Cap. II VIII LEGISLATURA LA FINE DELLA CENTRALITA' DELLA DC 1. COSSIGA: UN GOVERNO DI TREGUA? |
Inizia il declino del Pci
Alle ore 21 del 4 giugno Enrico Berlinguer, davanti agli schermi televisivi, commenta il voto: «Il nostro partito ha registrato una sensibile flessione rispetto all’eccezionale avanzata del 1976, ma si è attestato su posizioni che consolidano una parte sostanziale di quella avanzata e che lo confermano nella sua forza decisiva della classe operaia, delle masse popolari e della democrazia italiana». Una conferma – prosegue – significativa a fronte dell’attacco a cui da più parti è stato sottoposto il Pci. Due gli aspetti che mette in rilievo: «la Dc (…) ha mancato l’obiettivo di una sua avanzata» e «tutte le forze politiche si trovano come prima davanti la questione comunista».1 Il Pci è il principale sconfitto, si ferma al 30,38 %, sono lontani i trionfali successi delle amministrative del 1975 e delle politiche 1976. Perde circa il 4%, quasi un milione e mezzo di elettori. Inizia un lento declino elettorale, politico e organizzativo. La Dc col 38,3% arretra di mezzo punto percentuale. Stazionario il Psi, 9,8%. L’elettorato non ha premiato l’ambivalenza del terzaforzismo craxiano. Rinnovati al 50% i suoi gruppi parlamentari.2 Il Pri si attesta al 3%. Aumentano leggermente il Pli che passa dall’1,3% all’1,9% e il Psdi, dal 3,4% al 3,8%. Il Pdup si ferma all’1,4 %. Tenendo conto della scissione un buon risultato. Rispetto al Listone del 1976, passa da 4 deputati a 6, «l’unica forza vincente a sinistra del Pci» scriverà Massimo Caprara in «Ritratti in rosso».3 La grande sorpresa è il Partito radicale. Alla Camera dall’1, 07 % raggiunge il 3,45 %, conquistando 18 parlamentari rispetto ai 4 del 1976. Al Senato passa dallo 0,8% all’1,3 %, eleggendo 2 senatori. Più d’ogni altra forza politica ha intercettato il malessere della sinistra critica rispetto al compromesso storico. Ha strappato al Pci il 10 % circa del consenso elettorale ottenuto fra i giovani 4 Per la prima volta un voto tipicamente d’opinione5 . Un partito con pochi iscritti che si avvale di una forte capacità di mobilitazione e sfrutta abilmente le varie forme della «spettacolarizzazione della politica». Partito aperto ai simpatizzanti, senza vincolo di mandato per i suoi eletti. Nelle sue liste, insieme al gruppo storico, militanti sessantottini come Marco Boato, Mimmo Pinto, ex parlamentari del Psi, come Aldo Aiello, il giornalista dell’«Espresso» e di «Panorama» Gianluigi Melega, e può avvalersi del prestigio della candidatura di Leonardo Sciascia ormai in rotta col Pci. Alla vigilia della consultazione elettorale, nel suo 21° congresso, ha indicato come compiti prioritari «far crescere e portare a una nuova, grande affermazione «il potenziale democratico, popolare, dell’Italia del 12 maggio 1974 e dell’11 giugno 1978 e dell’intero movimento per i diritti civili»; rafforzare ed esaltare tutte le realtà «autogestionarie, federaliste, pacifiste, internazionalistiche (…) etniche, culturali, religiose, sociali e di classe che si oppongono ai centralismi autoritari e burocratici sia degli Stati nazionali, sia delle strutture economiche multinazionali». Infine «offrire uno sbocco unitario e vincente alle forze popolari, di classe, autenticamente regionaliste autonomistiche, (…) le quali hanno dimostrato di volersi ribellare alla trentennale politica verticistica, interclassista, corporativa, violenta e corrotta della Dc, sostenuta o tollerata dai suoi alleati di ieri e d’oggi»6 . Ostruzionsimo parlamentare e campagne referendarie i suoi principali strumenti di mobilitazione dell’opinione pubblica. Regole e schieramenti politici messi costantemente in discussione. Le elezioni europee del 10 giugno, per la prima volta un voto popolare per il Parlamento di Strasburgo, non registrano spostamenti significativi7. Un leggero miglioramento per il Psi che raggiunge l’11 %, sufficiente a rincuorare il partito e difendere la segreteria Craxi. La Dc scende al 36,5%, il Pci al 29,5%, un modesto incremento per il Psdi, 4, 3%, e per il Pli, 3,6%. Avanza ancora il partito radicale, il 3,7%. Una leggera flessione per Pdup insidiato da Dp che, non presente nella competizione politica, si aggiudica lo 0,7%. Stabile il Msi, 5,4%. Aumenta l’astensionismo: il 13%.
I partiti prendono posizione.
Il documento approvato dalla direzione del Pci del 13 giugno sottolinea, con preoccupazione, l’avanzata in Europa dei partiti conservatori e di destra e l’arretramento delle sinistre. Rispetto alla situazione nazionale si legge: «I comunisti non ritengono invece né possibile né utile di dare il proprio appoggio a soluzioni governative dalle quali il Pci sia escluso» . Eloquente il titolo con cui l’«Unità» pubblica il documento: Discussione e lotta. Parlando a Cagliari, in che occasione Berlinguer valorizza il risultato del Pci che nel confronto con le altre sinistre europee si conferma il più forte partito comunista dell’ occidentale con cui tutti in Europa e in Italia devono fare i conti: «nessun appoggio a governi che ci escludano» 8 . Nella direzione socialista De Martino, Lombardi, Cicchitto e Achilli criticano la scelta «terzaforzista» che ha caratterizzato la campagna elettorale e denunciano l’offuscamento dell’immagine di partito della sinistra. Craxi evita di pronunciarsi sul prossimo esecutivo, a suo giudizio, l’iniziativa spetta alla Dc. La sua diagnosi: «non c’è una maggioranza di centro, non è possibile un ritorno al centro-sinistra, non c’è una maggioranza di sinistra, ma c’è un problema di governabilità». Provocatoriamente Martelli lancia l’ipotesi di un governo minoritario laico - socialista con l’appoggio esterno di Dc e Pci. Relazionando al direttivo della Csil, il neosegretario aggiunto Franco Marini conferma la linea dell’Eur e rassicura che i risultati elettorali non produrranno «indurimenti di linea» nel sindacato che non deve esprimersi sulle formule di governo ma su programmi e governabilità, rivendicando come priorità lavoro e occupazione. Intervistato dal «Popolo»: «bisogna ammettere che la soluzione della solidarietà nazionale non è stata premiata»9 . Si apre una fase nuova nel sindacato fare Zaccagnini, nella direzione del 13 giugno esprime soddisfazione per il voto alla Dc, indica nel Pci il responsabile della rottura della solidarietà nazionale e della fine della legislatura, aggiungendo che il partito di Berlinguer «non può pretendere di imporre la sua strategia agli altri partiti, deve anzi riconoscere che è crescente ed in diverse direzioni, la ostilità nei confronti della proposta del compromesso storico, senza che sia stata raggiunta quella dell’alternativa di sinistra». Pur confermando il quadro della solidarietà nazionale, registra il pronunciamento comunista, non si pronuncia sulla formula ma indica nell’arco di forze che va dal Psi al Pli l’area di governo entro cui la Dc vuole muoversi. Non si esprime sulla formula. 10 . Nel dibattito, nei partiti e nei commenti stampa, si avverte la crisi del primato della Dc nel sistema politico 11 . Dopo la rinuncia di Ingrao che molti attribuiscono alla volontà di un più diretto impegno al partito, il 20 giugno Nilde Iotti è eletta presidente della Camera. Per la prima volta una donna alla terza carica dello Stato. Ruolo che ricoprirà fino al 1992. Mentre si avvia la discussione sulle prospettive politiche nel paese si lotta. Sciopero generale il 19 giugno, quattro ore nell’industria e nell’agricoltura, otto ore per gli statali e parastato. Nonostante la massiccia astensione dal lavoro si registra qualche difficoltà fra i lavoratori del pubblico impiego e in alcune zone del Mezzogiorno. Bassa la partecipazione a Roma e Napoli, 50% circa, 70 % in Lombardia, 70 % alla Fiat. Fermi i contratti. Imprenditori pubblici e privati prendono tempo12 . In programma scioperi e cortei. Il 22, rotte le trattative per il contratto, 200 mila metalmeccanici sfilano per le vie di Roma. Tre cortei 31 treni speciali, milleduecento autocorriere, tre navi. Una Sfida democratica per l’«Unità». Alle spalle sei mesi di trattativa. Un mare di operai, forti e sereni, così il resoconto del quotidiano comunista. Sul settimanale la «Discussione» Zaccagnini, commentando il dibattito in corso fra i partiti, in particolare le dinamiche dell’area laica, osserva con preoccupazione che «si sta delineando una tendenza all’aggregazione di aree tra loro diverse» che hanno il legittimo desiderio di «contare di più unendosi» e auspica che «le aggregazioni al centro o altrove abbiano un minimo di omogeneità, siano fatte più a favore di qualcosa che “contro qualcuno”». Il vicesegretario dc Ciriaco De Mita su «Repubblica»: «la situazione attuale è tale che non tollera né una distinzione netta fra maggioranza e opposizione né un’alternativa». Sono i grovigli in cui si dibatte la Dc. Per Alessandro Natta non si sfugge «all’impressione che le molte e ripetute riproposizioni della linea della solidarietà nazionale non vadano di là dallo sgravio di coscienza, della ricerca di qualche alibi o, peggio, del tentativo di riversare le responsabilità su un Pci che si vorrebbe presentare come restio a farsi carico del problema della governabilità del paese». In tono di sfida aggiunge: «A questo punto il dovere e l’onere di una soluzione toccano alla Dc e investono anche il Psi» e, in polemica con Craxi, sottolinea come la tesi della governabilità sostenuta dei socialisti nel corso della campagna elettorale non ha dato «maggior forza all’idea e all’esigenza di un governo a cui partecipino i partiti della sinistra». Infine, ribadendo che il Pci non parteciperà a trattative programmatiche, afferma che non sarà indifferente a uomini e programmi del nuovo esecutivo: «Valuteremo in Parlamento e, soprattutto alla prova dei fatti»13 . Il gruppo socialista, alla Camera, si divide sul voto per il capogruppo. Balzamo sostenuto da Craxi con 37 voti prevale su Aldo Aniasi sostenuto da Signorile che ottiene 29 voti. Il consiglio nazionale della Dc, 23-24 giugno, conferma la linea tracciata dalla direzione: la costituzione di un governo che va «dal Pli al Psi» sostenuto da una maggioranza parlamentare e, alludendo alla volontà di non interrompere la solidarietà nazionale, «dal diretto impegno di cooperazione di altre forze politiche democratiche»14 . Il comitato centrale del Psdi, riunito il 22 giugno, pone l’esigenza di un governo «stabile» e «autorevole» avanzando la necessità di un accordo fra le forze «laiche e socialiste» e «in questo quadro la stessa presidenza del Consiglio non va considerata come appannaggio indiscusso della Dc ma valutata all’interno di un’equilibrata ed efficace struttura dell’esecutivo». Anche il Pli si pronuncia per una presidenza laica auspicando «un diverso e più equilibrato rapporto tra i partiti laici e la Dc». Di diverso avviso i repubblicani: il problema del governo deve riguardare i programmi senza «veti e preclusioni di tipo personale». La direzione socialista si pronuncia contro l’ipotesi della Dc ed esprime una «duplice preferenza»: un governo «rinnovato negli uomini e nei programmi» e «l’avvio di un principio di alternanza» . Una decisa contrarietà alla riconferma di Andreotti a cui contrappone l’autocandidatura alla guida del governo. Il 23 giugno Pertini avvia le consultazioni. Il Psdi rilancia l’appello ai partiti laici e socialisti per un accordo preventivo per «avviare, da una posizione di maggior vigore, la trattativa conclusiva con la Dc». Il Psi ribadisce la necessità dell’alternanza alla guida del governo. Per Berlinguer la soluzione è un «governo di unità democratica» e, «per chiarezza», aggiunge: il Pci «si collocherà all’opposizione nei confronti di qualunque governo di cui non faccia parte». Non senza sorprese, il 2 luglio Pertini incarica Andreotti. Immediate le reazioni negative del Psi per il quale Andreotti è il «presidente di un governo a suo tempo battuto in Parlamento e sconfitto dalle elezioni». Un no al presidente degli anni della solidarietà nazionale.
