il 26 settembre a Milano nasce il comitato di lotta contro la leggina Scotti per la salvaguardia della scala mobile. Continua lo stillicidio delle morti . Il 29 settembre le Br uccidono il caporeparto Fiat Pietro Coggiola. A Milano è ferito il dirigente Alfa Ippolito Bestonso. A un anno dalla morte di Walter Rossi manifestazioni in tutta Italia scontri e guerriglia urbana.
Misteri, trame : Via Montenevoso
Nel numero di «Op» che esce nelle edicole il 26 settembre Pecorelli torna sulla vicenda Moro e annuncia :«nei prossimi giorni probabilmente leggeremo almeno un’altra trentina di lettere». Domanda «Reggerà il quadro politico?».[166] Il 1° ottobre l’ «Operazione Jumbo». Un successo del nucleo speciale antiterrorismo costituito nel settembre sotto la guida del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa. Una tipografia e tre covi smantellati. Nove brigatisti catturati . Il colpo più significativo l’irruzione nell’appartamento di via Monte Nevoso a Milano , colti nel sonno e arrestati Franco Bonisoli e Nadia Mantovani. Ritrovato un vero e proprio archivio delle Br. La verbalizzazione dei materiali richiederà cinque giorni. Fra i documenti 28 lettere di Moro. Due in meno rispetto alla lungimirante previsione di Pecorelli. Si apre la lunga, controversa, misteriosa storia delle carte di Moro che attraversa gli anni ottanta e non troverà soluzione neppure con i nuovi e più cospicui ritrovamenti nello stesso appartamento 1990 a ridosso dell’esplosione del caso Gladio. Versioni diverse. Rivelazioni contraddittorie negli anni, nei processi, nelle varie commissioni di indagine. .Un labirinto di cui offre una pregevole ricostruzione e interpretazione il libro di Miguel Gotor «Il memoriale della Repubblica».[167]
A pochi giorni dall’irruzione , il 6 ottobre il giornalista Giorgio Battistini che per «Repubblica» si occupa di terrorismo rivela che : «lo scottante dossier è stato portato a Roma nella notte fra martedì e mercoledì ( tra il 3 e il 4 ndr ) su un auto con due persone. Fatto leggere a qualche personaggio il cui nome probabilmente ricorre nel corso delle “confessioni”, fotocopiato e quindi riportato nella capitale lombarda. Si tratta di un’operazione compiuta in gran segreto, s’è detto, a insaputa dello stesso magistrato , il quale ancora ieri si affannava a smentire l’esistenza del documento »[168] . Il giornalista aggiunge che il documento, secondo chi l’ ha letto, è di sessanta pagine dattiloscritte. Anche Giorgio Bocca interviene sull’argomento con un articolo dal titolo Il generale tace il giudice ignora :« citare ? Il 7 ottobre Giorgio Battistini è più preciso anche se resta dubitativo Tutto contro Andreotti il memoriale di Moro. Sono stati svelati anche segreti di stato?
Il 10 Rodotà chiede la pubblicazione Il “memoriale” Moro e il segreto di Stato . Ugo Pecchioli intervistato da Claudio Fracassi, “Perché vogliamo che il dossier sia reso noto”, «Paese sera», 15 ottobre 1978.
Il ministro degli interni Virginio Rognoni il 24 ottobre risponde alle interrogazioni presentate da tutti i gruppi parlamentari. Il dibattito impegna tre sedute.[169] Per Il ministro :«Ogni insinuazione o accusa di alterazione della verità è priva di qualsiasi fondamento» . Nel dibattito Luciana Castellina avanza la proposta di una commissione di indagine. Proposta respinta e che sarà ripresa solo negli anni successivi. Il dibattito non scioglie gli interrogativi. Per Magri nelle parole del ministro : «un riassunto dignitoso ma censurato di quanto la stampa ha pubblicato». Restano i misteri e i segreti sulla lotta intestina che è in corso fra i vari corpi dello Stato e nelle stesse forze politiche.
Pdup un congresso che divide
Dai giorni della crisi di marzo Lucio Magri matura sempre maggiore consapevolezza che occorre compiere un bilancio critico dell’esperienza del’unità nazionale e sia necessario gettare le basi per un programma comune della sinistra che veda coinvolti il Pdup, il Psi e Sinistra indipendente. Una prospettiva che ha bisogno di luoghi e occasioni di riflessione. Idee condivise da Claudio Napoleoni , senatore della Sinistra indipendente e autorevole economista. A settembre a firma congiunta su «Repubblica» annunciano il progetto : « La polemica nella sinistra sta diventando pericolosamente aspra ma è grave soprattutto il fatto che, facendosi ideologica e rituale, non avvicina di un passo la soluzione dei problemi reali, e anzi neppure serve ad individuarli. Se le cose continuano ad andare avanti così , dopo l’emergenza e l’unità nazionale non avremo il compromesso storico o l’alternativa, ma una sconfitta della sinistra non di breve periodo (…) avanza un graduale scollamento del blocco della sinistra : cresce la concorrenzialità tra socialisti e comunisti, si incrina l’unità della sinistra e il rapporto sindacato-masse, molta intellettualità progressiva si rifugia in una cultura del dissenso , si accentuano spinte corporative, l’opposizione al sistema si carica di violenza e disperazione». Una lucida analisi della situazione e dei rischi in cui sta precipitando la sinistra nel suo insieme. Dopo aver passato in rassegna le questioni che caratterizzano la crisi economica propongono l’avvio di una ricerca per superare l’attuale modello di sviluppo per la definizione di un disegno programmatico di lungo respiro.[170] A novembre è previsto il congresso del Pdup. All’interno si agitano contraddizioni e tensioni. La linea proposta da Magri non convince la redazione del manifesto secondo cui il nuovo Pdup può nascere solo per via «processuale» ed è impossibile tagliare i ponti con il movimento del 77 e l’arcipelago della nuova sinistra. Per Lidia Menapace, schierata sulle posizioni di Magri- Castellina, «non si può continuare senza dotarsi di una linea da qui la decisione della direzione del Pdup di assumersi la responsabilità di rompere il cerchio magico, o il circolo vizioso del continuo rinviare il confronto da un documento a un seminario , da un articolo a una riunione di direzione con il conseguente trasformarsi in una associazione ideologica o in un’accademia non sempre interessante».
La relazione di Luciana Castellina il 10 novembre a Viareggio, apre i lavori del congresso. Sul tavolo della presidenza lo striscione Un partito per la svolta, una svolta per il partito. Si propone un «programma comune» nella consapevolezza di poter accelerare la crisi dell’unità nazionale e determinare un mutamento del quadro politico. Una linea che vede la drastica contrarietà di Rossana Rossanda .Resta convinta della dimensione movimentista , non vuole rinchiudersi nella ristrettezza di un minipartito. Con «emozione» di fronte alla «compagna che più stimiamo» Magri , in un breve intervento . ribadisce la necessità che il Pdup «cominci ad essere, anzi che finalmente cominci a essere , un partito».La Rossanda i giornalisti : «E’ un rottura. Qui finisce la storia del gruppo dirigente uscito dal Pci nel ’69 e diventato famoso con il nome del Manifesto. Non è stata una mano tesa , anzi magri si è ancora di più allontanato, è cambiato ancora».[171] Rossana Rossanda abbandona il congresso, resta Valentino Parlato. La mozione conclusiva che approva la relazione della Castellina ottiene 282 voti, 62 la mozione di mediazione dei delegati piemontesi, 114 delegati in sintonia con le posizioni della Rossanda e di Parlato non votano . Il giorno dopo il manifesto titola Si è concluso il congresso del Pdup con una maggioranza di misura. Sul quotidiano il corsivo della Rossanda Nove anni difficili e finiti. A una settimana dal congresso l’iniziativa promossa dal Centro per l’unità della sinistra sul tema un aggiornamento del caso italiano.[172]
Il Pci vota contro
Il 16 novembre un’ora e un quarto di colloquio fra Pertini e Berlinguer . Sono entrambi preoccupati della situazione , uno stato di pre-crisi. Secondo la testimonianza di Antonio Ghirelli , allora alla segreteria di Pertini , Berlinguer si dimostra sicuro che la base socialista non è disposta a seguire Craxi in un nuovo centro-sinistra. Pessimista - invece - il capo dello Stato. A suo avviso orgoglio e patriottismo di partito possono fare il gioco di Craxi.[173]
Nota riservata di Pecchioli sui colloqui con Pertini 20 novembre
Nelle elezioni regionali in Trentino – Friuli Venezia Giulia si conferma la frattura fra i partiti tradizionali e gli elettori già manifestatasi nei referendum. Il Pci perde quasi 5 punti rispetto alle politiche, alla sua sinistra Democrazia proletaria e Nuova sinistra raggiungono il 7%. Arretrano Psi e Psdi. Avanzano le liste locali.
Pertini , in modo irrituale , avvia incontri informali con i segretari dei partiti. «Una cosa che di solito avviene soltanto per le consultazione nei periodi di crisi», commenta «Panorama». Già dopo il voto del Friuli Pietro Longo, neo segretario del Psdi, chiede al capo dello Stato un significativo rimpasto nel governo per evitare la crisi. Craxi è dello stesso avviso, sollecita un mutamento dell’esecutivo che attribuisca metà ministri alla Dc e una metà ripartita tra gli altri partiti a cui spetterebbe il compito di nominare tecnici non iscritti e a loro graditi. Il 27 novembre Pietro Longo , a nome del Psdi, formalizza la richiesta di una verifica fra i partiti della maggioranza. I repubblicani fissano le condizioni: adesione allo Sme e dibattito sul piano triennale.
Nonostante le esitazioni di Andreotti la Comunità europea decide di anticipare al 1° gennaio 1979 l’entrata in vigore del Sistema monetario europeo . Il Pci ha già annunciato la sua contrarietà. Le pressioni repubblicane e della destra dc costringono Andreotti a decidere. Il 7 dicembre inizia la discussione in Parlamento , il 12 dicembre i comunisti votano contro. Il Psi si astiene. A favore repubblicani, socialdemocratici e liberali. La risoluzione presentata dalla Dc è approvata con 270 voti, 228 contrari e 53 astenuti. Napolitano intervenendo anche se esclude la volontà di aprire una crisi afferma: « il governo deve assumere interamente le sue responsabilità di una scelta rischiosa che i comunisti si sentono di non condividere». In realtà , come sostiene Chiaromonte la crisi è ormai aperta. Il 18 dicembre il ministro Pandolfi a Bruxelles firma l’adesione italiana allo Sme.
Il 15 dicembre la Camera è paralizzata da 1000 emendamenti firmati da radicali, liberali, missini, Pdup sul decreto sul personale universitario meglio conosciuto come decreto sui precari approvato ad ottobre al Senato il 1 dicembre modificato in commissione deve tornare al Senato scade il 23 dicembre.
Alla fine dell’anno un altro colpo al governo. Stavolta viene da Pertini che rispedisce al Parlamento la legge per la riforma sanitaria in quanto priva di copertura finanziaria. La lettera di Pertini ad Andreotti è pubblicata per intero da «Repubblica». Dalla Dc vivaci proteste. Al contrario grandi elogi su tutti i quotidiani che apprezzano il richiamo alla Costituzione. Scrive, fra gli altri , Silvano Tosi della «Nazione»: « un’ottima cosa in sé e un chiaro monito per un potere politico un po’ cialtrone».
Cresce il pericolo di un intervento degli Usa in Iran per fermare la rivoluzione Koemenista. Venti di guerra , l’avvio di quella che sarà definita la «seconda guerra fredda». In Italia terrorismo e mafia non si fermano.