La discussione nel Pci .
Nelle sezioni e nelle federazioni del Pci la discussione oscilla fra contestazioni alla linea e delusioni. Riflessioni autocritiche e interrogativi inondano le pagine dell’«Unità». Amarezza dei militanti. Il titolo del resoconto dell’Assemblea a Mirafiori a Torino “Abbiamo fatto da puntello al Paese” ben rappresenta uno stato d’animo diffuso fra gli iscritti. Aleggia sfiducia nei confronti del gruppo dirigente15 . Dal 2 al 5 luglio il comitato centrale. Quattro giorni di dibattito, una novantina d’interventi 16 . Spostare alla fine la nota Gli anni della solidarietà nazionale sono sottoposti a una dura verifica. Berlinguer conferma la strategia dell’unità democratica ma contesta la sua riduzione «a una determinata formula di governo», identificazione «tipica delle interpretazioni deformanti e riduttive del compromesso storico» che hanno costituito un impaccio e sono state all’origine «anche nel partito di posizioni e di atteggiamenti che ci hanno nociuto». Insiste sul valore della prospettiva indicata dal 1973: «La politica di unità è necessaria se si vuole affrontare e portare avanti un processo di trasformazione della società; è funzionale ed è indispensabile per realizzare quegli obiettivi di riforma di rinnovamento economico, sociale e politico che consentano al nostro paese un nuovo sviluppo e un superamento dell’assetto capitalistico». Torna, pedagogicamente, sul legame fra compromesso storico e tradizione togliattiana, radice della trentennale esperienza del partito: «l’emancipazione della classe lavoratrice, il progresso e l’avanzamento democratico, la lotta per il socialismo esigevano che si evitasse la spaccatura, la contrapposizione, lo scontro frontale fra due schieramenti, la polarizzazione a destra di forze sociali e politiche intermedie con il pericolo d’isolamento della classe operaia». Da questa convinzione la ricerca dell’incontro con masse popolari di orientamento cattolico e le forze democratiche presenti nella Dc anche se, precisa, nessuna intesa «è possibile con la Dc come è oggi». Ribadisce le sue riserve sull’alternativa di sinistra: «Se l’alternativa di sinistra si propone – come in qualche misura si tentò agli inizi degli anni ’60 – come la costruzione di una terza forza rivolta a strappare la maggioranza del movimento operaio al Pci per emarginarlo o si prospetta come ipotesi di una conversione del Pci ad una linea di netto stampo socialdemocratico, dobbiamo dire che nel primo caso si rischia di provocare tensioni e rotture a sinistra e nel secondo caso si tratta di una impostazione che appare velleitaria, impossibile date le tradizioni storiche e la realtà attuale del movimento operaio». Berlinguer, alludendo alle riserve manifestate a suo tempo, rivendica la decisione di uscire dalla maggioranza: «Bisognava salvaguardare l’autonomia, le caratteristiche, la funzione e l’avvenire del partito dal rischio di un tracollo o di uno snaturamento». Napolitano chiama in causa i metodi di direzione, denuncia poca chiarezza e un partito che nel corso del triennio non ha avuto consapevolezza della posta in gioco. Reagendo alle critiche sulle scelte di politica economica ribatte che il tema vero era il quadro politico d’insieme e non tanto le singole misure. Nel dibattito Dario Valori, ex segretario del Psiup confluito nel Pci nel 1972, e Riccardo Terzi segretario della federazione di Milano si pronunciano apertamente contro il compromesso storico e per l’alternativa. Numerosi, per quanto sotto traccia, i dissensi più o meno palesi con la relazione. Dubbi sulla riproposizione della linea. Molti sollecitano un diverso rapporto con il Psi, altri una più netta radicalizzazione delle posizioni politiche. Gli interrogativi principali riguardano il rapporto fra il partito e una società in mutazione. Concludendo Berlinguer ammette che il dibattito ha rivelato «un travaglio, un’inquietudine superiori a quello che ci si poteva attendere, ma comunque riflettono un aspetto della realtà del partito». Nella discussione, pur velate dalla ritualità, non sono mancate le critiche dirette al segretario. Commentando la relazione il «manifesto» ha titolato Berlinguer si è difeso criticando gli altri. Nelle conclusioni, lo stesso segretario replica: «In quanto ad alcune insinuazioni secondo le quali il rapporto mirava a salvaguardare posizioni personali, non meritano nemmeno di essere raccolte. I compagni sanno che io personalmente non ho fatto niente per acquisire l’incarico che ho, né ho fatto o farò niente per mantenerlo». Netta la decisione: o al governo o all’opposizione. La scelta della nuova segreteria e della direzione sembra rispondere all’esigenza di una maggiore radicalità. Escono dalla segreteria Bufalini, Cervetti, Pajetta e Pavolini, secondo i commenti della stampa è liquidata la destra più filogovernativa mentre restano in segreteria, espressione di una destra laica più moderna, Napolitano che passa a dirigere la sezione esteri e Chiaromonte che lo sostituisce al dipartimento economico. Entra in segreteria Adalberto Minnucci segretario della federazione di Torino e considerato vicino alle posizioni ingraiane. Natta assume il ruolo di coordinatore. Per il «manifesto»: «una chiusura a riccio» del gruppo dirigente. La riflessione continuerà, ne sono una testimonianza le pagine dell’«Unità» e di «Rinascita». L’immagine che si ricava è quella di un partito in cerca di nuove strade, che s’interroga sulle mutazioni sociali e le trasformazioni intervenute. Sente di non afferrare il nuovo e nello stesso tempo non vuole perdere le sue radici. Qualche settimana dopo il comitato centrale Alberto Asor Rosa, appena eletto deputato con una significativa affermazione personale, sceglie «Repubblica» per porre l’interrogativo che assilla i militanti Caro compagno Berlinguer siamo davvero sulla strada giusta? e criticando l’assenza di un’autocritica sulla linea piuttosto che sulla sua applicazione scrive: «Quasi che quanto è accaduto sia comunque il minor male rispetto a un altro puramente ipotetico, mentre al tempo stesso si scongiura ogni richiesta di correzione e di cambiamento valorizzando il fatto che il grosso dell’esercito, nonostante tutto, si è salvato» 17 . Negli stessi giorni del comitato centrale del Pci fallisce il tentativo Andreotti. Era nelle previsioni, un incarico al buio privo di ogni accordo preventivo fra le forze politiche. Aumentano le incognite sulla formula politica. Il Psi insiste per un governo guidato da un laico, rispetto al quale prospetta l’astensione. Per repubblicani e socialdemocratici un’ipotesi «positiva e importante» ma a condizione della presenza organica del Psi . Sulla stampa si fanno i nomi di Saragat o del repubblicano Bruno Visentini.
Il fattore S= socialisti
Il 6 luglio s’incontrano le delegazioni del Pci e del Psi. Un «positivo confronto di posizioni» si legge sul quotidiano del Pci. Il 7 luglio la rinuncia di Andreotti che dichiara alla stampa di non aver ottenuto la maggioranza indispensabile per la formazione di un governo e aggiunge «vi sono state anche le conferme alla disponibilità, ma anche le conferme all’indisponibilità motivate sul concetto obiettivo e su un desiderio di avere un’alternanza politica nella presidenza del Consiglio». Pertini, indifferente alle resistenze della Dc, il 9 luglio, incarica Bettino Craxi 18 . Esulta il Psi. Dopo la Malfa, ancora un laico, la prima volta di un socialista. L’indicazione assume un forte carattere simbolico: la presidenza del consiglio non è più una riserva della Dc. Scrive l’«Unità»: «un fatto nuovo e importante nello svolgimento della crisi»19 .Incoraggianti le reazioni del Pdup e dei radicali che riprendono il tema dell’alternativa di sinistra posta dal Psi al congresso di Torino. Un riferimento che porta il «Popolo» a scrivere: «ci sono già forze che si muovono in una sorta di prospettiva cilena e che premono affinché Craxi collochi la sua ricerca di soluzione della crisi non solo nel segno dell’‘ alternanza’ ma dell’“ alternativa» (…)» prospettiva a cui «le forze democratiche a cominciare dalla Dc non potrebbero in alcun modo dare il loro assenso o il loro consenso». Il Psi è avvisato, anche se la prospettiva cui lavora Craxi è ben lontana dall’alternativa temuta. Crescono le difficoltà della segreteria Zaccagnini. Un chiaro segnale in occasione dell’ elezione del presidente del gruppo democristiano alla Camera, che vede la sconfitta di Giovanni Galloni, indicato dal segretario, battuto da Gerardo Bianco espressione della svolta moderata che avanza nel partito. Sin dai primi incontri fra Dc e Psi si registrano le reciproche ostilità. La Dc considera la presidenza del Consiglio a un laico «uno strappo alla regola», la messa in discussione del ruolo centrale del partito di maggioranza relativo. Craxi prospetta un quadripartito, Psi, Dc, Psdi e Pri con l’astensione del Pci. Berlinguer apprezza l’impegno socialista ma ribadisce le posizioni assunte dal comitato centrale: nessun appoggio a governi che escludono il Pci20 . Cauto nell’accenno a possibili aperture future: «Per l’avvenire potremmo anche proporre al nostro comitato centrale una modifica della posizione parlamentare del nostro partito se, come ci auguriamo, gli impegni e gli atti del governo risponderanno a quella necessità di risanamento e di riforma che noi poniamo in primo piano». Macaluso su «Rinascita» riconosce che l’incarico a Craxi rappresenta un fatto rilevante e può segnare l’avvio di «una fase nuova nella tormentata vicenda italiana» ma «l’incarico al più autorevole esponente del Psi deve anzitutto esprimersi delineando una soluzione imperniata sull’unità della sinistra» e deve far cessare ogni «pregiudiziale» nei confronti dei comunisti»21 . Non è quello che si aspetta Craxi, vorrebbe un sostegno esplicito e senza condizioni . Terrorismo e criminalità intorbidano la scena politica. Nella notte del 12 luglio a Milano è ucciso l’avvocato Giorgio Ambrosoli, dal 1974 avvocato liquidatore della Banca privata Italiana. Quattro colpi partiti da una 357 magnum. Sparati da William Joseph Aricò un sicario pagato da Michele Sindona con 2ç mila dollari in contanti e un bonifico di 90 mila dollari. Ai suoi funerali nessuna autorità pubblica solo una rappresentanza della Banca d’Italia22 . La drammatica manifestazione della solitudine in cui ha operato. Il 12 luglio si scinde la corrente di Forze nuove, è rottura fra Guido Bodrato e Carlo Donat Cattin, fiero avversario di ogni dialogo col Pci. Nella direzione del 13 luglio si scontrano Galloni e Donat Cattin 23 . Zaccagnini è stretto fra due linee inconciliabili. La Dc non accetta un ruolo «subalterno» e «autolesionista» e considera pieno di «ambiguità» il tentativo Craxi per cui chiede un «chiarimento che va portato fino in fondo». Il segretario, Galloni e De Mita sono per riproporre un monocolore dc appoggiato dai comunisti, Donat Cattin, Forlani, Piccoli, Bisaglia vogliono stringere Craxi in un centrosinistra segnato da una netta chiusura a sinistra evidenziata anche dalla fine delle giunte «rosse»24 . Su questi presupposti la lettera che Zaccagnini invia al segretario socialista per chiedere un preciso vincolo politico: quadripartito di «ferro»25 . Craxi replica: «la Dc chiede delle garanzie politiche saranno date»26 . Non convinto Guido Bodrato che sul «Popolo» denuncia: «Il tentativo di Craxi è l’avvio di una operazione che si propone una profonda modifica degli equilibri politici». Il 14 Craxi riferisce a Pertini. Il 13 luglio le Br uccidono il tenente colonnello dei carabinieri Antonio Varisco. Sono noti i suoi rapporti a destra, negli ultimi mesi del 1978 si è incontrato più volte con Mino Pecorelli. Inquietanti collegamenti. Il 21 è ucciso dalla mafia Boris Giuliano vicequestore di Palermo. La direzione della Dc del 19 luglio conferma il suo no al tentativo Craxi27 .Tutti si attendono la rinuncia invece Craxi, dopo un colloquio informale con Pertini, insiste e riprende le consultazioni iniziando proprio dalla Dc. Dopo l’incontro il segretario socialista, con una nota, aderisce alla richiesta democristiana di una «proposta di governo sorretta da una precisa piattaforma politica e programmatica» e annuncia l’invio di un documento «come base di un negoziato che possa essere avviato da Dc, Psi, Psdi, Pri e Pli e che possa, nel contempo, costituire un termine di confronto con le forze che hanno già annunciato la loro opposizione parlamentare al tentativo in corso». Craxi lavora al programma: 18 dossier, 400 cartelle elaborate fra gli altri da Cicchitto, Bassanini e Ruffolo. La «Bibbia di Craxi» scrive l’«Espresso»28 . Tre parti: la formula di governo, dalla Dc al Pli; i rapporti con le forze politiche, no all’alternativa di sinistra sì alla solidarietà; il programma. Un governo a cinque, l’ex centrosinistra più i liberali, nessun impegno sulle giunte. 