Berlinguer nella riunione della direzione dell’11 gennaio pone all’ordine del giorno l’uscita dalla maggioranza: «Non possiamo accettare che una situazione che va continuamente deteriorandosi e il ricatto delle elezioni. Evitare le elezioni adesso non vuol dire evitarle dopo le elezioni europee. Ci vuole un colpo di timone ». Poi la domanda a sé e ai membri della direzione «Possiamo ritirarci dalla maggioranza ?». Non lo esclude anche se afferma « non propongo di farlo domani (…) La linea che io propongo è di lavorare per premere sul programma, di avere rapporti con Psi e Psdi , di snidare le intenzioni della Dc» infine di decidere appena conosciuto il piano Pandolfi». Perplesso Macaluso. Contrari Renzo Trivelli e Galluzzi. Temono che vadano persi i risultati acquisiti nel triennio. In particolare, come afferma Trivelli , la legittimazione del Pci nell’area di governo. Berlinguer conclude riconoscendo che vi accordo sull’analisi ma non sulle conseguenze. E’ chiaro, comunque, che ha preso una decisione : «non possiamo rimanere attaccati a una situazione sfilacciata» . E’ dubbioso sulla possibilità di un recupero della collaborazione fra i partiti « tutto ci scoppierebbe fra le mani tra due mesi».[174] La decisione è rinviata ma ormai certa.
Il 12 gennaio 1979 il consiglio dei ministri vara il piano triennale predisposto da Pandolfi . Secondo le indiscrezioni per il tasso di sviluppo si prevede un incremento del reddito del 4,5% nel 1980 e del 4 % nel 1981. Negli stessi giorni la commissione inquirente boccia la richiesta comunista di revoca del provvedimento di archiviazione per Andreotti, Luigi Preti , Giacinto Bosco e Ferrari Agradi accusati di essere coinvolti nello scandalo dei petroli secondo cui tra il 1967 e il 1973 i partiti di centrosinistra si sarebbero divisi 28 miliardi di lire.
Zaccagnini incontra il presidente americano Carter che conferma la contrarietà a un allargamento del governo ai comunisti anche se non spinge per un mutamento di quadro politico. Il piano triennale non convince i sindacati che proclamano per il 2 febbraio uno sciopero generale di 4 ore.[175] Craxi insiste per una «crisi pilotata» , chiede un governo « più rappresentativo». Longo non demorde , vuole la crisi. Il 14 gennaio sull’ «Unità» un editoriale non firmato La risposta è alla Dc , ripropone il nodo che ha contrassegnato il triennio : i comunisti nel governo[176]. E’ una settimana di lotte : braccianti, tessili, alimentaristi.[177]
Il Pci esce dalla maggioranza
Molte attese per la direzione del Pci del 17 gennaio. Rispetto alla precedente riunione le questioni si sono ulteriormente aggravate . Per Berlinguer si tratta ormai di decidere i tempi e le modalità dell’ uscita dalla maggioranza. Non vi è accordo. Si pacca il gruppo dirigente. Contrari Chiaromonte, Macaluso, Perna , Trivelli, Bufalini e Napolitano.[178] Al termine si vota il documento che sarà presentato al vertice di maggioranza . Annota Barca : « la riunione si chiude con l’ennesimo compromesso: forte critica al governo e preannuncio di una eventuale uscita. Poco per mobilitare il partito e prospettargli chiaramente una correzione di linea, anche se sufficiente per permettere a Berlinguer di portare avanti la sua ferma decisione».[179]
Il giorno dopo il testo della risoluzione è pubblicato sull’«Unità» : La condotta della Dc mina le basi dell’accordo unitario.[180] Per Galloni : rilievi pretestuosi. Cauto il «Popolo», secondo cui le critiche del Pci : « non sfociano in un annuncio – almeno per l’immediato – di dissociazione del Pci dalla maggioranza». Una sottovalutazione. Su «Repubblica» Eugenio Scalfari commenta : «il leone comunista non è di carta» , ha deciso e «non ruggisce per scherzo».[181]
Ad aggravare un quadro fortemente compromesso il pasticcio delle nomine nella commissione interparlamentare. Si oppongono Pci e Pri. Giorgio Mazzanti, vicino a Signorile , è nominato alla presidenza dell’Eni. Il malessere cresce. Altre nomine Il 18 la direzione dc dà mandato a Zaccagnini perché assuma « opportune iniziative» per una verifica politica. Il 21 gennaio sull’«Avanti!» : Il governo ha i giorni contati. Il 24 si riuniscono i partiti della maggioranza, Psi e Psdi chiedono un «negoziato globale». Lo stesso giorno a Genova le Br uccidono l’operaio comunista Guido Rossa, iscritto alla Cgil, delegato del consiglio di fabbrica dell’Italsider. A ottobre aveva permesso l’arresto di Francesco Berardi scoperto a lasciare volantini firmati Br in fabbrica, poi testimoniato al processo che aveva condannato il brigatista a quattro anni.[182]
Venerdì 26 gennaio il vertice della maggioranza. Berlinguer illustra il documento approvato dalla direzione, infine : « Dobbiamo chiederci oggi se il nostro senso di responsabilità voi non lo abbiate scambiato per arrendevolezza , se non abbiate davvero creduto che noi dovessimo fra parte della maggioranza per una sorta di apprendistato o di legittimazione democratica e che fosse per noi sufficiente e soddisfacente – comunque andassero le cose – far parte della maggioranza. Chi ha creduto così ha preso un grosso abbaglio».[183] Zaccagnini considera «ingiuste» le critiche e conferma il quadro politico, disponibile a aprire un confronto sul piano triennale e a considerare il l’unità nazionale « per un arco di tempo che va al di là della durata della presente legislatura».[184] Ai giornalisti « Noi non poniamo discriminazioni , però riaffermiamo realisticamente che la presenza del Pci al governo ci sembra non attuale».[185] Esulta l’ambasciatore americano Gardner . Nelle sue memorie scrive : « Il 26 gennaio l’evento storico che tutti si aspettavano divenne finalmente realtà: Berlinguer annunciò che il Pci ritirava il proprio appoggio al governo Andreotti ».[186] Il giorno dopo sull’ «Unità» Ecco perché il Pci esce dalla maggioranza.
A Genova una folla commossa, indignata , partecipa ai funerali di Guido Rossa. Il capo dello Stato ha accettato l’invito della Flm a partecipare. E’ sul palco con Luciano Lama che pronuncia una severa autocritica per la solitudine in cui è stato lasciato Guido Rossa e per le zone d’ombra che si manifestano nella mobilitazione operaia contro il terrorismo. Dopo aver appuntato la medaglia d’oro sul cuscino ai piedi della salma , Pertini a fianco della vedova , sotto la pioggia , segue a piedi il corteo funebre. Il 28 gennaio a Milano un commando di Prima Linea uccide il giudice Emilio Alessandrini, si stava occupando della pista nera per la strage di Piazza Fontana e dei servizi deviati ed era impegnato nelle indagini su Roberto Calvi e la vicenda del Banco Ambrosiano.[187]
L’indomani, 29 gennaio,Andreotti si presenta alla Camera. Le brevi comunicazioni si soffermano sui risultati ottenuti. Il tasso di inflazione passato dal 23% all’ 11,6 , L’inversione di tendenza nella bilancia dei pagamenti , dal deficit di 2.820 milioni di dollari del 1976 a un avanzo di oltre 8 miliardi di dollari nel 1978, la ricostituzione delle riserve valutarie spendibili .Diminuite le ore di sciopero , nel primo semestre 1976 erano state di 286 milioni , nello stesso periodo 1979 ( ???) erano 154 milioni. Aumentato il risparmio bancario che sale a 90.000 miliardi da 52.000 miliardi. Cita i principali provvedimenti del triennio : la riforma sanitaria, i decreti di attuazione dell’ordinamento regionale, l’equo canone,la riconversione industriale , la legge sull’occupazione giovanile. Conclude « Quello che mi sembra necessario ribadire in modo fermo e senza possibilità di equivoci è che, dinanzi ai grandi problemi della sicurezza, della difesa del lavoro, le forze democratiche dell’Italia repubblicana si mantengano concordi e non ammettano fughe o avventure».[188]
Alessandro Natta argomenta sulla scelta comunista della solidarietà nazionale: «La abbiamo voluta , pur avendo coscienza che avremmo incontrato difficoltà, che avremmo pagato dei prezzi – e li abbiamo pagati – per questa politica». Ricostruisce le scelte compiute dopo il 20 giugno e valorizza il ruolo del Pci anche a fronte di « incongruenze» delle altre forze politiche. Denuncia gli ultimi atti del governo , conferma la decisione di uscire dalla maggioranza rivendicando la formazione di un « governo di unità, con la partecipazione di tutte le forze democratiche».[189] Il socialista Balzamo prende le distanze dai due principali partiti della maggioranza : « le condizioni in cui versa il paese» non consentono di « indicare quale partito porti le responsabilità della crisi». si pronuncia per un proseguimento della legislatura.[190] Galloni per la Dc difende l’operato del governo prendendo a pretesto l’editoriale di Napolitano afferma che è «ancora aperta la strada per un recupero del discorso(…) c’è ancora largo spazio per la discussione» e dichiara la disponibilità dc a un’attenta riconsiderazione del programma e della struttura del governo, come richiesto dall’area socialista . Motivando la chiusura alla proposta comunista si richiama alla linea del confronto di Moro che contrappone alla strategia del Pci : «Noi non abbiamo mai accettato , neanche come prospettiva di lungo termine, la cosiddetta democrazia consociata che identifica la democrazia con il potere di Governo, anziché – come noi riteniamo – con il rispetto della funzione e del valore delle minoranze , con il riconoscimento della loro potenzialità di Governo».[191].Per Luciana Castellina, del Pdup , l’unico rammarico è la fine tardiva della grande maggioranza, ora si impone la riconsiderazione dell’esperienza svolta e quindi la necessità della ricostruzione dell’unità delle sinistre anche scontando « una fase di opposizione» per «riproporre con più forza la propria candidatura al governo». « La forza di questa rottura , nella misura in cui libera finalmente energie e intelligenze dalla cappa soffocante di questi due anni, è molto grande , e perciò consideriamo , quale che sia la lucidità con cui viene affrontata, la caduta del Governo Andreotti e la fine della grande coalizione come un importante passo in avanti e lo salutiamo con grande gioia».[192]
Andreotti si dimette. Pertini si concede solo 36 ore per conferire l’incarico. Semplifica il rito delle consultazioni, evita di sentire ex presidenti del consiglio ed ex presidenti di assemblee legislative. I partiti ribadiscono le loro posizioni. Zaccagnini parlando con i giornalisti dopo l’incontro con il capo dello Stato non va oltre una generica disponibilità a rivedere il programma e la compagine ministeriale. Il 3 febbraio il reincarico ad Andreotti. Pertini vuole una conclusione rapida. Andreotti : « lo sforzo è inteso a costruire un governo che imperniato sul piano Pandolfi affronti i quattro temi emergenti : disoccupazione, investimenti produttivi, inflazione e terrorismo. Tutto dovrebbe essere subordinato a questo, come lo è stato subito dopo l’agosto 1976».[193] Berlinguer ribadisce : la soluzione vera è un governo con la partecipazione del Pci. Non chiude a ipotesi subordinate : « se verranno altre proposte le esamineremo». Craxi sull’«Avanti!» denuncia un « clima deteriorato e non molto incoraggiante», propone un accordo di fine legislatura , precisando : « Non siamo disponibili per maggioranze alternative rispetto a quella di unità nazionale».[194] Berlinguer parlando a Cagliari denuncia il veto anticomunista della Dc come causa della dissoluzione della maggioranza.[195]
La Dc è divisa. Donat Cattin sollecita un accordo separato con il Psi e critica il tentativo di Andreotti. Bodrato e la sinistra democristiana tentano di mantenere in vita la maggioranza senza tuttavia spendersi per una partecipazione del Pci al governo. Andreotti in un primo tempo sembra escludere ogni subordinata e punta a rilanciare il governo di unità nazionale.
Tre milioni di lavoratori debbono rinnovare i contratti. Il padronato sta rialzando la testa. «Meno potere, non un minuto di riduzione dell’orario di lavoro, non una lira» così Pio Galli, segretario della Flm, sintetizza la proposta della Finmeccanica. [196]
Il 7 febbraio Andreotti avvia le consultazioni con i partiti. Così sintetizza l’esito dei colloqui : « I comunisti insistono per entrare al governo. I socialisti prendono atto che la Dc ( ma anche il Psdi ) è contro e domandano un governo paritario. Non chiedono di entrarvi – facilitano così i comunisti- e non eccepiscono per la presenza politica di altre forze. Propongono la concentrazione di alcuni ministeri e l’assegnazione di uno dei dicasteri chiave a un non democristiano».[197] L’8 febbraio i socialdemocratici gli confermano che «non aderirebbero ad un governo con i comunisti». Dopo la direzione del Pci , sull’«Unità» del 9 febbraio dichiarazione di Natta e Chiaromonte. 10 febbraio vedere Il Pdup : fine della preminenza Dc nel governo , il Psi governo paritario. 12 febbraio Andreotti cerca consenso attraverso la proposta di un governo in cui figurino tecnici di area laica. La proposta di Craxi di «una struttura paritaria di governo» anche senza la presenza Pci sembra non escludere un « atteggiamento benevolo rispetto a un governo con una maggioranza diversa dalla solidarietà.[198] Scalfari intervista Berlinguer , lo definisce «amaro» e «molto arroccato», si domanda e domanda ai due partiti della sinistra E se Craxi e ,Berlinguer si mettessero a un Tavolo? Il 12 Berlinguer si incontra con i sindacati vi è concordanza di vedute : soluzione della crisi e nuovo programma di governo.
Craxi : un governo paritario , metà dc e metà degli altri partiti con l’inserimento di alcuni tecnici. Non dice di più. Il 12 febbraio a Botteghe Oscure l’incontro fra i vertici del Pci e quelli sindacali, presenti Lama , Benvenuto, Macario, Macario sottolinea le rinunce dei lavoratori, rivendicazioni salariali ridotte al 50% rispetto al 1975 e afferma : «Nel momento in cui si dovesse constatare che tutte le rinunce non significano nuovo sviluppo e nuova occupazione , allora non ci si dovrà meravigliare delle esplosioni di malcontento o di tendenze a recuperi salariali che potrebbero essere anche obiettivamente pericolosi» [199] . Tra Craxi e Signorile rischia di andare in frantumi l’alleanza. Divisi sulla scelta. Impreparati alla prova elettorale. La originaria strategia di logorare il Pci attraverso una serrata campagna ideologica , puntare alle elezione europee e in autunno rivendicare il voto anticipato.
Andreotti mette a punto la sua «proposta globale»: il Pci resta fuori dal governo, suoi esponenti sono inseriti in un comitato di controllo per l’attuazione del Piano Pandolfi e in comitato per gli affari europei, accetta l’ipotesi socialista di un governo paritario tra Dc e laici , fra i ministri alcuni esponenti graditi al Pci ma non iscritti. Su questa base l’incontro con Berlinguer. 16 Il segretario comunista al termine del lungo colloquio , quattro ore, non lascia margini alle interpretazioni : la proposta non l’ha convinto.
Craxi lancia l’ipotesi di far entrare nell’esecutivo alcuni indipendenti di sinistra. Nel colloquio con Andreotti afferma di avere il consenso di Berlinguer. La delegazione comunista smentisce sollevando le polemiche del segretario socialista e dei socialdemocratici.
Il 15 riprendono gli incontri di Andreotti con i partiti. Ora il Psi distingue fra «maggioranza organica» e « maggioranza non organica» , alcuni partiti al governo e il Pci in benevola attesa. Una concessione alle rigidità Dc. Proposte inaccettabili per il Pci : « La disponibilità a superare il carattere monocolore non si accompagna , da parte della Dc , alla caduta della preclusione nei confronti della partecipazione dei rappresentanti del Pci e di persone elette nelle liste comuniste» . In contrapposizione avanza tre scenari possibili: governo di coalizione, governo unitario presieduto da un laico, governo appoggiato dall’esterno dalla Dc. Per Lama sarebbe un grande errore collocare le grandi masse all’opposizione. Ormai si dà per scontato il fallimento del tentativo Andreotti. Pertini vuole attendere la risposta delle direzioni dei partiti. Nessun passo in avanti. Il 17 sull’«Avanti ! » un editoriale di Craxi chiede il ritiro di Andreotti: « Si chiude senza successi il tentativo Andreotti», anche se sottolinea che la proposta contenga «elementi utili». Proseguono le pressioni della Dc , Galloni : spetta al Psi salvare la legislatura[200] .
Al di là delle prese di posizione ufficiali nei giochi sotterranei delle diplomazie politiche avanza la possibilità di un ritorno al centro-sinistra. Alle ore 15 del 21 febbraio si concludono i lavori della direzione democristiana che, di fatto, invita il presidente incaricato a rinunciare. Nel pomeriggio il comunicato del Quirinale: « L’on. Andreotti ha informato il Presidente che le posizioni dei cinque partiti invitati a riprendere la politica di larga solidarietà nazionale, arricchita di contenuti programmatici innovatori e di una struttura ministeriale adeguata, non hanno consentito di raccogliere l’unanime adesione. In tali condizioni l’on. Andreotti ha rinunciato all’incarico ricevuto». La nota prosegue « Il presidente della Repubblica ha convocato al Quirinale , per le 11 di domani , l’on. Ugo La Malfa». [201]
Il tentativo di La Malfa
Per la prima volta nella storia repubblicana, esclusa l’esperienza di Ferruccio Parri, l’incarico a un laico. Il segno della fine della centralità della Dc. Settantaseianni , candidato alla presidenza della Repubblica dalla Dc nel giugno del 1978 , si è ripetutamente pronunciato per il coinvolgimento del Pci nel governo. Il generale apprezzamento per la scelta si accompagna allo scetticismo sulle possibilità di successo. «Conosco le difficoltà cui vado incontro» – afferma il leader repubblicano appena ottenuto l’incarico e ,ai giornalisti, dichiara il suo impegno per ricostruire una maggioranza di solidarietà nazionale. L’«Unità» titola Per una trattativa reale .[202]
La Dc prima ancora degli incontri ufficiali ripropone i suoi veti , Donat Cattin continua nelle sue pressioni sul Psi. Andreotti sembra ormai dare per scontate le elezioni. Si dimostreranno fondate le considerazioni di Berlinguer : « l’impressione è che nella Dc quasi nessuno voglia il successo del tentativo di La Malfa a meno che non significhi l’umiliazione del Pci. La tendenza è quella di non abbandonare la presidenza del Consiglio, anche se si tratta di passarla ad un alleato fedele, come La Malfa. (…) Diventano probabili le elezioni anticipate e questa responsabilità non è secondaria».[203]
Di fronte al persistere dei veti, il 1° marzo, Berlinguer avanza due subordinate : un governo laico appoggiato dalla Dc o un governo di coalizione con gli indipendenti di sinistra e una rappresentanza Dc «svincolata da criteri di ripartizione tra correnti e gruppi».[204] Proposte inaccettabili – replica la Dc che le considera una «scandalosa interferenza» nella sua vita interna . La mattina del 2 marzo La Malfa si incontra separatamente con le delegazioni di tutti i partiti. E’ l’ultimo tentativo per salvare la solidarietà nazionale. La proposta è un tripartito DC, Psdi, Pri con l’appoggio esterno dei due partiti di sinistra e l’istituzione di un direttorio della maggioranza, un organo consultivo permanente a cui partecipino tutti i partiti che sostengono l’esecutivo. Il Pci rifiuta.
La sera del 2 marzo la rinuncia di La Malfa. Il tentativo è fallito. Una scelta che sorprende, per molti troppo frettolosa e avvenuta quando ancora tutto non era perduto. [205] Andrea Manzella che al tentativo La Malfa ha dedicato un apposito saggio attribuisce le ragioni del rifiuto comunista alla preoccupazione di «crearsi nemici o concorrenti sulla propria sinistra » dopo il malessere lasciato dai risultati elezioni amministrative parziali della primavera precedente, ai limiti di un rischio scissionista. A cui aggiunge «l’orgoglio di una grande forza politica, che si rifiuta di fungere da “portatrice d’acqua”. Pur venendo associato al governo mediante il direttorio , il Pci sarebbe rimasto escluso da quelle miriadi di nomine che in uno Stato come il nostro, dirigistico , patrimoniale, imprenditore, assicurano un potere di sicura appetibilità. Insomma il partito di Berlinguer , pur sentendo di aver ridotto al minimo le sue pretese, si vedeva offrire troppo poco . Così oppose il suo rifiuto : e forse sbagliò». E riferendo sullo stato d’animo di La Malfa afferma : «La mia impressione è che in quei giorni La Malfa fosse più irritato con i comunisti che con i democristiani. La Dc, secondo lui, aveva esaurito le sue risorse compromissorie e negoziali. Al Pci, invece, veniva offerta una carta di riserva: Non seppe o non volle approfittarne».[206]
Per il segretario del Psi responsabili quei partiti che hanno voluto « sfare di notte quello che veniva fatto di giorno» , secondo l’allegoria craxiana Dc e Pci.[207] Chiudendo il congresso della federazione di Napoli il 4 marzo Berlinguer decreta la fine della solidarietà nazionale . Craxi si pronuncia per una «soluzione limitata e transitoria. Anche senza il Pci». Gli spazi si sono ristretti. Il 5 marzo il Psi precisa ulteriormente la sua posizione : una «soluzione ponte» per impedire lo scioglimento delle Camere prima delle elezioni europee previste per il 10 giugno. Il disegno craxiano è evidente. Spera in un successo alle europee e quindi poter condizionare la formazione del nuovo governo. Tutto sembra incagliato nelle secche delle ambiguità socialiste.[208]. La Dc , con Bodrato , chiede ai socialisti di superare le proprie contraddizioni, e decidersi ad appoggiare una formula in grado di andare oltre la scadenza delle europee. Il 6 marzo al TG delle 20 Craxi ribadisce : governo a quattro con indipendenti di sinistra.
Pertini cerca di scongiurare il voto anticipato , il 7 marzo convoca Saragat , La Malfa e Andreotti. Si delinea un governo presieduto da Saragat e due vicepresidenti. Saragat rifiuta, a quanto scrive Andreotti: «subordinò il suo assenso alla partecipazione degli indipendenti di sinistra e al conseguente voto favorevole del Pci» [209] . Accettano Andreotti e La Malfa. Al primo la presidenza, al secondo la vicepresidenza del consiglio.
Nel lungo incontro , oltre tre ore, con Andreotti il segretario del Pci è determinato : fine della lottizzazione democristiana sui ministri, nessuna preclusione a governi con il Pci nelle Regioni e nei comuni, partecipazione all’esecutivo di indipendenti di sinistra .