29 Da sette mesi l’Italia è senza governo. Il 24 la tempestosa riunione della direzione dc. Il documento conclusivo ufficializza un nuovo no a Craxi, «la linea politica indicata dall’on. Craxi – si legge - conduce ad una sostanziale modifica del ruolo che gli elettori hanno attribuito alla Dc e tende, anche per questo, a stabilire un nuovo e diverso sistema di rapporti fra i partiti politici» per concludere che la proposta avanzata «non è accettabile». Forlani vota contro, unico fra i leader si schiera a sostegno del tentativo del segretario socialista. Nei commenti di molti dirigenti dc si parla – senza infingimenti – di avversione «caratteriale» al Psi, di fastidio della base nei confronti della disinvoltura socialista, ora col Pci ora con la Dc nelle giunte locali. Giuseppe Pisanu, già membro della segreteria di Moro, cita le cifre: il Psi nei comuni sopra i 5000 abitanti è presente in 1061 giunte, la Dc in 1001 malgrado sia il primo partito italiano. E ancora il 32 % dei consiglieri socialisti diventa assessore, contro il 25% dei Dc, nei comuni capoluoghi il 40% dei socialisti contro il 20% Dc, nei consigli provinciali il 45% contro il 25%30 . Craxi, il 24 luglio, è costretto a rinunciare. Non intende formare un governo privo di maggioranza stabile. Nessun governo dei tecnici in attesa di una fatidica «soluzione transitoria – istituzionale». L’amarezza per il fallito tentativo si scarica sul Pci, complice la sinistra democristiana. Una tesi accreditata dallo stesso leader democristiano Galloni che sull’«Avanti!» attribuisce al Pci la responsabilità del no del suo partito 31 . Polemico con la posizione assunta dai comunisti il direttore di «Repubblica» che giudica il Pci ripiegato su se stesso, impegnato solo a «recuperare un fideismo di base», una situazione in cui «sarebbe difficile chiedere ai socialisti di inventarsi da soli una politica di sinistra che non esiste» e riconosce a Craxi di aver «operato in modo da non perdere i contatti con i comunisti». 32 Ricostruendo sull’«Espresso» il lavorio socialista nei giorni dell’incarico a Craxi, contatti, incontri, ricerca di consenso in vari ambienti, Claudio Signorile pone l’ipoteca che segnerà gli anni a venire: il «Fattore S». La presidenza ai socialisti. «L’ottava legislatura vive, o muore sul “ fattore S”» così conclude il suo articolo. 33
Ci prova Pandolfi
Tutto confuso, una matassa di contraddizioni politiche: ambizioni socialiste, difesa della centralità democristiana, incertezza nelle alleanze. Il 27 luglio l’incarico a Filippo Maria Pandolfi. Indisponibili ad accettare l’incarico nell’ordine Saragat, Cesare Merzagora e Forlani che rinuncia in vista delle prossime battaglie congressuali. Si aggrava lo scenario economico e sociale. Scioperi, paralisi dei servizi pubblici, il terrorismo prosegue nella sua offensiva di morte, l’acuirsi della crisi in Medio Oriente con tutte le sue conseguenze sulle risorse petrolifere. Le cronache si diffondono sui torbidi scenari e i retroscena del caso Sindona. Il comitato centrale del Pci, il 27 luglio, discute dello svolgimento della crisi34 . Per Berlinguer il successo di Pandolfi non dipende dal Pci, «possiamo dire che la designazione non provoca reazioni di particolare ostilità di parte nostra. Resteremo all’opposizione dato che si vuole mantenere la preclusione al nostro ingresso al governo, ma al tempo stesso insistiamo sull’urgenza che un governo sia dato al paese per colmare un vuoto non più sostenibile». Signorile, a nome del Psi, afferma: «E’ chiaro che se si dovesse trattare di un governo fortemente caratterizzato sul piano politico noi non potremmo accettarlo, se invece si tratterà di un governo di tregua allora il discorso può ritenersi aperto». I socialisti vogliono una fase di decantazione. Pandolfi non gode del necessario consenso nel suo stesso partito. Debole la proposta programmatica, precaria la formula, un governo Dc, Psdi, Pri e Pli, alleanza già respinta alla fine della precedente legislatura. Il Pri si oppone all’entrata nel governo del Pli, favorevoli invece i socialisti. Dopo un complesso gioco di veti e di spinte contrapposte i liberali decidono che non voteranno il governo 35 . Arduo formare quello che viene definito un «governo di tregua». I socialisti puntano a rilanciare la loro candidatura a Palazzo Chigi. Tutti tentativi che pur auspicandone i voti escludono la partecipazione del Pci all’esecutivo. Si arriva all’ipotesi di un tripartito Dc, Pri, Psdi. Dal comitato centrale socialista una bocciatura . Per il Psi il tentativo, nato come un governo di «tregua», ha progressivamente assunto la fisionomia di una «riedizione del governo tripartito, mirante a recuperare la linea politica della segreteria della Dc» 36 . Critica la stessa Dc, insoddisfatta dalla lista dei ministri preparata da Pandolfi 37 . Il 1° agosto la rinuncia .
5.Cossiga al governo
Il giorno dopo l’incarico passa a Francesco Cossiga, è il quarto tentativo dopo il voto politico. Nessuna consultazione con i partiti, solo colloqui informali con i leader. Il presidente incaricato accelera, cerca l’accordo per un governo formato da Dc ed esponenti dei partiti laici e socialisti. I repubblicani si dichiarano indisponibili a partecipare all’esecutivo ma pronti a sostenerlo con l’astensione o il voto a favore. Riserve dal Psdi che rivendica la «partecipazione attiva» al governo «dei partiti minori e l’appoggio socialista, base di massima per poter passare, poi, a una maggioranza organica dai socialisti ai liberali». Craxi dopo l’incontro con Cossiga afferma che il nuovo governo avrà «funzioni limitate», auspica una larga presenza dei partiti minori e per quanto riguarda il Psi, pur non partecipandovi: «giudicherà in Parlamento e con tutta obiettività il nuovo governo, al quale, se corrisponderà alle esigenze della situazione che si è determinata, non farà mancare un contributo parlamentare, in considerazione delle necessità istituzionali». E’ l’annuncio dell’astensione. Polemico con i socialisti Pannella ricorda l’esperienza di Cossiga ministro dell’Interno nel periodo della solidarietà nazionale. Il Cossiga col K . Nessun ostacolo da parte del Pli. Dopo 48 ore dall’incarico, la sera di sabato 4 agosto, Cossiga presenta a Pertini il suo primo governo. Quattro ministri in più per garantire tutte le correnti Dc. Si avvale del sostegno della Dc, del Psdi, del Pli. Non vi partecipa il Pri. Decisiva l’astensione del Psi che può contare su due tecnici d’area nel governo: Massimo Severo Giannini alla Riforma burocratica e Franco Reviglioalle Finanze. Sono trascorsi sei mesi dal 31 gennaio il giorno della fine del IV governo Andreotti. Scrive Montanelli: «E’ un governo di tregua ma con una precisa caratterizzazione politica» destinato a preparare «non il ritorno alla famosa solidarietà nazionale» bensì «la ripresa di una fervida collaborazione fra democristiani e socialisti, con un ruolo attivo e ben riconosciuto anche ai liberali, socialdemocratici e repubblicani» beninteso – precisa – «se questi ultimi si decideranno a correggere la loro linea». Una lucida anticipazione. Il 9 agosto Cossiga si presenta alle Camere: «Il governo – afferma – conosce i limiti politici che la situazione attuale pone alle sue azioni». Nei confronti del Pci, pur riconoscendo il ruolo svolto nel triennio precedente, si limita a prendere atto delle decisioni del suo comitato centrale relegando il confronto alla dialettica maggioranza – opposizione. Sul piano programmatico un elenco d’intenzioni che stride con quella che lui stesso considera una situazione del paese «complessa», «difficile», «bisognosa di una vasta mobilitazione di tutte le energie»38 . Chiaromonte, al Senato, Ferdinando Di Giulio, alla Camera, intervenendo per il Pci giudicano il governo appena formato debole e inadeguato rispetto alla crisi. Vuoto di prospettive titola l’indomani l’«Unità». Magri, a nome del Pdup, critica la posizione comunista e avanza l’ipotesi di un’astensione di tutta la sinistra e la necessità di elaborare un programma comune come base per una futura alternativa di governo. Replica il Pci: «Un comune atteggiamento implicherebbe, come minimo, che comuni siano le prospettive che si intende facilitare e costringere attraverso la tregua (…)Ma tregua in vista di cosa? Di quali incontri e di quale strategia? Ecco il problema di cui bisognerebbe discutere e che resta invece nell’ambiguità». Una posizione d’attesa in vista di prossimi sviluppi, ancora si spera nel compromesso storico, riveduto e corretto. Per il Psi nessun vincolo programmatico e politico. Per Gennaro Acquaviva, capogruppo al Senato: «un governo fragilissimo, una maggioranza evanescente o meglio inesistente, partiti insicuri e per di più attraversati da una lotta di potere durissima». Capria chi è attribuisce la debolezza dell’esecutivo che nasce ai due maggiori partiti: «Al centro di questa crisi e delle elezioni politiche anticipate ci sono, infatti, un congresso rinviato (quello della democrazia cristiana) ed un congresso elusivo (quello comunista) dominato dai problemi elettorali». La questione della presidenza socialista resta sul tappeto. Balzamo, capogruppo alla Camera, non ne fa mistero: «sono trascorsi due mesi dall’inizio della VIII legislatura e l’Italia, nonostante la formazione di questo governo è ancora senza un governo stabile in grado di affrontare una delle più gravi crisi della nostra storia e di corrispondere alla esigenza che la gente comune pone con forza: sicurezza nella vita di ogni giorno, occupazione, ripresa dello sviluppo, difesa dall’inflazione ed efficienza dei servizi pubblici e della pubblica amministrazione; la possibilità cioè di lavorare col minimo indispensabile di certezza economica e nella pacifica convivenza sociale». Sottolinea «la posizione centrale in cui viene a trovarsi il partito socialista ai fini della costituzione di un Governo democratico». In un quadro che vede la fine del bipolarismo Dc-Pci evoca il bisogno di «governabilità» e rivendica per il Psi la «pari dignità» rispetto ai partiti maggiori39 . Passa la fiducia. Alla Camera: 287 a favore, 242 contrari, 65 astenuti. Al Senato fare … …. Appena approvata la fiducia Berlinguer invia una lettera a Craxi per un incontro fra i due partiti 40 .
6.Ancora sul compromesso storico
Nel Psi aleggia aria di fronda. Il nodo è la prospettiva. Il primo governo Cossiga appare a tutti come una situazione ponte. Verso dove? Ad agosto parte l’offensiva della sinistra e degli intellettuali raccolti attorno a «Mondoperaio». Esprimono un forte malessere per la conduzione verticistica del partito e li muove il sospetto che Craxi dietro la formula della governabilità guardi alla riproposizione del vecchio centrosinistra. Il Pci è diffidente, in fondo sono gli stessi intellettuali che offerto armi teoriche alla polemica anticomunista. La discussione interna alla Dc è ancora in corso. Nonostante la riflessione avviata si guarda ancora alla prospettiva del compromesso storico. Nei rapporti a sinistra pesa il ripetuto trascinarsi delle polemiche sulla lotta al terrorismo. Nell’estate è scontro fra Mancini e Pecchioli. Il leader socialista definisce il giudice Calogero «un pazzo forsennato»41 . Sull’«Unità» Pecchioli lo invita a essere più “limpido” nei suoi giudizi. Replica Mancini : un articolo: “ sgradevole, inquisitoriale e mediocre”42 Fa discutere l’intervista di Berlinguer al settimanale tedesco «Stern» del 20 agosto. Parole dure: «O si governa con la Dc o si arriva al golpe cileno». Considera il governo Cossiga una «soluzione transitoria». L’Italia è ingovernabile senza i comunisti «se si pensa ad un governo stabile e serio». Spiega Berlinguer: «Né i repubblicani, né i sociademocratici e neppure i socialisti vogliono un “ fronte popolare” con i comunisti. Ma neppure noi nelle circostanze attuali lo consideriamo una soluzione utile per la democrazia italiana. Se escludiamo i democristiani e permettiamo si arrivi a un confronto rischiamo che il Paese si divida in due blocchi». Labriola sull’«Avanti !» definisce inaccettabile e grave le affermazioni del segretario del Pci «secondo cui l’estromissione della Dc dal governo sarebbe un evento tale da provocare una situazione da colpo di Stato». Il governo senza la Dc «non sta nei disegni immediati e prossimi delle forze di sinistra e laiche, e non solo per ragioni numeriche. Ma nemmeno sta, se non altro in noi, alcuna disponibilità ad ammettere una simile degradante concezione della Repubblica, fragile ed equivoca, nella quale laici e socialisti sarebbero semplicemente comparse dell’eterna commedia democristiana del potere». Attacca personalmente Berlinguer «con queste idee nella testa, il maggior partito della sinistra non può dare oggettivamente alcun aiuto concreto alla soluzione della crisi italiana, nemmeno sul piano internazionale, né a Ovest né a Est» . A Roma i radicali discutono del loro futuro. Lo slogan del congresso «Dall’antagonista radicale al protagonista socialista». La tesi è che i partiti della sinistra esistenti Pci, Psi e Pdup non svolgano il loro ruolo, e ormai spetta ai radicali spingere la sinistra all’unità e traghettarla verso l’alternativa di sinistra. Ma il bersaglio preferito resta il Pci e il compromesso storico. Su «Rinascita» Berlinguer, prendendo le mosse da un articolo di Togliatti del 1946, ripropone la sua linea. E’ convinto che la sconfitta elettorale non ha cancellato il valore del compromesso storico. Ne è una riprova «il moltiplicarsi degli aspetti egoistici, lo sfarinarsi della società in una miriade di nuclei corporativi, l’accentuarsi dell’induzione al consumismo» 43 . L’articolo suscita un largo interesse, ampi resoconti su tutti i principali quotidiani44 . Lama in un’intervista a «Paese sera» partendo dalla drammaticità della crisi riafferma la validità della linea dell’Eur che «si propone di accompagnare la politica di investimenti attraverso una strategia contrattuale e salariale non contraddittoria con una politica di utilizzazione delle risorse essenzialmente impegnata sugli investimenti» in sostanza una politica di programmazione che «deve ancora venire». A una precisa domanda sul compromesso storico risponde «non è una formula politica, è una strategia di trasformazione della società italiana che si fonda sull’idea, a mio avviso giusta, che non è possibile realizzare tale trasformazione spaccando l’Italia». Contesta le critiche mosse a Berlinguer, in particolare le osservazioni avanzate dal segretario dell’Uil Benvenuto: «Chi vuol cambiare davvero il paese si deve preoccupare di mettere insieme le forze che sono capaci di cambiarlo. Chi invece ritiene che il cambiamento non sia indispensabile, o comunque ritiene di poterlo fare isolando le forze di classe e la sinistra rispetto al resto della società, secondo me o non si propone il cambiamento o sbaglia, perché non si prefigge la costruzione degli strumenti necessari per questo cambiamento»45 . Domenico Rosati, presidente delle Acli, in polemica con il dibattito interno alla Dc, dichiara all’agenzia «Adn- Kronos»: «La politica di solidarietà democratica, cioè un rapporto non di scontro con il Pci, il rinnovamento interno, che rappresentano i due pilastri sui quali si è impegnata l’attuale segreteria e sui quali abbiamo espresso il nostro apprezzamento, sembrano negli ultimi tempi tentennare» ma – aggiunge – tutti gli aclisti, sia democristiani non vogliono «che la Dc non si arrocchi in una posizione conservatrice»46 . L’articolo di Berlinguer non convince, invece, Eugenio Scalfari che continua a chiedere al Pci di superare ogni continuismo, schierarsi per il mercato e abbandonare il centralismo democratico. Chiara Valentini nella già citata biografia del segretario comunista scrive: «“Scalfari ci viene a chiedere di non essere comunisti, ecco cosa vuole da noi” dice Berlinguer, a Tonino Tatò che ogni tanto organizza un incontro tra i due»47 . Rapporto contrastato quello di Repubblica con il Pci. Il direttore Eugenio Scalfari ne segue con attenzione il suo dibattito interno e la sua evoluzione ma lo vorrebbe radicalmente diverso . Una pedagogia che alla lunga avrà i suoi successi. Si annuncia un settembre nero per famiglie. Ci si aspetta una raffica di aumenti. I consigli generali della Cgil dei primi di ottobre definiscono un aggiustamento della linea: rilancio dell’iniziativa in fabbrica; propongono un «piano di impresa»; optano definitivamente per la scelta dei consigli di zona e il superamento delle camere del lavoro; stabiliscono il voto segreto per i dirigenti. Aprono una fase di «duro scontro». La ripresa vede i partiti in forte fibrillazione. La Dc, nel consiglio nazionale del 5 settembre, avvia il dibattito congressuale. Zaccagnini annuncia la decisione di non ricandidarsi. Tre giorni di discussione serrata. Lotta aperta fra due linee 48 . Per il socialista Manca la relazione di Zaccagnini «esprime tutta l’impotenza politica della Dc» a «proporre una linea in grado di fronteggiare la qualità e l’acutezza della crisi». Giudizi che per il «Popolo» sono i postumi della ferita lasciata aperta dal mancato obiettivo della presidenza del consiglio. Più cauto il giudizio del Pci che coglie nel discorso del segretario dc il rilancio della linea di Moro anche se senza autocritiche e necessarie garanzie future. Il 13 settembre sciopero di otto ore del pubblico impiego. Due ore di sciopero di tremilioni di addetti, il Pci lancia la campagna per la riforma delle pensioni49 . Natta su «Rinascita» sollecita un avvicinamento Pci – Psi. Per converso i socialdemocratici che preparano il loro congresso chiedono al Psi di abbandonare ogni idea di unità delle sinistre. Tensioni nel Pri, Biasini lascia la segreteria, Giovanni Spadolini il candidato. Il 15 settembre il consiglio dei ministri decide per aumenti benzina e tariffe. Siamo nel pieno della crisi petrolifera. Torna d’attualità il tema dell’austerità. Sull’«Unita» Alfredo Reichlin domanda, polemico, Non era questa la tesi di Berlinguer? Alla Festa dell’Unità di Milano Berlinguer conferma la netta opposizione del Pci: la Dc va costretta a fare i conti con l’insieme della sinistra, occorre «Porsi alla testa di una energica azione di massa per risolvere i problemi più urgenti del paese»50 . In quei giorni il partito è impegnato nella campagna di mobilitazione su prezzi, casa, pensioni 51 . I terreni su cui si vanno svolgendo gli scioperi e l’iniziativa sindacale.
7. La grande riforma
Il 20 settembre s’incontrano le delegazioni del Pci e del Psi guidate da Berlinguer e Craxi. Sette ore di riunione. 52 Al termine i giornalisti chiedono al segretario del Pci se si può parlare di un avvicinamento nelle posizioni dei due partiti. Berlinguer risponde «Mi pare di sì». L’indomani l’«Avanti!» titola Convergenze positive. Nel comunicato ufficiale, definito da Craxi «un parto laborioso», si legge: «Una stabile soluzione politica può e deve vedere impegnata in uno sforzo costruttivo per far uscire l'Italia dalla crisi, tutta la sinistra, per dare basi sicure e coerenti alla politica di solidarietà democratica e concretezza alla proposta di una leale collaborazione con la de ed i partiti di democrazia laica. Nel franco riconoscimento della reciproca autonomia ideale e politica, le delegazioni sottolineano l'utilità di una migliore comprensione e di un corretto rapporto tra Psi e Pci che valga a rimuovere la pretesa della Dc di mantenere pregiudiziali ingiustificate nei confronti del Pci e del Psi e quella di prolungare nella direzione dello Stato equilibri che non corrispondono più alla situazione attuale e alle esigenze di sviluppo della vita democratica». E ancora «il Pci ed il Psi, pur nella diversità della loro collocazione parlamentare, hanno constatato la possibilità di una convergenza di posizioni e di iniziative su un arco importante di problemi. In particolare si ritiene indispensabile ed urgente una nuova definizione del piano energetico nazionale» . Gli echi dell’incontro non si sono spenti quando il 26 settembre sull’«Avanti!» l’editoriale di Craxi intitolato Ottava legislatura, riprendendo ampiamente lo spirito del “ Progetto socialista”, lancia la proposta di un’«alternativa riformatrice» tra «tutte le forze politiche e sociali disponibili per un’opera di trasformazione sociale, istituzionale e di progresso» e aggiunge «Non riforme settoriali, episodiche, ma una Riforma unitaria che abbracci insieme l’ambito istituzionale, amministrativo, economico-sociale e morale». E’ l’annuncio della Grande Riforma. Un articolo destinato a fare storia. Attorno alle questioni poste si snoderà la vicenda politica italiana degli anni Ottanta e si prolungherà nella prima metà degli anni Novanta, trascinandosi irrisolta ancora negli anni futuri. Non si tratta solo delle riforme istituzionali che evoca ma delle suggestioni che alimenta rispetto a un ridisegno del sistema delle forze politiche, del loro allearsi, del loro coalizzarsi, delle loro possibili nuove aggregazioni. Assolve, sia pure nella sua indeterminatezza la funzione di destrutturazione delle forze politiche esistenti. La grande Riforma suggerita dal segretario socialista, per quanto posta in modo agitatorio e propagandistico, ha alle spalle le elaborazioni del gruppo d’intellettuali che, a partire dal 1976, sono fra i protagonisti del rilancio della rivista «MondOperaio» e contribuiranno a fornire al nuovo corso socialista quell’apparato teorico che troverà nella Conferenza programmatica di Rimini del 1982 un suo punto d’approdo. In sostanza il complesso d’idee e iniziative che supporterà il «duello a sinistra» che caratterizzerà il decennio. Al di là delle intenzioni dei proponenti teorizzazioni che vanno ben oltre la competizione sul piano delle idee con la cultura di un Pci orfano del compromesso storico per farsi presupposto di un radicale mutamento degli equilibri fra le forze politiche da perseguirsi attraverso una trasformazione dell’assetto istituzionale. Scrive Mauro Calise: «Il fallimento della Grande coalizione tra Partito comunista e Democrazia cristiana aveva, infatti, fatto svanire le residue speranze di arrivare ad una alternativa di governo attraverso il passaggio non traumatico delle redini del governo dall’uno all’altro dei partiti italiani. Abbandonata la via maestra del ricambio politico entro il quadro istituzionale vigente, la speranza di un cambiamento restava sempre più affidata ad un mutamento delle regole del gioco» 53 . Già prima della presa di posizione di Craxi all’interno del Psi erano emerse ipotesi in tal senso. Giuseppe Tamburrano, presidente della Fondazione Nenni, si era pronunciato per una Repubblica di tipo presidenzialista sin dal 1974. Posizioni riprese nel 1977 sulle pagine di «MondoOperaio» da Giuliano Amato e cui aveva fatto seguito un confronto con Ingrao, all’epoca presidente della Camera. La tematizzazione della crisi italiana, nei suoi molteplici aspetti economica, sociale, politica e democratica ora subisce una torsione: dagli aspetti programmatici si sposta sul terreno della tecnica istituzionale e sulla stabilità dei governi. Si opera così una riduzione della conflittualità democratica e della dialettica fra soggetti della democrazia. E’ avviato il percorso ad ostacoli verso una riscrittura delle regole costituzionali e del sistema elettorale che segnerà tutto il decennio. La Dc, su proposta Zaccagnini, incontra separatamente i partiti dell’arco costituzionale per sondare la possibilità d’intese sulle riforme istituzionali. Il 24 ottobre la riunione con Psi, Pli e Pci il 25 con Pri e Psdi. Ci si sofferma sulle questioni più urgenti e realistiche: riordino della presidenza del consiglio, revisione della legge comunale e provinciale, legge sulla finanza locale, riforma pubblica amministrazione. Il Pci fissa quello che ritiene un confine insuperabile: la governabilità non consiste nel «rifondare la Repubblica» né «riscrivere la Costituzione»54 Craxi rassicura ma avverte che la prossima tappa sarà le assise nazionale della Dc: «consentiamo con atteggiamento di responsabilità verso le istituzioni la vita del governo. Non è il caso oggi di allarmare nessuno. Il congresso democristiano deve dare una risposta chiara alle altre forze politiche sul problema politico della legislatura». Sullo sfondo del groviglio politico gli scandali: il caso del bancarottiere Michele Sindona e la vicenda delle tangenti Eni con il coinvolgimento di esponenti socialisti e democristiani.