La direzione socialista all’unanimità accetta di entrare al governo anche senza il Pci di cui tuttavia chiede l’appoggio.[210] Il 10 marzo dichiarazione di Berlinguer. Quotidiani e giornali radio televisivi presentano la posizione comunista come un « irrigidimento» , giustificano il rifiuto Dc a ogni apertura e danno per scontato il ricorso alle urne. Replica l’«Unità»: Ma che si voleva da noi .[211]
La direzione Dc apre alla proposta socialista che considera « sensibilmente diversa» da quella comunista. Andreotti temporeggia. Vorrebbe , come chiede Craxi, abbinare elezioni politiche e elezioni europee . Non ci riuscirà. Il 14 marzo Craxi con una nota dell’«Avanti !» prende atto di una situazione che precipita verso le elezioni. Conferma l’equidistanza del Psi. Ormai è trascorso un anno dalla morte di Moro. Un’assenza che pesa. Tutto è cambiato.
Il democristiano Mario Segni, fra i principali protagonisti del gruppo dei «cento» ostile al compromesso storico, affida alle pagine della «Repubblica» le sue riflessioni : la situazione attuale spinge all’immobilismo. Nella prossima legislatura si rischia di trovarsi in una situazione senza sbocco, impossibile la formula di unità nazionale impraticabili altre strade : « Il mutamento istituzionale può imporsi per la forza delle cose».[212] Non è il solo ad azzardare un radicale mutamento. Per Giuliano Amato : il regime democratico è malato , nessuno è in grado di decidere a fronte di una fase del capitalismo in cui crescono la frammentazione e conflitti. L’attuale sistema non consente la formazione di « maggioranze alternative» , al contrario occorrerebbe « forzare il sistema» cambiando modificando le leggi elettorali e la stessa forma di governo. Sono le riflessioni che da alcuni anni vanno maturando fra gli intellettuali di «Mondoperaio». Giacomo Mancini non ha dubbi : « dopo le terze elezioni anticipate questa volta sarà modificato il sistema elettorale e approveranno il sistema maggioritario».[213]Avvisaglie significative del tema dominante degli anni ottanta: cambiare le regole del gioco democratico. Il 18 marzo Craxi apre la campagna elettorale europea.
Andreotti, il 20 marzo dopo quarantanove giorni di crisi, presenta il suo quinto governo. Un tripartito formato dalla Dc, Pri e Psdi. La Malfa vicepresidente. Per i comunisti «un tuffo nel passato». Esclusi dal governo Ossola e Romano Prodi, dentro i socialdemocratici Franco Nicolazzi ai Lavori pubblici e Luigi Preti ai Trasporti.
La morte di Mino Pecorelli
Alla fine di gennaio la copertina di «Op» è pronta , annuncia con una foto di Andreotti a tutta pagina l’articolo gli Assegni del presidente . Il riferimento è chiaro si tratta di assegni a firma Andreotti girati a Nino Rovelli e/o Guido Giannettini.
Segue la cena al ristorante Famija piemonteisa a Roma del giornalista con Franco Evangelisti, il fidatissimo di Andreotti, il giudice Carlo Testi e il generale della Finanza Donato Presti. 30 milioni versati da Caltagirone per non pubblicare gli articoli.
Il 20 marzo, mentre sta per vararsi l’ultimo governo della Legislatura, «Op» è in edicola la sera Pecorelli è ucciso. Quattro colpi sparati col silenziatore. La mattina dell’uccisione, si saprà il 23 marzo, il giornalista si è incontrato con il giudice Infelisi a cui ha rivelato informazioni sulla Sir di Rovelli e notizie, più o meno veritiere, sul ruolo avuto dalla Banca d’Italia. Il 24 marzo i giudici Infelisi e Alibrandi arrestano Sarcinelli ed emettono mandato di comparizione per Baffi rispettivamente direttore e presidente dell’Istituto. Quali segreti ? …Si dimette il direttorio, solidarietà di economisti e intellettuali. Non si sfugge dalla sensazione che si voglia bloccare l’attività di vigilanza della Banda d’Italia che non si è fermata di fronte allo scandalo Italcasse. Una manovra destabilizzante.
Scrive Andreotti sul suo diario : «Cecchini mi informa che Barberi dice che fanno correre la voce che esistano assegni miei a Giannettini (!) e che Pecorelli li stava pubblicando. Un secondo caso Giuffrè? Da altro giornalista ha sentito che Pecorelli e un ufficiale del Sid erano andati a suo tempo a mettere a Milano microspie nell’edificio dove abita l’ingegner Valerio: ora è in corso il processo per le bobine scomparse e qualcuno temeva che Pecorelli parlasse. Non ho tempo né voglia di occuparmi di queste cose».
Alle 8,36 del 24 marzo i giornali radio danno la notizia che La Malfa è stato colpito da emorragia cerebrale, il 26 la morte. Pertini resta ininterrottamente al suo capezzale. Al governo subentra Bruno Visentini. Il 28 marzo a Milano una grandiosa manifestazione operaia, oltre duecentomila metalmeccanici il 28 marzo rivendicano il contratto. Altro che riflusso, commenta l’«Unità».[214]
Sotto accusa la Banca d’Italia
Alle 8,36 del 24 marzo i giornali radio danno la notizia che La Malfa è stato colpito da emorragia cerebrale, il 26 la morte. Pertini resta ininterrottamente al suo capezzale. Al governo subentra Bruno Visentini. Il 28 marzo a Milano una grandiosa manifestazione operaia, oltre duecentomila metalmeccanici il 28 marzo rivendicano il contratto. Altro che riflusso, commenta l’«Unità».[215] Il giorno dopo , al Senato , presenta il governo tripartito [216]. Incerta la fiducia . Un discorso freddo e dai toni notarili. Traspare la contraddizione fondamentale: la validità della solidarietà nazionale ma la sua impossibile realizzabilità. Il giorno dopo si aprirà congresso del Pci.
Il governo non ottiene la fiducia. Andreotti, secondo la sua ricostruzione, teme che i voti di Democrazia nazionale si possano aggiungere a quelli della sua precaria maggioranza e « Vedendo che c’era in giro qualche manovra affinché il governo passasse» interviene su due senatori Dc per farli « uscire dall’aula, arrivando alla voluta bocciatura del governo stesso con il minimo scarto possibile» [217].
Pci , un congresso che non farà storia
La mattina del 30 marzo si apre a Roma il XV congresso del Pci. Un partito di 1.790.000 iscritti, 133 mila in più rispetto al 1978. Dai congressi 59 emendamenti e 74 raccomandazioni. Non farà storia. Non farà storia. L’aria è di elezioni anticipate, difficile discutere in profondità del triennio, la volontà di unità del gruppo dirigente fa velo alle differenze. Tutto resta sospeso. Eppure nel dibattito si manifestano accenti molto diversi sui nodi che segneranno la vicenda comunista negli anni a venire[218].
Davanti ai 1.1191 delegati e alle molte delegazioni estere e nazionali e internazionali . Austera la scenografia. Poco rosso, tono dominante il grigio. Davanti ai 1.1191 delegati e alle molte delegazioni estere e nazionali e internazionali .Berlinguer legge il suo rapporto. Tre ore . Parte dagli scenari internazionali e da una forte critica al storture del capitalismo e dell’imperialismo, alla «civiltà consumistica» che ha portato a sprechi, dissipazione di risorse, al crescente divario fra Nord e Sud del mondo, fra paesi ricchi e paesi poveri. Un quadro in cui emerge la loro crsi e la loro “ storica incapacità a dare ripsote ai problemi di fondo del mondo contemporaneo. Grandi questioni che si affacciano : il problema energetico, il sottosviluppo di intere aree . Non manca di evidenziare differenze e limiti dei paesi socialisti. Uno sguardo preoccupato ai rischi che corre il processo distensione e all’impegno per la pace. La seconda parte del rapporto affronta i caratteri della crisi italiana. Nessuna grande novità. Quello che mette in risalto nell’analisi delle forze politiche il permanere della preclusione anticomunista. In fondo una difesa , il Pci come unico soggetto leale nella solidarietà nazionale. Slancio e durezza sul partito «Il Pci non è un partito che ci si può permettere di trattare come una forza subalterna» Conquista i delegati quando afferma « Si dice che siamo usciti dalla maggioranza di governo perché sollecitati dal malessere della base : ebbene anche questo è vero» . Minuzioso fino alla pedanteria nell’esporre i compiti del militante, quasi avvertendo la difficoltà degli iscritti a parlare al paese, al popolo. Sulla linea tratteggia due diverse interpretazioni e concrete applicazioni sbagliate attaccando la durezza dei settari che mettono in discussione l’incontro con Dc e Psi e gli opportunisti che « interpretano la politica di unità nazionale come un lento e piano procedere passo dopo passo» che “ tendono ad irretire la nostra iniziativa autonoma » e che « vorrebbero costringerci a cedimenti che stravolgerebbero la nostra identità». « Occorre dunque insistere : il governo di cui vi è necessità oggi è un governo di coalizione delle forze democratiche , un governo a cui il Pci partecipi a pieno titolo». Giuste le scelte fatte dal Pci dopo il 20 giugno, ma – sottolinea – per colpa della dc ogni passaggio è stato faticoso. Riconosce che sull’uscita dalla maggioranza ha pesato il disagio degli iscritti, il malessere. «E’ assurdo chiederci di recidere le nostre radici , il legame con la rivoluzione d’Ottobre, con l’opera e il pensiero di Lenin», al tempo stesso ribadito il valorizzazione della «terza via».[219]
Per «La Stampa Evoluzione incompleta. Commenta Alberto Rapisarda «Non sarà certamente un congresso storico perché nella generale incertezza della situazione internazionale ed italiana, Berlinguer non ha voluto e non ha potuto fornire nuove ananlisi e nuove soluzioni»[220] . Per Frane Barbiere, che ha coniato il termine eurocomunismo, un ecumenica rappresentazione della terza via[221] . Per la stragrande maggioranza dei commenti una relazione elettorale.
Intanto al Senato il governo non ottiene la fiducia. Andreotti, secondo al sua ricostruzione temendo che i voti di Democrazia nazionale, si possano aggiungere a quelli della sua precaria maggioranza e «Vedendo che c’era in giro qualche manovra affinché il governo passasse» interviene su due senatori dc per farli «uscire dall’aula, arrivando alla voluta bocciatura del governo stesso con il minimo scarto possibile».[222]
Il secondo giorno del congresso del Pci ormai è crisi. Si va verso le elezioni, difficile discutere in profondità del triennio, la volontà di unità del gruppo dirigente fa velo alle differenze. Tutto resta sospeso. Eppure nel dibattito si manifestano accenti molto diversi sui nodi che segneranno la vicenda comunista negli anni a venire[223] .