8.Contro Craxi la “ congiura degli intellettuali”
La proposta della Grande Riforma, non discussa negli organismi dirigenti, fa precipitare lo scontro nel Psi. L’occasione per una dura offensiva contro Craxi e la sua gestione del partito. Peraltro gli intellettuali che hanno concorso all’elaborazione del «Progetto»hanno già avviato contatti per un cambio al vertice. Non un nuovo Midas ma un congresso chiarificatore. Amato a Bruxelles ne ha discusso con Antonio Giolitti, nominato commissario alla Comunità europea …. e con lo storico Gaetano Arfè, parlamentare europeo. Tentativi di cui si fa protagonista e principale stratega Claudio Signorile della sinistra lombardiana. L’offensiva anticraxiana tracima sulla stampa. Federico Coen, direttore di «MondOperaio» e membro della direzione, lamenta di non essere stato consultato. Galli della Loggia giudica evanescente la proposta di Grande Riforma55 . Luciano Cafagna sull’«Espresso» attacca a più riprese Craxi. Ruffolo chiede una radicale riforma del Psi denunciando la proliferazione di quelli che definisce «gruppi sommersi» che – a suo giudizio – introducono nel partito «pratiche e comportamenti degradanti e sconvenienti».56 Durissimo, su «Repubblica», l’articolo di Amato Le prediche di Craxi57 . La polemica si allarga. Diciannove prestigiosi intellettuali, fra cui Norberto Bobbio, firmano un documento-manifesto in cui denunciano le «tendenze alla gestione personale di Craxi» ma anche il «settarismo di gruppo» di Signorile. Alla fine di ottobre di infittiscono le notizie sullo scandalo Eni. Un’inchiesta condotta da «Panorama» documenta il versamento di una tangente da parte dell’Eni guidata da Mazzanti vicino a Signorile. Si sospetta che parte della tangente sia finita nelle casse dei partiti. Sotto accusa la sinistra socialista. Sulla vicenda aleggiano molte ombre su chi ne abbia dato notizia, molte le voci che fanno risalire le fonti allo scontro interno al Psi. Craxi negherà l’idea di un complotto ma ammetterà di aver dato l’allarme, come peraltro confermerà Andreotti58 . Vedere seduta del 21 novembre …sulla fondatezza dell’accusa molte incerto Scalfari vedere Le tangenti Eni in parlamento , 22 novembre 1979; Uno scandalo a testa multipla , 24 novembre 1979; Giorgio Mazzanti intervistato da Eugenio Scalfari, Adesso chi ci può ridarci tutti quei barili di greggio ? , 6 dicembre 1979.
9. Gli euromissili
Dal gennaio 79 i partiti socialisti europei hanno di fronte la questione del problema dei missili sovietici SS 20, installati nonostante fra Usa e Urss sia in corso la trattativa per il disarmo. La questione è stata affrontata nell’incontro a Guadalupe fra il presidente Carter e Gistard d’Estaing, Helmut Smith e James Callaghan. La vicenda segna una svolta nella posizione del Psi. I partiti socialisti europei sono divisi rispetto all’accettazione della proposta americana. Sostenitore convinto del potenziamento delle difese Nato in Europa Helmut Smith. Peraltro isolato nel contesto delle socialdemocrazie europee. Craxi progressivamente si allinea alle posizioni del Spd, modificando in parte l’orientamento tradizionale del Psi. Convergono in questa scelta ragioni di relazione con la Spd e al tempo stesso un allineamento internazionale favorevole alla ripresa della collaborazione con la Dc. Ai primi di ottobre gli americani affacciano l’ipotesi dell’istallazione. Il Psi esamina la questione il 26 ottobre 79. Una discussione serrata. Alla Camera il dibattito si svolge dal 4 al 6 dicembre 1979. Berlinguer denuncia la «nuova accelerazione della corsa al disarmo» e propone una sospensione di 6 mesi per l’installazione dei missili – netto il dissenso dalle posizioni del governo. Distruzione e riduzione degli armamenti sarebbero contraddetti dalla decisione di accettare la costruzione e l’istallazione in Europa di una nuova serie di missili nucleari. La sua proposta: sospensione e rinvio di almeno 6 mesi. Invito all’Urss di Per la Dc interviene Zaccagnini, per il Psi Manca la fabbricazione e l’istallazione degli SS 20 e proseguimento delle trattative59 . Balzamo ritira l’originaria mozione socialista e sparisce la clausola della «dissolvenza»60 .Un brusco cambiamento di linea imposto da Craxi. De Martino vota per disciplina di partito, Mancini abbandona l’aula. 328 voti a favore , ai partiti che sostengono il governo si aggiungono i voti del Msi. 230 contrari. Insieme al Pci, la sinistra indipendente, i radicali, il Pdup61 .Per la sinistra socialista un grave errore. Al contrario Lagorio vede nel voto il preannuncio di una nuova maggioranza imperniata sull’asse Dc- Psi 62 .Signorile, qualche giorno dopo, sull’«Avanti !» riprende l’accusa lanciata a Craxi nel dibattito parlamentare di dividere il socialismo europeo proprio mentre in Europa avanza il blocco conservatore 63 . Lo scontro nel Psi è sempre più acceso ma il Pci non offre molte sponde ai contestatori. A ridosso della direzione un nuovo documento-manifesto redatto da Ruffolo e firmato fra gli altri Bobbio, Amato, Salvadori, Cafagna, Coen, Diaz. Il testo denuncia: «La degradazione dell’azione e della gestione del Psi è giunta oggi al punto di incrinare la credibilità e la dignità del partito». Scendono nell’arena Agostino Marianetti e numerosi sindacalisti socialisti, criticano il partito di «mancanza di collegialità» e di scelte oscillanti e contraddittorie64 . Martelli in un’intervista all’«Europeo» sembra preannunciare la linea della maggioranza «Credo sia molto avventuroso liquidare il fragilissimo equilibrio trovato in agosto senza aver trovato una soluzione: sbaglia chi si illude di poter forzare la Dc mettendola con le spalle al muro». Sostiene che «il pentapartito non è una bestemmia» e ci si potrebbe giungere in conseguenza del «disimpegno» del Pci e del «riconoscimento da parte della Dc del principio dell’alternanza nella guida del governo, cioè solo nel caso di una presidenza socialista»65 . Il 20 dicembre è convocata la direzione socialista. Scalfari su «Repubblica» prevede solo 10 voti su 25 per Craxi66 . E’ opinione diffusa che il vincitore sarà Signorile. Il giorno prima Craxi alla commissione Bilancio della Camera ha riferito sul caso Eni. La maggioranza uscita dal congresso di Torino è divisa. Messa in discussione la leadership di Craxi. Prima della riunione s’incontrano le opposizioni di De Martino, Mancini, Achilli, dei lombardiani, presenti Signorile e Cicchitto. Spigolosa la relazione di Craxi. Contesta le critiche, accusa gli oppositori di fare il gioco degli avversari del Psi. Insiste sulla necessità di attendere l’esito del congresso Dc. Parla di governo di unità nazionale ma al tempo stesso si pronuncia contro il rifiuto di ogni subordinata. Inasprisce la polemica Martelli che accusa di frontismo gli avversari del segretario. Il chiarimento è rimandato al comitato centrale fissato per il 15 gennaio. Una tregua momentanea. La giornalista Miriam Mafai nota che nella direzione si è avvertita una gran voglia di «regicidio»67 .
10.I 61 licenziamenti alla Fiat
Il 9 ottobre la Fiat consegna a 61 operai di Mirafiori, Rivalta e Chivasso la lettera di licenziamento. Sono accusati di aver arrecato con il loro comportamento violento «danni materiali» e «morali» all’azienda. L’11 l’Alfa, seguendo l’esempio della Fiat e con le stesse motivazioni, licenzia 4 operai «inaffidabili ». Il 15 in un incontro con i leader sindacali Agnelli considera «irrevocabili» i licenziamenti. Il giorno seguente a Torino si svolge l’assemblea dei delegati sul terrorismo e contro la repressione. Afferma un delegato:«Appare chiaro che la Fiat non ha inteso colpire il terrorismo ma la nostra forza il futuro dell’azienda». Sul «manifesto» la notizia che l’azienda ha preavvertito dei licenziamenti vertici sindacali, politici e persino la Prefettura. Nessuna smentita. Cesare Romiti nel libro- intervista con Giampaolo Pansa dirà al giornalista: «Quel che ci aprì gli occhi fu il comportamento del sindacato dopo i 61. Era ancora un corpo immenso, un corpaccione in apparenza robusto, ma contraddittorio. A Roma decidevano una linea e a Torino ne seguivano un’altra. L’insieme dava la sensazione, che prima non avevamo mai avuto, di un’imponente debolezza»68 . Il 23 ottobre la Flm denuncia la Fiat. Il giorno successivo sciopero nazionale dei meccanici di due ore. A Torino l’intera giornata. Scarsa la partecipazione. A novembre il bilancio dei primi cento giorni del governo Cossiga appare largamente fallimentare. Giorgio Amendola, su «Rinascita» del 9 novembre, pubblica l’ampio saggio Interrogativi sul caso Fiat. Una requisitoria contro la politica della Cgil e del Pci: si è spinto il paese «con una sempre più grave indicizzazione, verso un’inflazione sempre più vertiginosa (…) Se si ha una generale coscienza di quello che può significare l’inflazione si finirebbe di appoggiare tutte le rivendicazioni, anche le più contraddittorie. Non si può volere tutto e il contrario di tutto». Com’era prevedibile l’articolo suscita polemiche e discussioni. Bodrato sul «Popolo»: «Appare evidente che Amendola lancia un invito a ripensare tutta l’esperienza di questi ultimi 30 anni, e soprattutto quella cruciale degli ultimi 10». Ne trae la conseguenza che «il disimpegno dall’intesa programmatica non aveva come principale ragion d’essere le inadempienze della Dc ma un più profondo disagio del Pci rispetto ai problemi reali del paese»69 . Su «Repubblica» Giorgio La Malfa intervistato da Miriam Mafai ritrova nel saggio di Amendola gran parte del pensiero del padre Ugo e vi rintraccia motivi per rilanciare la solidarietà nazionale. Per l’«Avanti !» un articolo che si colloca nella tradizione della «sinistra democratica». Per il quotidiano socialista lo storico leader comunista «ha detto con semplicità e crudezza cose vere che la retorica della sinistra massimalista e anche del massimalismo sindacale ha a lungo soffocato». Sferzante il giudizio di Lucio Colletti: «La linea economica del Pci e sindacato si è mossa in direzione opposta a quella dell’austerità». Massimo Cacciari, in dissenso da Amendola, coglie l’occasione per affrontare il tema del dibattito interno al Pci e chiede se esiste una corrente che si richiama alle sue posizioni. Anche Salvatore Sechi insiste sulla crisi del centralismo democratico. Solidale con Amendola Antonello Trombadori70 . Al comizio all’Adriano a Roma in occasione dell’iscrizione di Carlo Giulio Argan al Pci, Berlinguer replica con inedita durezza: «Noi non possiamo risanare l’Italia senza rinnovarla. Questo è l’ABC del marxismo». 71 Dal comitato centrale del 14 novembre un pronunciamento collettivo contro le posizioni di Amendola che non demorde. Replica Berlinguer: «Non si costruisce il socialismo sulle rovine di un paese». 72 Nonostante non condivida le tesi amendoliane Luciano Barca annota : «La relazione ha molti spunti validi, ma di fatto il Cc sfugge al compito cui avrebbe dovuto dedicare la sua attenzione: il mutamento avvenuto nelle relazioni industriali e nel ruolo e nella struttura del sindacato». 73
11. L’illusione di Berlinguer
La Dc è in subbuglio, nel Psi in bilico la segreteria Craxi. Cossiga incontra Tatò che rassicura Berlinguer: «la sua fedeltà all’eredità dell’ultimo Moro è e rimarrà assoluta». 74 «Maccanico dice anche lui che non resta (che) la strada di associare il Pci al Governo: Pertini anche non vede altro; e in tal senso ha voluto parlare anche a Gardner, per esporgli le ragioni di necessità di un governo di unità nazionale». Sembra che il Pci sia a un passo dal governo. Le informazioni che arrivano a Berlinguer descrivono imminente e sicura la sconfitta della linea di Craxi, la sinistra lo avrebbe costretto ad accedere all’ipotesi di un esecutivo col Pci. Berlinguer nella direzione del 14 dicembre dà per certa l’entrata nel governo. Macaluso rafforza questa convinzione. Natta riferisce di una Dc ormai disponibile. Lama prospetta la necessità concreta di approntare un adeguato programma di governo. Si arriva a sollevare il problema della sede in cui affrontare la questione dei ministri. Nelle conclusioni Berlinguer è più prudente anche se continua ad affermare che la questione è sul tappeto. Barca annoterà con amarezza: «solo un Berlinguer in crisi può essersi afferrato ad un “ canard” attentamente preparato partendo da qualche dato vero” e ancora “ sono dispiaciuto per Enrico, di solito così diffidente verso certi tipi di informazione. Nessuno si ricorderà di ciò che hanno detto Natta o Lama, ma tutti ricorderanno la grande illusione in cui Berlinguer sta cadendo»75 . L’illusione comunista durerà ben poco. Il 14 novembre il comitato centrale del Pci discute della politica estera, relatore Pajetta, e delle lotte di massa relatore Chiaromonte. Il dibattito interno al Pci è sotto osservazione. Le posizioni di Amendola offrono al dc l’occasione per ribadire la sua ostilità al compromesso storico e portare avanti il tentativo strisciante di rinviare il congresso e far cadere il governo Cossiga. Posizioni a cui replica Cabras della sinistra dc che afferma che gli ostacoli alla solidarietà nazionale vennero da parte di certi comportamenti sindacali, un riferimento ai dissensi sulla linea dell’Eur, e – prosegue – «anche da parte di uomini politici che oggi si entusiasmano per le tesi di Amendola». Come naturale il dibattito sulle tesi dell’anziano leader comunista investe il sindacato. Eraldo Crea polemizza con Benvenuto «suscitano pena – scrive l’esponente della Csil – certi inopinati consensi dell’ultima ora» e parla di «mimetizzazioni retroattive». Longo del Psdi rappresenta il dibattito del Pci come uno scontro fra «revisionisti» e « vetero-leninisti» fino ad affermare che gli argomenti amendoliani collimano con le posizioni che dal 1968 sostengono i socialdemocratici76 . Polemiche strumentali funzionali alla campagna anti Pci, più che a un’autentica discussione sui nodi irrisolti del paese a partire dalla fine degli anni sessanta. In quegli stessi giorni è in libreria «A metà del guado» di Giorgio Napolitano, una problematica riflessione, sugli anni della solidarietà nazionale. L’«Unità pubblicando un’anticipazione del testo si domanda: quale compromesso, per quale trasformazione 77 .Il 16 dicembre sul quotidiano comunista ’ «Unità» Le condizioni di una svolta, editoriale non firmato. Un attacco al «Corriere» che ha accusato il Pci di «opposizione non costruttiva». In Parlamento il decreto sugli sfratti è abbandonato non c’è una maggioranza per approvarlo. «Subito un governo d’emergenza» dichiara Lombardi all’«Espresso». Quindi «luce verde a un governo in cui, dopo una seria discussione, siano rappresentati anche socialisti e comunisti»78 . C’è grande attesa per la direzione del Psi del 20 dicembre. E’ chiaro che in quella sede si decideranno le scelte future del Psi. Zaccagnini in un’ampia intervista concessa al «Mulino» fa un bilancio della fase conclusiva dei congressi ma evita di entrare in merito alla crisi del governo Cossiga. Nonostante questo silenzio torna sulla politica di solidarietà nazionale. La domanda è posta dall’intervistatore Luigi Pedrazzi. Zaccagnini risponde: «La politica di solidarietà e l’impegno nell’emergenza, nell’interpretazione del Pci, vengono in questa fase fatte coincidere in modo esclusivo con la partecipazione comunista al governo, ma questa è la posizione attuale del Pci ed è a mio avviso riduttiva. La sfera del governo non è l’unica che permetta di esprimere e di far avanzare un impegno unitario, come del resto si è sperimentato dopo il ’76 sia pure con le incertezze e le insufficienze di tutti». Per Zaccagnini si tratta di rimuovere «detriti», cercare basi programmatiche di una collaborazione che si svolga «con flessibilità necessaria, a tutti i livelli significativi, periferico e centrale, in Italia e in Europa». Un’interpretazione che si muove nel solco del pensiero di Moro, prima alleati e poi alternativi 79 . Scotti, in questa fase andreottiano, si muove sulla stessa linea. Intervistato da «Panorama», dubita che la Dc «possa pagare facilmente» il prezzo di una partecipazione del Pci al governo e aggiunge «le condizioni principali di una ripresa di una politica di unità nazionale sono di clima politico»80 .
12. L’Afghanistan
Il 16 settembre un nuovo colpo di stato in Afghanistan. E’ assassinato Taraki sostituito dal primo ministro Amin. I sovietici puntano alla sua sostituzione con il comunista Karmal estromesso da Taraki e Amin. Il 3 novembre entrano in Afghanistan 20 battaglioni dell’Armata rossa. Ai primi di dicembre l’Urss invia nuove truppe. Il 21 dicembre 1500 paracadutisti sovietici occupano l’aeroporto di Kabul. Il 27 Karmal diventa presidente e Amin è fucilato con l’accusa di essere un agente della Cia. Immediata la condanna del Pci. L’«Unità» del 29 dicembre scrive: « Nell’aggrovigliata situazione afgana molti dei cui sviluppi permangono oscuri – sono intervenuti negli ultimi giorni eventi nuovi che introducono pesanti motivi di allarme. La nuova situazione di forza ai vertici dello Stato e l’intervento militare sovietico costituiscono fatti gravi e preoccupanti»81 .Netto e deciso il comunicato approvato dalla direzione del 4 gennaio: «Di fronte all’intervento sovietico nell’Afghanistan, che costituisce una violazione dei principi di indipendenza e sovranità nazionale, il Pci ribadisce il proprio netto dissenso (…). Resta più che mai valida la fondamentale verità che i processi di liberazione dei popoli non possono che essere opera dei popoli stessi »82 .In direzione solo Amendola solleva riserve alla relazione di Bufalini e al documento. Cossutta, pur sottolineando che «quel che muove l’Urss è la volontà di ottenere la distensione» condivide la posizione della maggioranza83 . Nelle sue memorie autobiografiche confermerà la critica alla scelta militare dei sovietici e riferirà di essersi, su richiesta di Bufalini, fatto interprete con i vertici del Pcus del dissenso dei comunisti italiani e del rischio per loro di ritrovarsi in un altro Vietnam»84 . Il dissenso avverrà nel 1981 in occasione dei fatti di Polonia. Berlinguer ribadisce la presa di distanza dall’intervento sovietico nel discorso al Parlamento europeo del 16 gennaio 1980: «Immediatamente – afferma – noi abbiamo riprovato l’intervento militare sovietico chiedendo che ad esso venisse posto termine. …) La nostra posizione è stata tanto più decisa in quanto l’intervento sovietico si è collocato in una situazione internazionale già carica di tensioni (nel Golfo Persico, nel Medio Oriente, nel Sud-Est asiatico in varie zone dell’Africa, negli stessi rapporti Est-Ovest) determinando un suo ulteriore deterioramento. Oggi di fronte a noi, sta un quadro fosco e gravido di minacce». 85
12.Il governo verso il tramonto
Alla fine del 1979 il debole governo Cossiga decide l’aumento di prezzi e tariffe pubbliche. S’impenna il costo dei prodotti petroliferi. In assenza di un organico quadro di politica economica il rischio è l’ulteriore crescita dell’inflazione. Nella Dc impegnata nella preparazione del congresso si discute se aprire la crisi di governo prima o dopo l’assise nazionale. Continua la crisi del Psi. Uno stato di fibrillazione interno che incoraggia la Dc a proseguire nella preclusione al Pci. Eppure commentano i quotidiani «tutto ruota attorno al Pci». Tuttavia le vicende interne al Psi e la natura del dibattito nella Dc sembrano rendere ancora possibile un rilancio della prospettiva della solidarietà nazionale. La stessa Confindustria è divisa al suo interno. Il presidente Carli, favorevole a un allargamento della maggioranza e a un accordo con i sindacati, si scontra con i falchi che insistono per un intervento unilaterale del governo sulla scala mobile86 . Il 15 gennaio una grande partecipazione allo sciopero generale. Cortei a Roma, Milano, Firenze Napoli, Palermo e tutte le grandi città. Lama, Carniti e Benvenuto nei loro comizi chiedono «un governo diverso». Nel direttivo della federazione o della Cgil, Lama ha definito «impotente» il governo Cossiga e posto l’esigenza di una «direzione politica efficace e severa» e di una «maggioranza certa rappresentativa e larga».87 Il Pci insiste sulla linea di unità nazionale, su «Rinascita» Macaluso, a evitare fraintendimenti esterni e interni, avverte la necessità di collegarla strettamente all’intesa di tutta la sinistra. 88 Lo stesso giorno dello sciopero generale inizia il comitato centrale socialista. La relazione di Craxi non concede alle opposizioni. Mette il partito di fronte al dilemma: una maggioranza sulle sue posizioni altrimenti un congresso straordinario. Per il segretario socialista sarebbe un gesto irresponsabile aprire una crisi «al buio». Molto si diffonde sull’«inevitabile tema di fondo», lo stretto collegamento fra il destino della legislatura e la Grande riforma, e ripropone la direzione socialista del governo con una Dc collocata «in una posizione diversa». Severo il giudizio sul Pci in cui manca ancora, a suo dire, uno sviluppo «convinto e convincente del revisionismo e della autonomia internazionale». Per il Psi nessun «ruolo subalterno», ogni impostazione programmatica deve partire da «una condizione di parità». Sono i presupposti dell’invito rivolto alla Dc a prendere l’iniziativa per la «definizione di un programma e di una politica che possa raccogliere il consenso e l’adesione di tutte le maggiori delle forze politiche nazionali, della sinistra e dei partiti di democrazia laica»89 . Un rinvio alle decisioni del congresso Dc. Un rovesciamento della linea del congresso di Torino. Netto il no della sinistra alle tesi craxiane. Lombardi, fra i primi a intervenire, enuncia la sua controproposta: un governo di emergenza con la partecipazione di tutta la sinistra senza lasciare spazi a soluzioni subordinate. L’anziano leader socialista parte dalla considerazione che per attuare una linea politica bisogna sceglier gli uomini che ne sono convinti e Craxi non lo è. Critica il silenzio del segretario sullo sciopero che si sta svolgendo in quelle stesse ore 90 . Aspri gli attacchi pronunciati da Mancini, Giolitti e Cicchitto. In una nota della segreteria Craxi sminuisce il senso della sua relazione definendola un semplice «contributo introduttivo al dibattito». Gianni De Michelis assume il ruolo di mediatore. Sedute fiume alla ricerca di un’intesa. Dopo tre giorni di discussione e non pochi colpi di scena, il compromesso. Lombardi è nominato presidente del partito. Craxi resta segretario. Il documento finale afferma che con la celebrazione del congresso democristiano, ormai imminente, verrà a scadere la «tregua politica» concessa al governo Cossiga. Unica soluzione per fronteggiare la crisi economica, la lotta al terrorismo e l’insorgenza internazionale la «formazione di un governo organico di emergenza e di solidarietà nazionale con la presenza delle forze democratiche disponibili»91 . Per il Pci una conclusione interlocutoria che fa sperare in una ripresa dei rapporti fra Pci e Psi 92 .Non sarà così. Il tempo concesso al primo governo Cossiga sta per scadere.