Cossutta si pronuncia contro la politica delle larghe intese.[224] Ingrao insiste sulle mutazioni che attraversano le società capitalistiche. Solo un forte rinnovamento del movimento operaio può rispondere alla crisi in atto , senza dogmi immergendosi nella complessità di fenomeni imprevedibili che non trovano più certezze nei classici del marxismo. Grandi questioni “ il modo in cui finora sono state regolate questioni essenziali , come l’alimentazione, l’energia, l’uso delle materie prime industriali, il rapporto con l’ambiente e quindi la divisione internazionale del lavoro». L’austerità assume i tratti del mutamento di paradigma, di un nuovo modello di sviluppo. Grande attenzione ai movimenti. Una polemica più o meno diretta con Amendola che afferma : «Corrono oggi strane teorie secondo le quali le trasformazioni in corso nella società farebbero sorgere nuovi bisogni, rivendicazioni, espressi da movimenti spontanei , e di fronte ai quali il partito avrebbe solo un ruolo di mediatore fra movimento e potere” un appello alla tradizione, alla forza del partito con forti accenti moralistici». Fra gli opinionisti torna la domanda su il PCI sia «affidabile» ,interrogativo reso più pressante dall’aggravarsi dei rapporti Usa- Urss. E’ scomparsa la suggestione evocata alla vigilia delle elezioni del 20 giugno 1976 sull’urgenza di dare soluzione alla «questione comunista» e piena legittimità al secondo partito italiano. Bobbio su «MondOperaio» non nasconde la sua delusione per le affermazioni di Berlinguer che ha rivendicato l’attualità del pensiero di Lenin e invitato a non smarrire la « qualitativa differenza» tra i paesi capitalisti e quelli socialisti. [225]
Intanto al Senato il governo non ottiene la fiducia. Andreotti, secondo la sua ricostruzione, temendo che i voti di Democrazia nazionale si possano aggiungere a quelli della sua precaria maggioranza e « Vedendo che c’era in giro qualche manovra affinché il governo passasse» interviene su due senatori Dc per farli « uscire dall’aula, arrivando alla voluta bocciatura del governo stesso con il minimo scarto possibile».[226]
Guardando alla prova elettorale , il congresso comunista conferma la linea del compromesso storico, ribadisce la volontà di entrare a far parte del governo, esalta la funzione del Pci a difesa della democrazia e rispetto agli effetti della crisi economica. Non è facile cancellare il triennio. Il 2 aprile Pertini scoglie le Camere. Il 4 si conclude il congresso del Pci . Modificate 41 tesi su 91 . L’«Unità» : Con il Pci per salvare l’Italia Senza il Pci non si può governare . Scalfari commentano la conclusione del congresso coglie nel segno quando indica come lacuna della relazione e delle conclusioni di Berlinguer l’assenza di una compiuta spiegazione degli anni della solidarietà nazionale[227] . Durissimo il commento del Popolo :« un ritorno indietro ideologico», « riiegamento sulle vecchie spiagge del dogmatismo». La prima pagina del Corriere ignora le conclusioni del congresso preferendo invece una lunga intervista aPannella sugli esiti del congresso radicale. Polemica l’unità : « Sembra dunque non rimane altro da pensare che il Corriere abbia voluto aprire così la sua campagna elettorale». Eppure sono trascorsi pochi anni da quanto Piero Ottone , l’allora direttore ,era accusato di filo comunismo per l’attenzione dedicata al Pci. E’ cambiato il quotidiano di via Solferino e del tutto diverso il clima che circonda il partito di Berlinguer.
Al voto
Andreotti vorrebbe abbinare elezioni politiche ed elezioni europee. Favorevole il Pci. Contro i radicali che minacciano l’ostruzionismo a un eventuale accorpamento. Piccoli su «Repubblica» non bastano «alleanze e schieramenti anche amplissimi per assicurare l’autorità e la capacità d’iniziativa di cui il Parlamento e un esecutivo debbono disporre» , alludendo così anche alla sfiducia su un possibile ritorno del centro-sinistra . La sua proposta è ricorrere a un qualche espediente , un marchingegno lo definisce polemicamente Natta [228] , per consentire al partito di maggioranza di governare. Una legge per varare un bipolarismo forzato. Pronta la replica dello stesso Berlinguer.[229] Annunci dello scontro sulle questioni istituzionali e la riforma elettorale che si aprirà con la fine della solidarietà nazionale. Fallito il compromesso fra le due principali forze. Una prova incompiuta ma anche un segnale non colto appieno : la «Prima Repubblica» si avvia alla sua agonia .
Il 6 aprile a Napoli tornano a manifestare i metalmeccanici. Una settimana di lotte. IL 7 aprile una catena di arresti a Roma, Padova , Milano, Torino, Rovigo . Toni Negri, Oreste Scalzone. L’ imputazione: insurrezione contro lo Stato. E’ il cosiddetto «Teorema Calogero», il magistrato che ha condotto l’indagine, Immediata la solidarietà di «Lotta continua» e di Democrazia proletaria .
Craxi lancia il suo avvertimento al Pci e alla Dc: « Il Psi non farà campagna elettorale per appoggiare la richiesta comunista di ingresso al governo. Noi chiederemo agli elettori di far crescere una terza forza che intende giocare un ruolo autonomo e non desidera adare a rimorchio delle esigenze dei due maggiori partiti» . Finalmente è decisa la data delle elezioni : il 3 giugno le politiche , il 12 le europee. Sulla «Discussione» il dc Piccoli non lascia margini sul dopo voto : Non andremo al governo con i comunisti
Sulla campagna elettorale grave la minaccia terrorista. Il 3 maggio un commando di 13 uomini delle Br assalta la sede romana della Dc in Piazza Nicosia a Roma. Alla guida del gruppo Bruno Seghetti, Prospero Gallinari che irrompono nei locali, mentre Francesco Piccioni rimane sulla piazza per fronteggiare l’eventuale intervento delle forze dell’ordine.Immobilizzano i presenti. Collocano ordigni esplosivi. Sparano sulla pattuglia di polizia accorsa. Muore sul colpo il brigadiere Antonio Mea , mentre l’agente Pierino Ollanu morirà per le ferite riportate il 10 maggio. La sera tutto il gruppo dirigente dc manifesta a Piazza Nicosia. Nei discorsi si rispolvera il peggior anticomunismo. Andreotti, dimentico di aver presieduto un governo con l’appoggio del Pci : «Ancora pochi anni fa la Dc da sola si batteva contro chi chiedeva non il disarmo dei mascalzoni, ma il disarmo della polizia» e ancora : « Negli anni in cui la Dc ha più contato nel paese , questi atti di violenza ci erano sconosciuti..». Parole di pietra: quelli che «prima del 20 giugno suonavano le campane a morte per la Democrazia cristiana» ora in preda alla delusione incoraggiano «lo scatenamento della violenza e dell’eversione». Conclude Fanfani, parla da presidente del Senato ma non rinuncia a lanciare il messaggio elettorale:« Tra trenta giorni si vedrà nel mondo, se gli italiani hanno capito». Dalla piazza lo slogan «il comunismo non passerà». Il «Popolo» : «C’è una singolare coincidenza tra questo linguaggio delle Br e la più recente polemica delle sinistre che attaccano la Dc e ne chiedono il ridimensionamento». Eppure a Piazza San Giovanni Zaccagnini e Berlinguer sono sullo stesso palco a rivendicare l’unità delle forze democratiche contro la violenza e il partito armato .
Sulla scena internazionale si annuncia l’epoca del «neo-liberismo» In Inghilterra i conservatori con il 44 % ottengono la maggioranza assoluta. Primo ministro Margareth Thatcher. Hanno vinto : l’elogio del mercato, l’ attacco ai sindacati e il ridimensionamento dello Stato sociale. L’anno dopo sarà la volta del reaganismo di stampo americano.
In Italia i sindacati replicano con lo sciopero all’aggressività di Guido Carli , il presidente della Confindustria che, sulla scorta della vittoria dei Tories inglesi, punta ad una rivincita di classe sui lavoratori. I lavoratori chiedono la chiusura dei contratti. Alla Fiat adesione del 70-75% , A Mirafiori cortei interni. All’inizio di maggio Craxi lancia la sua sfida all’egemonia democristiana : « Dica la Dc qual è il futuro presidente del consiglio , giacché il problema della guida del governo non è questione secondaria» , una sfida per capire se la Dc intende rinunciare alla sua egemonia.Il comitato centrale socialista dell’ 8 maggio rafforza l’ipotesi terzaforzista sostenuta da Craxi e non esclude un’ eventuale collaborazione con la Dc « nell’ambito di condizioni di parità» per assicurare cinque anni di stabilità. Un rovesciamento dei deliberati congressuali. Per Riccardo Lombardi una prospettiva «ambigua». Francesco De Martino, intervistato dal «Mattino» di Napoli, denuncia uno spostamento verso il centrosinistra . Una disponibilità «interessante» , invece , per il dc per Galloni che « rettifica precedenti atteggiamenti dei socialisti – finora restii a differenziare le loro posizioni da quelle comuniste». Entusiasta Fanfani, un aumento di voti alla Dc e al Psi potrebbe aprire un ritorno al centro-sinistra.