Cossiga a Washington
Diligentemente preparata dall’ambasciatore Gardner, «un ottimo modo per manifestare a Cossiga gratitudine per come aveva condotto la questione dei missili», dal 24 al 25 gennaio la visita del presidente del consiglio a Washington. L’agenda prevede due incontri con Carter, uno in separata sede con Vance, colloqui con quattro funzionari di gabinetto e con il capo della Cia. L’amministrazione Carter si trova di fronte un leader amichevole del tutto in linea con la politica estera americana. «Curiosamente – ricorderà Gardner – nessun membro dell’amministrazione americana sollevò la questione del Pci. Fu lo stesso Cossiga a introdurre l’argomento nel corso del suo incontro con il direttore della Cia, Stansfield Turner». Una piena rassicurazione, ricerca di dialogo con i comunisti ma «mai a volerli al governo» , un cambiamento possibile solo qualora il Pci avesse avuto il coraggio di esprimere un giudizio critico globale sull’Urss. «Sulla questione dei missili dissi ai leader europei “L’Italia non vi lascerà soli”. Ora dico a voi qui a Washington: “ L’Italia e l’Europa non vi lasceranno soli”». Così, secondo il racconto-testimonianza di Gardner, nel corso del pranzo offerto da Tip O’Neil, presidente della Camera, Cossiga risponde alle domande su cosa gli europei avrebbero fatto in sostegno agli Usa sull’Afghanistan e sull’Iran. Segue com’è naturale «l’ovazione generale» dei deputati americani 93 . Cossiga ha superato brillantemente tutti i test d’alleanza. Gli Usa hanno un partner fedele, anzi fedelissimo. Dal 29 gennaio al 2 febbraio l’ ostruzionismo radicale costringe la Camera a una lunga seduta fiume, 118 ore senza interruzioni. In discussione il decreto legge sul terrorismo. Si ricorre alla «fiducia tecnica» concessa anche dal Pci. Intanto si affollano proposte per uscire dalla crisi politica ormai in atto. La sinistra socialista spinge per le dimissioni del governo prima del congresso della Dc. I repubblicani chiedono di aprire un confronto a tutto campo. Il Pci è attestato sulle sue posizioni.
13.La Dc del preambolo
Il 16 febbraio si apre al Palasport di Roma il 14° congresso della Dc. Due giorni prima a Roma le Br hanno assassinato Vittorio Bachelet, vicepresidente del Csm e capolista per la Dc alle elezioni del 1976. Il congresso è stato più volte rinviato: nel 1978 nei drammatici giorni del sequestro e poi dell’assassinio di Aldo Moro; la seconda volta nel 1979 per lo scioglimento anticipato delle Camere, infine di alcuni giorni all’inizio del 1980 per l’ostruzionismo radicale. Questioni di linea e di assetti si sono addensate. Mutate le prospettive e il contesto. La geografia delle correnti appare frastagliata. L’area Zac mantiene la maggioranza relativa, circa il 28%, l’asse doroteo di Piccoli e Bisaglia si attesta attorno al 23,7, i fanfaniani, il 13,6, gli andreottiani l’11, Forze Nuove l’8,5, Rumor il 4,5 e a Colombo il 4,4. Per le frange minori a Proposta, l’ex Gruppo dei cento, l’1,4%, al Movimento popolare l’1,2% e il 2% circa alle liste locali. Rispetto al precedente congresso un grande rimescolamento ha investito l’area Zac, arretrata l’area Piccoli - Bisaglia con 4 punti in meno, regredita Forze Nuove che aveva il 14%. Slogan del congresso «La Dc con la sua tradizione ed i suoi valori nella nuova società italiana». In platea 820 delegati, per la prima volta i 394 parlamentari democristiani partecipano al congresso con diritto di voto. Scriverà a commento «Civiltà Cattolica»: «un congresso acceso e sofferto, attraversato da momenti di acuta polemica, e talvolta turbolenza, quasi di tumulto, opera di gruppi che manifestavano il loro dissenso con clamori e bordate di fischi…»94 . Zaccagnini lascia dopo quattro anni. Nella sua ampia relazione, dopo le questioni identitarie, affronta i temi del momento . «Nell’attuale fase di emergenza e per favorire un’evoluzione positiva della situazione» continua a ritenere la solidarietà nazionale utile al Paese ma contesta la sua identificazione con «la partecipazione comunista al governo». Riafferma che «l’irrigidimento su formule di governo precostituite, o su alternative definite come irrinunciabili, non consente di risolvere il problema della governabilità ». Una rigidità che «rischia di trascinare il Paese a ripetute e non risolutive consultazioni elettorali anticipate» a cui la Dc si è opposta e si oppone in quanto «incapaci di sciogliere i nodi politici, che spettano invece alla responsabilità dei partiti; e perché producono l’effetto di indebolire le istituzioni e, in modo particolare di aprire varchi sempre più ampi al qualunquismo, con pregiudizio della funzione del Parlamento». Per Zaccagnini il rifiuto a un governo a partecipazione comunista non ha un carattere pregiudiziale ma politico. «Il problema nostro- afferma - è diverso: E’ quello di valutare se sulle grandi questioni politiche, che devono essere affrontate e risolte per superare – nell’interesse del Paese – la situazione di emergenza, esistono con gli altri partiti e quindi anche tra noi e i comunisti, convergenze sufficienti tali da giustificare una gestione comune del Governo. E’ una scelta politica – sia pure di grande momento – che non fa venir meno e neppure attenua o compromette l’identità di ciascuno dei partiti. E, quindi, una scelta che non può essere in alcun modo collocata all’interno delle proposte di compromesso storico, né può essere usata per indebolire la nostra concezione della democrazia». Zaccagnini prosegue precisando che la prospettiva di un governo con i comunisti potrebbe realizzarsi a condizione di «chiarimenti» sulle questioni interne e internazionali. Nessuna pregiudiziale ma: «Verificare se sui problemi posti dall’emergenza si sono create le condizioni nuove che consentano di spingere la politica di solidarietà nazionale sino al punto di formare un Governo insieme». La condizione principale resta, come per Moro, l’unità della Dc: « Essere uniti fra noi, per servire meglio il paese, per essere riconosciuti nel Paese, non per coagulo di timori, ma per scelta di libertà; non per rassegnazione, ma per una fondata speranza». Il dibattito ruota attorno al rapporto col Pci e alle alleanze. Da un lato l’area Zac sostenuta da Andreotti, Rognoni, Cossiga e dall’altro Donat Cattin, Rumor, Colombo che col concorso dei dorotei di Piccoli e Bisaglia avranno la meglio . La linea Zaccagnini è sconfitta si forma una nuova maggioranza: dorotei, fanfaniani, Forze nuove e il nascente gruppo Proposta. Le mozioni associate alle liste delle quattro correnti presentano un preambolo comune che chiude a ogni collaborazione con il Pci: «Il congresso, pur rilevando l’evoluzione sin qui compiuta dal Pci, costata che le contrastanti posizioni tuttora esistenti non consentono alla Dc la corresponsabilità di gestione con quello stesso partito». Vincono con il 57, 7 %. All’opposizione la sinistra democristiana e gli andreottiani95 . Con il 65 % dei voti si torna all’elezione del segretario da parte del consiglio nazionale che, il 5 marzo, elegge segretario Flaminio Piccoli, dopo 11 anni un ritorno alla guida del partito. Presidente del consiglio nazionale Arnaldo Forlani, vicesegretario Donat Cattin, gli estensori del Preambolo. L’area Zac e gli andreottiani votano scheda bianca e non accettano incarichi in direzione. Antonio Gava dire chi diventa capo della segreteria di Piccoli . Per il Pci ha vinto la «linea di integralismo democristiano» e paventa la fine della legislatura. Il «Popolo» del 7 marzo replica ai commenti sulla spaccatura: non esistono due Dc. Dal congresso il segnale che aspetta Craxi. Può sperimentare la sua «governabilità». La sinistra socialista è spiazzata, a Signorile resta solo la denuncia del neocentrismo dc. 96 La competizione politica diventa tutta interna al vecchio centro sinistra. Il Psi che sfrutta al massimo la sua rendita di posizione elettorale per sottrarre alla Dc la perduta centralità e cercare di guadagnare l’egemonia sulla sinistra.