Nella direzione del Pci del 9 maggio l’obiettivo è chiaro : battere la Dc per non tornare indietro. Non facile da perseguire dopo il triennio. Il clima è ben diverso dal 1975 e dal 1976. Nonostante il congresso il partito non crede più nella solidarietà nazionale, nel compromesso storico. Nell’opinione pubblica l’immagine di Berlinguer appare sbiadita, il gruppo dirigente diviso. Militanti e attivisti incerti . Un partito attaccato su più fronti. Incalzante l’offensiva radicale. Il 30 maggio sono arrestati i brigatisti Valerio Morucci e Adriana Faranda. Il bilancio di sangue dei primi mesi 1979 è terribile: secondo i dati forniti dalla sezione problemi dello Stato del PCI , nei primi tre mesi 859 attentati, 15 morti e 83 feriti
Il 15 aprile Piccoli accusa il Pci di trasformare la campagna elettorale in referendum . La nuova sinistra , a sua volta , considera le elezioni una sceneggiata fra Dc e Pci. Il 20 è una giornata di lotta. Sciopero di quattro ore, fermate alla Fiat. La direzione del Pci denuncia la grave situazione economica. Rinviato per i contrasti interni, il 20 inizia il consiglio nazionale Dc . Nella riunione dei gruppi che lo precedono emergono le differenze. Forte l’offensiva dei “ cento” guidato da Segni e dai fanfaniani per spingere il partito ad abbandonare la ogni suggestione da solidarietà nazionale e la « linea del confronto» prospettata voluta da Moro. A sostegno il fanfaniano Bartolomei . Incerta la relazione di Galloni. Al consiglio nazionale Andreotti e Zaccagnini sostengono la continuità con la solidarietà nazionale e prospettano l’inclusione nel governo di tecnici graditi al Pci. Sono messi in minoranza dall’asse Fanfani- Donat Cattin che auspica l’estromissione del Pci dall’area della maggioranza: il documento conclusivo, sia pure in modo ambiguo e confuso, impegna il partito a una maggioranza senza il Pci. Craxi imposta la sua campagna elettorale sull’autonomia socialista. Le due principali parole d’ordine « terza forza» e « governabilità». A fronte della inconciliabilità Dc- Pci solo un Psi più forte può consentire il governo del Paese. In questo senso , anticipando di gran lunga Silvio Berlusconi , propone « un contratto agli elettori» con la promessa di « cinque anni di stabilità, di rinnovamento e di progresso».[230]
1 Resoconto, Fervido invito di Moro a rafforzare le intese - E’ necessario un leale e responsabile confronto – L’accordo tra i “ sei” non è una tregua né un mezzo per logorare altre forze ma significa l’instaurarsi di rapporti tra i partiti capaci di affrontare i gravi problemi del Paese – Rivendicato il ruolo della DC – La ricerca del dialogo con il Psi – La grande responsabilità e il peso del PCI , «Il Popolo», 19 novembre 1977 2P1; Luca Giurato, Un discorso ieri a Benevento del presidente dei democristiani Da Moro aperture ai comunisti ma adesso vale l’accordo a sei– Intanto afferma il leader Dc, bisogna risolvere i problemi rimasti fuori del programma, come il sindacato di polizia ; g.tr , Un discorso a due partiti , «La Stampa», 19 novembre 1977 2St1; Editoriale , Per fare avanzare il quadro politico Noi siamo pronti , c.f. ( Candiano Falaschi ) Il discorso di Moro- Il giudizio sulle posizioni del PCI - Un'interpretazione non statica dell'intesa - Primi commenti , «l’Unità», 19 novembre 1977 2U1 Luigi Bianchi, Accordo sulla diagnosi di Moro. Dubbi sui suoi tempi lunghi, «Corriere della sera», 20 novembre 1977; Gianfranco Piazzesi, Il corsaro Moro, «Corriere della sera» , 22 novembre 1977.; 2 Giulio Andreotti, «Diari 1976-1978», cit., pp. 150-151, nota del 22 novembre 1977. 3 Luciano Barca, Gli incontri segreti con Moro, «Enrico Berlinguer»,« l’Unità», 1985, pp. 103 ss. ; un resoconto dell’incontro in Luciano Barca, «Cronache, cit. pp. 703-706. 4 Giulio Andreotti, «Diari 1976-1978», cit., p.155, nota del 2 dicembre 1977. 5 Rinaldo Scheda, La manifestazione del 2 dicembre - Metalmeccanici a Roma - II progetto di realizzare una giornata di lotta, così imponente, aveva sollevato discussioni e anche riserve non soltanto all'esterno del movimento sindacale ma anche nelle sue file;Alberto Burgos, Giovani e sindacato - Più vicini o più lontani ? - Riflessioni sullo sciopero del 2 dicembre - Maggiore rigore nella critica all'estremismo ma anche più convinzione nello sforzo per capire la questione giovanile, «Rassegna sindacale», n.50, 15 dicembre 1977. 2Rs1 6 Eugenio Scalfari, Satyricon ( con dedica per Craxi Forattini e Berlinguer, 8 Il quadro politico attuale appare sempre più inadeguato - L'aggravarsi della crisi sollecita un governo di unità democratica – Documento della Direzione- Anche PSI e PRI , pur non proponendo responsabilmente l'apertura di una crisigovernativa al buio, hanno indicato l'esigenza di un cambiamento reale —La parola spetta adesso alla DC – L’importanza dei prossimi confronti col governo per dare risposte concrete alle questioni più drammatiche , «l’Unità»,9 dicembre 1977 9 Giulio Andreotti, «Diari 1976-1978 », cit. , p. 158 . 10 ( vedi anche Stampa sera 20 dicembre 1977 ) 11 Flaminio Piccoli intervistato da Lamberto Furno, Nostra intervista con il capo dei deputati Dc - Piccoli : la mia proposta per un patto triennale – E’ diretta ai sei partiti – Contiene i temi da risolvere per uscire dal tunnel – “Niente governo di emergenza”; «La Stampa», 20 dicembre 1977. 2St2 – aggiungere p.2 12 ( vedere unità del 20 dicembre ) 13 Una conversazione con il compagno Pecchioli – Conoscere il terrorismo per sconfiggerlo- Diversità e analogie fra fascisti e « ultra-sinistri » - Quanti sono, chi li appoggia – Pericolosità di certe « civetterie» che coprono l'eversione e disorientano l'opinione pubblica - Un problema difficile: difendere la collettività rispettando scrupolosamente i diritti dell'individuo - La classe operaia al centro di una battaglia politica di respiro nazionale , «l’Unità», 14 dicembre 1977 14 Gardner , p. 181. 15 ( Avanti 22 dicembre vedere ) 16 ( vedi la stampa 22 dicembre ) 17 Giulio Andreotti, «Diari 1976-1978», cit, p. 163, nota del 26 dicembre 1977. 18 Giorgio Napolitano intervistato da Natale Gilio, Intervista con Napolitano : che cosa chiede il Pci - Crisi guidata per un governo che imponga sacrifici a tutti , «La Stampa», 28 dicembre 1977. 2St3 19 Pier Luigi Romita, Non serve un Pci al governo , «La Stampa», 29 dicembre 1977. 2St4 20 si veda p. 193-194) 21 La riunione si svolgerà a piazza del Gesù. Oggi il vertice economico dei partiti dell’ ”intesa”. In vista dell’incontro contati dell’on. Galloni e dell’on. Ferrari Aggradi con le altre forze politiche – Esistono le basi per un proficuo confronto – La posizione dei partiti – L’incontro Craxi Berlinguer – I sindacati disponibili a un nuovo incontro con il governo ; Galloni il “nodo” è il Pci ; Marcello Gelmozzi , La questione comunista, «Il Popolo», 4 gennaio 1978– 2P2 Giovanni Galloni intervistato da Pasquale Nonno, Lasciate fare alla Dc, «Panorama», 10 gennaio 1978 22 Luciano Barca, «Cronache dal vertice del Pci», cit., pp. 708-710 23 Vedi la Stampa 8 gennaio 25 Giulio Andreotti, Diari 1976-1979», cit., nota del 9 gennaio 1978, 26 Con una dichiarazione del Dipartimento di Stato. Pesante ingerenza degli Usa nella crisi politica italiana, «l’Unità» , 13 gennaio 1978 27 Giulio Andreotti, «Diari 1976-1979», cit., note del 12 e 13 gennaio 1978, pp. 173-174. 28 Ugo La Malfa intervistato da Aldo Rizzo, Nostra intervista con il leader repubblicano. La Malfa : un patto sociale su spesa pubblica e salari. L’intesa dovrà essere tra partiti, sindacati e imprenditori.La Malfa insite su un governo di emergenza perché ritiene che senza il Pci non si risolveranno i problemi ,«La Stampa», 10 gennaio 1978 2St5 29 Dc- Direzione e Gruppi parlamentari, 11 – 13 dicembre 1978 , Relazione di Zaccagnini, La Dc sollecita i partiti al confronto sul programma - R. C. (Remigio Cavedon, Sollecitato il rilancio a “sei” - L’intervento di Andreotti, La fase politica invita alla cautela – Interventi - Zaccagnini, Unanime con la direzione il gruppo Dc della Camera; Il documento approvato, «Il Popolo» , 13-14 gennaio 1978. 2P4 30 Superare la crisi ampliando le intese sul programma, «Il Popolo» 15 gennaio 1978 31 Un articolo scritto alla vigilia del rapimento sui rapporti col Pci e le interferenze USA. Un inedito di Aldo Moro, «l’Unità», 29 maggio 1979 32 Mario Angius, Paziente ricerca, «Il Popolo», 17 gennaio 1978; Giuseppe Sangiorgi, Il “ monocolore” ha posto le basi per la ripresa, «Il Popolo», 17 gennaio 1978. 33 Luciano Lama, La mobilitazione di tutti per una nuova politica, «Rassegna sindacale», n. 1, 12 gennaio 1978. 2Rs2 34 Federazione Cgil-Csil- Uil, Comitato direttivo unitario , Roma 13-14 gennaio 1978, Relatore Pierre Carniti , La relazione introduttiva - I lavori del comitato direttivo – Documento di politica economica -, Odg conclusivo , Inserto «Rassegna sindacale», n. 2, 19 Gennaio 1978. 2Rs3 35 Commenti ai lavori del cd della Federazione unitaria: Agostino Marianetti, La coerenza è sempre in fattore di forza; E’ iniziato il dibattito sulle proposte del sindacato; S.G..C., Vertice e base a confronto, «Rassegna sindacale», n. 3, 26 gennaio 1978. 2St4 36 Luciano Lama intervistato da Eugenio Scalfari, Intervista con Luciano Lama sui nuovi obiettivi che il Sindacato propone ai lavoratori italiani - “I sacrifici che chiediamo agli operai” – “ Se vogliamo essere coerenti con l’obiettivo di fare diminuire la disoccupazione è chiaro che il miglioramento delle condizioni di vita degli operai occupati deve passare in seconda linea. La politica salariale dovrà essere molto contenuta. Le aziende hanno il diritto di licenziare la mano d’opera esuberante , «la Repubblica», 24 gennaio 1978 [p. 3] cfr. Luciano Barca, «Cronache dall’interno del vertice del Pci»,cit., volume II , pp. 711-713 ; Lama torna sull’intervista e le polemiche con il Pci in «Intervista sul mio partito». 37 Federazione Cgil-Csil- Uil , Assemblea nazionale dei consigli generali e dei delegati, Roma 13-14 febbraio 1978, Relazione della segreteria presentata da Luigi Macario – Il dibattito – Documento approvato : Per una svolta di politica economica e di sviluppo civile e democratico, Speciale «Rassegna sindacale» , n. 8, 23 febbraio 1978 - 2St5 ( 2St6 – 2St7) 38 La mozione conclusiva dell’assemblea nazionale, «l’Unità », 16 febbraio 1978. 39 Vannino Chiti, Il filo che lega austerità e rinnovamento, «l’Unità», 16 febbraio 1978. P.6 40 Riccardo Palma [ fonte : www.vittimeterrorismo.it ] 41 Presentato il testo di una bozza politico-programmatica - Le proposte di Andreottioggi all'esame dei partiti – In mattinata si riunisce la Direzione del PCI - Sulla base delle valutazioni degli organismi dirigenti delle forze dell'intesa si andrà all'incontro collegiale previsto per domani - Ieri colloquio Berlinguer Craxi ,«l’Unità», 16 febbraio 1978 [p.1-p.13] 42 Sul documento politico-programmatico del presidente incaricato. Giudizio critico del PCI Oggi vertice a con Andreotti.Berlinguer: la riunione dovrà chiarire il nodo della maggioranza. Valutazioni convergenti tra PCI e PSI - Inadeguate per il PRI le proposte di programma - Convocata per stamane anche la segreteria sindacale ; Dichiarazione di Chiaromonte, «l’Unità», 17 febbraio 1978. 2U2 43 Ivi 44 Luciano Barca, «Cronache dall’interno del vertice del Pci» , cit., p. 45 Giulio Andreotti ,« Diari 1976-1979» , cit., p. 185, nota del 18 febbraio. 46 Aldo Moro, La responsabilità verso il Paese, «Il Giorno», 22 febbraio 1978. 47 Furio Colombo, Ventaglio di ipotesi sul PC nel governo italiano. Rapporto negli Usa sui comunisti europei, «La Stampa», 24 febbraio 1978. [p. 1] 2St6 48 La relazione di Giovanni Galloni, Un rigoroso programma per battere l’emergenza; Gli interventi di Piccoli e Bartolomei, Scelte nell’unità dei gruppi dc ; L’intervento di Andreotti, «Il Popolo», 28 febbraio 1978. 49 Aldo Moro , «L’intelligenza degli avvenimenti», Garzanti, pp. 374-391. Vedere Andreotti alla data del 1 marzo, citare Moro.. 50 Aldo Moro, Un lungo sforzo di composizione, «Il Giorno», 3 marzo 1978. Verificare 51 Intesa, eliminato il confine, l’ Unità ,6 marzo 1978. 52 Cabras, Forze sociali e pluralismo «Il Popolo» 53 Corrado Belci, Nessun cedimento al Pci, «Il Popolo», 8 marzo; Intesa necessaria, «Il Popolo», 9 marzo 1978. 54 Aldo Rizzo,Significato storico, «La Stampa», 9 marzo 1978.2St7 55 Resoconto della direzione Una riposta esauriente l’accordo sul programma, «Il Popolo», 11 marzo 1978. 56 E’ lo stesso ministero delle anime morte , «la Repubblica», 12 marzo 1978 57 Gerardo Chiaromonte, 58 La soluzione della crisi. Mettere a frutto le maggiori possibilità di rinnovamento.A colloquio con Natta - Il mutamento reale nell'esplicita presenza del PCI nella maggioranza - Il programma economico, la difesa dell'ordine, la scuola, i referendum, la politica estera, «l’Unità», 12 marzo 1978.[p.1-p.19] 59 Giorgio Rossi, Per la scelta dei ministri sgomento nel Pci , «la Repubblica», 14 marzo 1978[p.1-p.4] 60 Editoriale - c. f. ( Candiano Falaschi ) , La Dc non ha saputo sostituire le “ vecchie facce”.Tracotanza o debolezza? , «l’ Unità», 14 marzo 1978 Luca Pavolini, Sulla scelta dei ministri .Critiche giustificate, «l’Unità», 15 marzo 1978. 2U4 – 2U5 61 Luciano Barca, «Cronache dall’interno del vertice del Pci» , cit. , p. 720. 62 Alla Camera e al Senato Stamaneil discorsodi Andreotti. Nominali i sottosegretari tra gli esclusi Gava, «l’Unità»,16 marzo 1978[prima edizione p.1-p.13] 63 Eugenio Scalfari , La firma di Natta non vale una messa, «la Repubblica», 16 marzo 1978. 64 Edizioni straordinarie del 16 marzo : «la Repubblica» , L’attacco contro lo Stato ha raggiunto il suo culmine .Moro rapito dalle Brigate rosse ; Editoriale , E’ il momento dell’unità per salvare lo Stato ; «l’Unità» , Barbaramente assassinati i 5 uomini della scorta.Rapito Aldo Moro. Sciopero generale e mobilitazione unitaria I nemici della democrazia non passeranno ; Comunicato della direzione ; Gli operai escono dalle grandi fabbriche Manifestazioni spontanee in molte città 65 Giulio Andreotti , «Diari 1976-1978», cit. , p. 192 , giorno 16 marzo 1978. 66 VII Legislatura, Camera dei deputati, Ingrao – Andreotti , Legislatura, Camera dei deputati, Ingrao – Andreotti , Dichiarazioni programmatiche – Interventi Berlinger , Craxi, Delfino , De Marzio, La Malfa , Magri , Mellini ,Pannella , Pinto , Riz ,Romita ,Spinelli , Zaccagnini , Zanone .– Replica - Dichiarazioni di voto – votazione, seduta n. 257, 16 marzo 1978. VII Legislatura , Senato della Repubblica, idem, seduta n.231, 16 marzo 1978.. 68 All’appello dei sindacati rispondono quindici milioni di italiani, «Corriere della sera», 17 marzo 1978 69 Editoriale (Arrigo Levi), Con i terroristi non si tratta, «La Stampa», 17 marzo 1978. 2St8 70 Agostino Giovagnoli, «Il caso Moro», Una tragedia italiana, p. 86-87 71 Giulio Andreotti , «Diari 1976-1978», cit., p. 193, nota del 17 marzo . 72 Respingiamo il ricatto: né con lo Stato né con le Br, «Lotta continua», 17 marzo 1978 ; Né con lo Stato né con le Br. Si cerca di prendere l’iniziativa, «Lotta continua», 18 marzo 1978. 73 Alberto Rapisarda , La spaccatura , a Roma, nei gruppi dell’ultrasinsistra. Solidarietà degli “autonomi” alle Br . Il “movimento” prende le distanze.“Lotta Continua” scrive che “ questa volta il gioco è estremamente oscuro e pesante”- Indetta per oggi nella capitale una manifestazione di protesta che è già stat vietata dalla Questura, «La Stampa», 21 marzo 1978. 2St9 74 Nella riunione tra Andreotti e i segretari dei partiti di maggioranza. Nuove misure per fronteggiare l'emergenza – Pesante silenzio sulla sorte dell'on. Moro -Discussi provvedimenti da adottare d'urgenza – Definite le proposte per potenziare forze dell'ordine e magistratura.Riunione della direzione Dc. Ridda di telefonate e di messaggi. Vertice degli inquirenti e dei servizi di sicurezza .Oggi pomeriggio i solenni funerali dei cinque agenti assassinati , 75 Esplode il dibattito su un tragico dilemma. Moro per Curcio : Sì o No ? Una scelta umana e civile, che nessuno vorrebbe assumersi , «Stampa Sera», 17 marzo 1978 Giovanni Conso , Sarebbe necessaria un apposita legge. Scambio Moro-Br un non senso giuridico «Stampa Sera», 20 marzo 1978 78 Moro non è morto Un appello Fo, Basaglia, «Lotta Continua», 19 marzo 1978. 79 Enrico Berlinguer, Unità e rigore , «l’Unità», 19 marzo 1978. 2U6 80 Appello di intellettuali italiani contro il terrorismo e la violenza, « l’Unità», 19 marzo 1978. 81 Clemente Granata , E’ ripreso ieri a Torino il dibattito in corte d’assise contro i fondatori delle Br. Impedita la lettura del volantino n. 11 dei brigatisti Curcio grida : “ Con Moro sarà processato lo Stato” ; Vincenzo Tessandori, Messaggio del “gruppo storico” per identificarsi con i Killers , «La Stampa», 21 marzo 1978 [pp.1-2] 82 Alberto Moravia, La storia ripete i tragici errori, «Corriere della sera», 20 marzo 1978. 83 Marco Boato, Nè con le Br né con lo Stato.E poi?, «Lotta Continua», 24 marzo 1978. 84 Giovanni Conso , Sarebbe necessaria un apposita legge. Scambio Moro-Br un non senso giuridico, cit. 85 Il black out nelle teste, «Lotta continua»,22 marzo 1978. 86 Paolo Spriano, Questo Stato non è un guscio vuoto, «l’Unità», 29 marzo 1976.2U7 87 Rossana Rossanda, Chi sono i padri delle Br, «il manifesto» 24 marzo 1978. 88 Cesare Cases , Terrorismo e Intellettuali. Contro il ricatto , «il manifesto», 24 marzo 1978. 90 Carlo Rivolta, Nessun consenso dal movimento. Fallisce il “ progetto” delle Br, «la repubblica», 28 marzo 1978 91 Articolo non firmato da attribuire al direttore Arrigo Levi, Eleggere Moro capo dello Stato? Alcune proposte per l’emergenza , «La Stampa», 28 marzo 1978. 92 Cinismo e pessimo gusto, «Lotta continua» , 29 marzo 1978. 93 Regime della rassegnazione, «La «Voce Repubblicana» , 30 marzo 1978. 96 Editoriale, Fermezza ; .f.p. ( Giorgio Frasca Polara), La Repubblica non può cedere al terrorismo I partiti democratici respingono il ricatto e le minacce delle "BR L’organo della DC esprime una posizione di fermezza e richiama la solidarietà tra le forze costituzionali. Convergenti dichiarazioni di esponenti del PSI, del PRI, del PSDI , del PdUP e del PLI- Una precisazione della Santa Sede , «l’Unità», 31 marzo 1978 97 Spirito critico 98 L’editoriale Un congresso su un vulcano , 26 marzo 1978. 99 cfr. Bettino Craxi, La riflessione di Trevi, «Avanti!», 9 ottobre 1977. 100 Alberto Rapisarda, Aperto a Torino il 41° Congresso del PSI. Craxi: “Vogliamo un socialismo di tipo occidentale ed europeo – La relazione introduttiva – Il futuro del partito, ha affermato il segretario uscente, deve andare oltre l’ “Alternativa socialista” per approdare a una “Alleanza riformatrice” che riunisca laici e cattolici, «La Stampa», 30 marzo 1978. 101 Vittorio Zucconi, Il congresso punto nodale della storia del PSI. L’avventura della rinascita di un partito antico e nuovo, «La Stampa», 30 marzo 1978. 102 Le conclusioni di Craxi , «Avanti!», 3 aprile 1978. 103 Commissione Stragi, 49 seduta , 16 marzo 1999. 104 Emanuele Macaluso, Qualche risposta ai “ garantisti” e a Galloni , «l’Unità», 1 aprile 1978. 2U8 105 VII Legislatura , Camera dei deputati , Interrogazioni sul rapimento del deputato Aldo Moro e sull’uccisione della sua scorta – Andreotti – Interventi , seduta n. 259, 4 aprile 1978. 106 Comunicato 107 Recapitata il 4 aprile pubblicata sul «Corriere della sera», 5 aprile 1978. 108 «Lotta continua» , 5 aprile 1978. 109 Enzo Forcella, La vita umana e la ragion di Stato, «la Repubblica», 8 aprile 1978. 110 Antonio Gambino, Perché non si può trattare, «la Repubblica», 12 aprile 1978. 111 Bettino Craxi intervistato da Aldo Rizzo, Bettino Craxi: la via socialista (in concorrenza con il Pci), «La Stampa», 8 aprile 1978. 2St10 112 Remigio Cavedon, Le sinistre dimenticano in fretta , «Il Popolo», 13 aprile 1978. 113 Giuseppe Sangiorgi, Fermezza e viva solidarietà sulle posizioni della Dc, «Il Popolo» , 12 aprile 1978 114 Paolo Pinna, La stampa e le Br, «Il Popolo», 12 aprile 1978. 115 Eugenio Scalfari, Colombe che son falchi, «la Repubblica», 14 aprile 1978. 116 Comitato centrale del 17 aprile 1978, relazione Paolo Bufalini: I compiti del partito nella lotta contro il terrorismo e per l’attuazione del programma di maggioranza - Interventi «l’Unità», 18- 19 aprile 1978 2U9 (2U10) 117 Alberto Moravia, Le loro azioni ci fanno orrore; Leonardo Sciascia, Sciascia: è la fine delle Br, «la Repubblica», 19 aprile 1978. 118 le adesioni all’appello 20 aprile 119 Attesa angosciosa, «Avanti ! », 19 aprile 1978; Navighiamo nel buio, «Avanti!», 20 aprile 1978. 120 Giulio Andreotti, «Diari», 1976-1979, cit., p. 210. 121 Giulio Andreotti, «Diari», 1976-1979, cit., p. 211 122 21 aprile 123 Un dramma politico ed umano, «Avanti ! », 21 aprile 1978. 124 Difficile e sofferta decisione della Dc, «Avanti !», 22 aprile 1978. 125 Cfr. G. Lopez, Il Pci respinge la linea Craxi ; Giampaolo Pansa, Passa per il Psi la via della trattativa; G. Rossi, Andreotti respinge la richiesta di scambio , « la Repubblica», 22 aprile 1978 126 Giulio Andreotti, «Diari» 1976-1979, cit., p.213. 127 Massimo Pini«Craxi» 128 Bettino Craxi, Che cosa propone il Psi e che cosa non propone , «La Stampa»,29 aprile 1978.2St11 129 Sulla posizione di Enrico Manca si veda intervista Compagno Craxi hai sbagliato, «Panorama», n. 630, 16 maggio 1978. 130 (citato in Giovagnoli. p. 219. ) 131 Sulla riunione vedi Commissioni Stragi seduta n. 39 del 22 luglio 1998; fra i resoconti stampa vedi Miriam Mafai, Quattro ore di riunione,« la Repubblica», 3 maggio 1978. 133 Eugenio Scalfari, Perché i socialisti lo fanno , «la Repubblica», 5 maggio 1978. 134 Dura replica di La Malfa ai socialisti, «la Repubblica», 3 maggio 1978. 135 Limite invalicabile , «l’Unità», 3 maggio 1978. 2U12 136 Ugo Pecchioli Pecchioli: minacciammo di togliere l’appoggio comunista al governo, «La Stampa», 13 ottobre 1982) 138 U.B., Berlinguer al popolo e agli elettori, «l’Unità», 8 maggio 1978. n24 139 Agostino Giovagnoli, «Caso Moro», una tragedia italiana, Il Mulino, 2000 p. 140 Gustavo Selva , «RadioBelva», Rusconi, 1978, p. 211-212 141 Riunione dei segretari regionali 25 maggio 1978 , Rapporto di Enrico Berlinguer, Fare emergere tutta la forza innovatrice della nostra proposta politica, «l’ Unità», 26 maggio 1978. 2U13 142 Claudio Petruccioli , Due “no” forti e consapevoli, «l’Unità», 28 maggio 1978. 2U14 143 M. G. Un segnale da meditare, «Il Popolo», 14 giugno 1978. 144 Le nostre riserve , «l’Unità», 27 maggio 1978. 2U15 145 Vedi Gerardo Chiaromonte, Non bisogna bloccare tutto; Ugo Baduel, Berlinguer precisa la posizione del Pci , «l’Unità», 18 giugno 1978. 146 Sulla vicenda si veda Emanuele Macaluso intervistato da Paolo Conti, Macaluso: Berlinguer, d’intesa con la Dc, gli suggerì il sacrificio, «Corriere della sera», 4 novembre 1998. 147 Breda Marzio, Giovanni Leone e il “complotto” “Il Pci volle le mie dimissioni Ma fu la Dc ad abbandonarmi”, «Corriere della sera» , 2 novembre 2008 ; «La Storia siamo noi», puntata del 20 maggio 2009; Cfr. Pierluigi Battista, Cronaca di una caduta, «La Stampa» 19 novembre 2003; «Ventunesimo secolo», n.21,2003; Emanuele Macaluso intervistato da Paolo Conti, Macaluso : Berlinguer, d’intesa con la Dc gli suggerì il “sacrificio”, «Corriere della sera», 4 novembre 1998. 148 Carlo Bo, Leone, 90 anni con un regalo : le scuse dei vecchi nemici, «Corriere della sera», 3 novembre 1988. 149 Craxi : Se sono pluralisti lo dimostrino, «l’Espresso», 25 giugno 1978; Giuliano Amato, Berlinguer e il presidente, Panorama, 27 giugno 1978; Enrico Manca, Uno per tutti, tutti per uno :purché sia socialista, «L’Espresso», 2 luglio 1978 150 ( si veda Popolo 6 luglio 1978). 151 Una tesi sostenuta da Eugenio Scalfari cfr. Eugenio Scalfari, Il momento della verità, «la Repubblica», 5 luglio 1978. 152 Eugenio Scalfari, Oggi il giuramento del nuovo capo dello Stato, «la Repubblica», 9 luglio 1978. 153 Giuramento e messaggio del presidente della Repubblica, VII Legislatura, seduta comune del 9 luglio 1978. da Presidenza Repubblica 154 Paolo Mieli, E se a eleggerli fosse il popolo? , «L’ Espresso», 16 luglio 1978; Tullio Fazzolari , Andrebbe a finire così, idem. 155 Citazione da Giuseppe Fiori, «Vita di Enrico Berlinguer», cit., p. 390. 156 Enrico Berlinguer intervistato da Eugenio Scalfari, Berlinguer risponde, Per noi Lenin non è un dogma «la Repubblica» , 2 agosto 1978. 157 Una risposta a caldo, «Avanti !», 3 agosto 1978. 159 Berlinguer risponde, Per noi Lenin non è un dogma, cit. 160 Eugenio Scalfari, Craxi ha tagliato la barba al profeta, «la Repubblica», 24 agosto 1978. 161 relazione di Zaccagnini, un nuovo solidarismo sociale per contrastare l’emergenza, Interventi , Confronto non appiattimento «Il Popolo» 30 luglio 1978. 162 Il discorso di Berlinguer a conclusione del festival di Genova, «l’Unità», 18 settembre 1978. 2U17 163 Giorgio Napolitano, «Dal Pci al socialismo europeo», Un’autobiografia politica, Laterza , 2005, pp. 162-163. 164 Luigi Pintor, L’ultimo Berlinguer, «il manifesto» , 19 settembre 1978. 165 Eugenio Scalfari, Ma il Pci aspetterà i tre squilli di tromba ?, «la Repubblica», 24 settembre 1978. 167 Miguel Gotor «Il memoriale della Repubblica», Einaudi, Torino, 168 Giorgio Battistini , Altre due lettere inedite , «la Repubblica», 6 ottobre 1978. 169 VII Legislatura, Camera dei deputati, seduta n.353, 24 ottobre; seduta n.354, 25 ottobre; seduta n.355, 26 ottobre 1978, 170 Lucio Magri, Claudio Napoleoni, Una proposta per la sinistra, la Repubblica, 9 settembre 1979. 171 Franco Pierini, Corrispondenza dal Congresso del Pdup, «Il Giorno», 13 novembre 1978. 172 «Un aggiornamento del caso italiano», Atti del convegno del Centro per l’unità della sinistra, Roma 17-18 novembre 1978. Ed. Iniziativa unitaria. 173 Antonio Ghirelli, «Caro Presidente», Due anni con Pertini, Rizzoli, Bur, Milano, 1982, p100. 174 Citazione da Francesco Barbagallo , «Berlinguer», p. 340. 175 ( vedere unità 13 gennaio) 176 La risposta è alla Dc ,«l’Unità», 14 gennaio 1979. 2U18 177 …vedere «Rassegna sindacale» 178 Sulla riunione della direzione e sulle varie posizione espresse vedi Francesco Barbagallo , p. 343-345 179 Luciano Barca, «Cronache dal vertice del Pci», cit., p. 180 Risoluzione della direzione del 17 gennaio 1979, La condotta della Dc mina le basi dell’accordo unitario, «l’Unità», 18 gennaio 1979. 2U19 181 Eugenio Scalfari, Se il leone comunista non è di carta, «la Repubblica», 21 gennaio 1979. 182 Su Guido Rossa si vedano : Giancarlo Feliziani, «Colpirne uno educarne cento- la Storia di Guido Rossa», Limina 2004; Paolo Andruccioli, «Il Testimone Guido Rossa, omicidio di un sindacalista», Ediesse 2009; Giovanni Biancone , «Il Brigatista e l’operaio», Einaudi 2011; Giovanni Fasanella, Sabina Rossa, «Guido Rossa mio padre», Rizzoli , Bur, Milano, 2006. 183 Enrico Berlinguer, «Antologia di scritti e discorsi», p. 92… 184 Intervento di Zaccagnini, Sono “ ingiuste” le accuse alla Dc , «Il Popolo», 27 gennaio 1978. 185 citazione da Il Pci esce dalla maggioranza Si apre la crisi di governo, «Il Popolo», 27 gennaio 1979 il fondo Cercare le intese ) 186 Richard N.Gardner , «Mission Italy», cit., p. 280. 188 VII Legislatura , Camera dei deputati, Andreotti : Comunicazioni del governo , seduta n. 394, 29 gennaio 1979 , pp. 26905 – 2691 - Discussione , seduta n. 395, 30 gennaio – Discussione e dimissioni del governo, seduta n.396, 31 gennaio 1979. 189 ( seduta n. 395 , 30 gennaio pp. 26954 – 26963 ) 190 ( ivi, pp. 26974 –26977 ) 191 ( ivi, pp. 26982 - 26991 ) 192 ( seduta n. 396 del 31 gennaio 1979 , pp. 27048 – 27052 ) 193 Giulio Andreotti , «Diari 1976-1979» , cit. , p. 306. 195 ( vedere unità del 5 febbraio ) 196 vedi unità del 7 febbraio. 197 Andreotti, «Diari» 1976-1979, cit., p. 307 nota del 7 febbraio 1979. 198 Bettino Craxi intervistato da Aldo Rizzo, Craxi ha una proposta concreta e la farà al tavolo di Andreotti , «la Stampa», 11 febbraio 1979. 2St12 199 citazione da e-c.f , Neppure i comunisti, dice la Csil possono garantire la pace sociale, «La Stampa», 13 febbraio 1979. 200 ( vedi unità p. 2) 201 Editoriale dell’Unità le ragioni di un fallimento . 202 Per una trattativa reale, «l’Unità», 23 febbraio 1979. 2U20 203 Intervento alla direzione del Pci del 8 febbraio citato in Francesco Barbagallo, p. 347. 204 Nuove proposte del Pci per risolvere la crisi, «l’Unità», 1 marzo 1979. 2U21 205 Cfr. Andrea Manzella , «Il tentativo la Malfa». Tra febbraio e marzo : nove giorni per un governo , Il Mulino, Bologna, 1980 206 Testimonianza in Nello Ajello, «Il lungo addio », Intellettuali e Pci dal 1958 al 1991, Laterza, 1997, pag. 197. 207 citazione da Luca Giurato, La Malfa rinuncia all’incarico Pertini riapre le consultazioni , «La Stampa», 3 marzo 1979. 2St13 208 Eugenio Scalfari , Aspettando che Craxi decida, «la Repubblica» , 4 marzo 1979. 209 Giulio Andreotti, « Governare con la crisi», cit., p. 267. 210 Luca Giurato,Berlinguer insoddisfatto ma Craxi fa una proposta ,«La Stampa», 8 febbraio 1979. 2St14 211 Ma che si voleva da noi, «l’Unità», 11 marzo 1979. 2U22 212 «la Repubblica», 16 marzo 1979. 213 Cfr. Alberto Rapisarda, Solo una riforma elettorale garantirà governi stabili ?, «Stampa Sera», 19 marzo 1979. 2St15 214 Bruno Ugolini, Duecentomila a Milano non è certo qui il riflusso , «l’Unità», 29 marzo 1979. 2U23 215 Bruno Ugolini, Duecentomila a Milano non è certo qui il riflusso , «l’Unità», 29 marzo 1979. 2U23 216 29 marzo seduta n. 388 del Senato – 30 seduta n. 389 la discussione… 217 Giulio Andreotti , «Governare con la crisi», cit., p.268. 218 Miriam Mafai , si sono scontrate alla tribuna le due anime del Pci, «la Repubblica», 3 aprile 1979. 219 Pci - XV congresso, Roma 30 marzo – 2 aprile 1979 . Il rapporto di Berlinguer : Per unire il paese e salvarlo dalla crisi - Il dibattito - La replica di Berlinguer : Con il Pci per salvare l’Italia Senza il Pci non si può governare -Emendamenti e decisioni – Sulle pagine dei giornali , «l’Unità», 31 marzo- 4 aprile 1979 Il rapporto di Enrico Berlinguer al XV congresso, l’Unità 31 marzo 1978. ; «XV congresso del Partito comunista italiano: atti e risoluzioni», Editori Riuniti, 1979; 220 (Alberto Rapisarda, un discorso di tre ore , La Stampa 31 marzo 221] ( Frane Barbieri L’ecumenismo della terza via, La Stampa, 6 aprile 1979) 222 Giulio Andreotti , «Governare con la crisi», cit. , p.268. 223 Miriam Mafai , Si sono scontrate alla tribuna le due anime del Pci, «la Repubblica», 3 aprile 1979. 224 Per gli interventi 225 Le radici della crisi italiana , intervista a Norberto Bobbio, «Mondo operaio», aprile 1979 226 Giulio Andreotti , «Governare con la crisi», cit. , p.268. 227 Eugenio Scalfari , E’ finita davvero la politica dei piccoli passi ? 4 aprile 1979. 228 Alessandro Natta, Marchingegni elettorali per governare da soli,«l’Unità» , 6 aprile 1979 n39; Claudio Petruccioli,Il salto di Piccoli, « l’Unità», 8 aprile 1979 n40 229 Enrico Berlinguer, Dell’on. Piccoli e dell’ingovernabilità, «l’Unità» 22 aprile 1979 . n41 230 Fausto De Luca, Craxi propone un patto al corpo elettorale,« la Repubblica» 8 maggio 1979.
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