1 Dichiarazione di Berlinguer « l’Unità», 5 giugno 1979. 3U1 2 Miriam Mafai, Il Psi diventa più giovane: cambia il 50% dei deputati, «la Repubblica», 7 giugno 1979. 3 Massimo Caprara, «Ritratti in rosso», Rubbettino, 1989,p.33. 4 Elezioni politiche 1979. Camera dei deputati - Senato della Repubblica 5 Massimo Teodori, Pietro Ignazi, Angelo Panebianco, «I nuovi radicali. Chi sono, da dove vengono, dove vanno», Mondadori, 1977. 6 «Quaderni radicali», speciale XXVI congresso, 28 ottobre 1981, sulle elezioni 1979 si vedano i saggi di Renato Mannheimer, Arturo Parisi, Maurizio Rossi, in« Mobilità senza movimento», Il Mulino, 1980. 7 Elezioni europee 1979 8 Documento della direzione Discussione e Lotta; Ugo Baduel, Berlinguer: nessun appoggio a governi che ci escludano, «l’Unità», 15 giugno 1979. 3U2 9 Franco Marini intervistato da Alessandro M. Caprettini, Governabilità e programmazione Questi i “nodi” secondo Marini, «Il Popolo», 13 giugno 1979. 10 Relazione di Zaccagnini, La Dc: scelte solidali per i problemi del paese, «Il Popolo», 14 giugno 1979. 11 Cfr. il fascicolo di «Democrazia e Diritto», interamente dedicato alla Dc e in particolare il saggio di Cardia, La Dc: dalle origini cattoliche alla gestione del potere; anche la recensione di Giuseppe Vacca, Perché è in crisi il “ primato” della Dc, «l’Unità», 19 giugno 1979. 12 Rinaldo Scheda, Perché vorrebbero tirare in lungo, «l’Unità», 19 giugno 1979. 3U3 13 Alessandro Natta, Posizioni chiare, «Rinascita», n.24, 22 giugno 1979. 14 La relazione di Benigno Zaccagnini , Dialogo con le forze democratiche «Il Popolo» , 24 giugno 1979; Sintesi degli interventi e il Documento approvato Interventi e Documento approvato, La DC propone a laici e socialisti di dar vita ad un governo efficiente, «Il Popolo», 26 giugno 1979. 15 resoconto di Siegmund Ginzberg, “Abbiamo fatto da puntello al Paese”«l’Unità» giorno 16 Cfr. I lavori del CC e della CCC , 3 luglio-6 luglio 1979 – Il rapporto del compagno Enrico Berlinguer manca la pag. 7 - Il dibattito sulla relazione di Berlinguer - La replica del compagno Berlinguer , «l’Unità»4 - 5 – 6 – 7 luglio 1979. ( 3U4 – 3U5- 3U6) 17 Alberto Asor Rosa, Compagno Berlinguer, siamo davvero sulla strada giusta ? «la Repubblica», 22 luglio 1979. 18 Sui retroscena dell’incarico a Craxi cfr. Guido Quaranta, Il grande balzo, e poi…, «L’ Espresso», n. 25, 22 luglio 1979. 19 Titolo dell’Unità, 10 luglio 1979. 20La dichiarazione di Enrico Berlinguer ,«l’Unità», 13 luglio 1979. 3U7 21 Emanuele Macaluso , Rinascita 22Sull’opera e la figura di Giorgio Ambrosoli vedi: 23 Vedi unità 15 luglio – Espresso 24 Relazione Zaccagnini , “Reciproche garanzie”, «Il Popolo» , 15 luglio 1979 ; Corrado Belci, Una svolta contro la Dc ; corsivo non firmato Un’esigenza di chiarezza, ivi; la lettera inviata a Craxi che La Dc chiede al Psi chiarimenti ufficiali, «Il Popolo», 17 luglio 1979; Antonio Tatò, «Caro Berlinguer», cit., pp. 125-129 vedere 25 La Dc chiede al Psi chiarimenti ufficiali , «Il Popolo», 17 luglio 1979. 26 Vedere direzione socialista del 18 luglio. 27 Vedere documento su Vita Italiana. 28 Vedi Tullio Fazzolari, La Bibbia di Craxi in 400 cartelle, «Espresso» n. 31,1979. 29 ( vedi unità e Avanti del 24 luglio ) 30 Alberto Rapisarda, Perché i democristiani “non sopportano” il Psi ,«La Stampa», 23 luglio 1979. 3St1 31 Giovanni Galloni, Il No della Dc a Craxi è dipeso dal no del Pci, «Avanti !», 28 luglio 1979. 32 Eugenio Scalfari, L’operazione Craxi, «la Repubblica» 27 luglio 1979. 33 Claudio Signorile, Il fattore S, «L’ Espresso», n. 31, 1979 . 34 Comitato centrale 27 luglio, resoconto della relazione di Enrico Berlinguer, La lezione della crisi , «l’Unità», 28 luglio 1979.3U8 35 Pandolfi ricostruisce il suo tentativo su Panorama n. 770 del 1 settembre 80 verificare ) 36 Dichiarazione di Balzamo presidente deputati Psi. 37 Sulla caratterizzazione della lista vedi unità 2 agosto. 38 VIII Legislatura, Camera dei deputati, seduta n.18, 9 agosto 1979, pp.1005-1021. 39 VIII Legislatura, Camera dei deputati, seduta n. 20, 10 agosto 1979, pp. 1198-1205. 40Lettera di Berlinguer a Craxi per incontri fra i due partiti ,«l’Unità», 12 agosto 1979. 3U9 41vedere Sandra Bonsanti a colloquio con Mancini, “ Il Pci e Calogero vogliono condanne senza prove”, La Stampa, 18 agosto 1979 42Il 17 agosto mancini intervistato dal “ Secolo XIX” 43 Enrico Berlinguer, Il compromesso storico nella fase attuale ,«Rinascita»,n.32, 24 agosto 1979. R-24-8-78 44 vedere unità23 agosto 45 Luciano Lama intervistato da «Paese Sera» agosto 1979 ç attorno al 20 trovare 46 quotidiani del 24 agosto 1979. 47 Chiara Valentini, «Berlinguer il segretario», cit., p. 204. 48 La relazione di Benigno Zaccagnini, Sfida con i partiti sui temi concreti, «Il Popolo» , 5 settembre 1979; Gli interventi al consiglio nazionale, «Il Popolo», 6- 7 settembre 1979 ; La replica di Zaccagnini e Il documento approvato , «Il Popolo» 8 settembre 1979 . Contestazione al Psi vedere Giudizi affrettati Il Popolo ….sulle interpretazioni Corrado Belci, Visione coerente, Il Popolo 8 settembre 1979. Due linee nella Dc vedi Macaluso unità 9 settembre – 49 Comunicato della segreteria del Pci,Campagna di massa per la riforma delle pensioni ,«l’Unità», 13 settembre 1979. 3U10 50 ( unità , 17 settembre - 51 Gianni Cervetti Come lottare contro l’aumento dei prezzi ,«l’Unità», 11 settembre 1979. 3U11 52 Per il Pci partecipano Enrico Berlinguer, Alessandro Natta, Gerardo Chiaromonte, Ugo Pecchioli, Ferdinando Di Giulio ( capogruppo alla Camera) , Edoardo Perna (capogruppo al Senato); per il Psi Bettino Craxi, Claudio Signorile, Fabrizio Cicchitto, Lelio Lagorio, Balzamo (capogruppo alla Camera), Cipellini (capogruppo al Senato). 53 Mauro Calise, «Oltre la partitocrazia», Laterza, p.117. 55 Cfr. Giampiero Mughini, Tutti gli uomini di Craxi, «L’Europeo», 18 ottobre 1979. 56 Giorgio Ruffolo, Prima riformare il Psi, «L’Europeo», 18 ottobre 1979. 57 Giuliano Amato, Le prediche di Craxi, «la Repubblica», 3 ottobre 1979. 58 Eugenio Scalfari , Le tangenti Eni in parlamento, «la Repubblica» 22 novembre 1979; Uno scandalo a testa multipla, «la Repubblica»24 novembre 1979; Giorgio Mazzanti intervistato da Eugenio Scalfari, Adesso chi ci può ridarci tutti quei barili di greggio ?, «la Repubblica»6 dicembre 1979. 59 VIII Legislatura, Camera dei deputati, seduta n.71,5 dicembre 1979, pp.5178-5189. verificare 61 Camera dei deputati, Mozioni concernenti installazioni missilistiche in Europa ( comunicazioni di Cossiga, discussione) seduta n. 70, 4 dicembre - Discussione, seduta n. 71, 5 dicembre - Discussione e votazioni, seduta n. 72, 6 dicembre 1979. .Vedere anni Ottanta come storia, Lelio Lagorio,« L’ultima sfida», Cesare Gatti, «Rimanga fra noi… 62 Lelio Lagorio, Su questa linea un’ampia maggioranza, «Avanti!», 6 dicembre 1979. 63 Claudio Signorile, Tre motivi di malessere del partito, «Avanti!», 12 dicembre 1979. 64“I manifesti” di Ruffolo e Marianetti, «L’Europeo», 27 dicembre 1979; Sindacalisti e intellettuali duri giudizi sulla “gestione” del Psi ,«l’Unità», 18 dicembre 1979. 3U12 65 Claudio Martelli intervistato da ….«Europeo» 66 «la Repubblica» 18-19 novembre 1979. 67 Per una cronaca della riunione vedi Giorgio Rossi, Se il Psi ha sbagliato il responsabile sono io. La relazione di Craxi e gli attacchi dei suoi oppositori ; Miriam Mafai, Un’improvvisa voglia di regicidio,«la Repubblica, 21 dicembre 1979. 68 Cesare Romiti, Quegli anni alla Fiat 69 Guido Bodrato, Una strategia in difficoltà, «Il Popolo», 10 novembre 1979. 71 Enrico Berlinguer discorso a Roma 11 dicembre 1979, Il Pci , la classe operaia, la società ,«l’Unità», 12 novembre 1979. 3U13 72 Comitato centrale 14- 15 – 16 novembre 1979, Giancarlo Pajetta, Le iniziative dei comunisti per il disarmo e la distensione – interventi – replica , - Gerardo Chiaromonte,Un’azione politica e di massa sul terreno economico e sociale - interventi - l’intervento del compagno Berlinguer , «l’Unità», 15 – 14 - 16 -17 novembre 1979. ( 3U14 – 3U15) 73 Luciano Barca, «Cronache dall’interno del vertice del Pci» , cit. , 794-795 74 Antonio Tatò , «Caro Berlinguer», incontro con Cossiga 12 dicembre 1979 , pp. 140- 141. 75 Luciano Barca, «Cronache dal vertice del Pci », cit. , p. 796- 797. 76c. f., Largo interesse per il discorso di Berlinguer , «l’Unità», 13 novembre 1979. 3U14a valutare inserire prima del Cc e dopo discorso Adriano 77 Giorgio Napolitano, «A metà del guado», Editori Riuniti, 1979; Aldo Tortorella , I nodi veri della discussione col Pci , «l’Unità», 14 novembre1979. 3U16 , Alfredo Reichlin recensione su «Rinascita», n. 2, 11 gennaio 1980. 78 Riccardo Lombardi , «Espresso» 79 Benigno Zaccagnini intervistato da Luigi Pedrazzi, «il Mulino» 80 Scotti, intervistato «Panorama» 81Forte preoccupazione ,« l’Unità», 29 dicembre 1980. 3U17 82 Documento della direzione , Il Pci propone un’iniziativa europea , «l’Unità», 6 gennaio 1980. U18 83 Sui lavori della direzione cfr. Francesco Barbagallo, «Enrico Berlinguer», cit, p.358. 84 Armando Cossutta (con Gianni Montesano), «Una storia comunista», Rizzoli, 2004,pp.123-124. 86 Cfr. A. Mucci, Gioco complesso, «Corriere della sera»,10 gennaio 1980. 87 Luciano Lama intervistato da Fabrizio D’Agostini, “ Scioperiamo anche perché si governi”,« Rinascita», n. 2, 11 gennaio 1980. 88 Emanuele Macaluso, L’unità nazionale è la scelta da compiere, «Rinascita» , n. 2, 11 gennaio 1980. 89 «Avanti !» , 16 gennaio 1980. 90 «Avanti !» , 17 gennaio 1980. 91 «Avanti !», 19 gennaio 1980 93 Gardner, Mission: Italy, cit., pp. 341-343. 95 All’apertura del congresso «Il Popolo» titola: La Dc rilancia la sfida per una “nuova società” ; La relazione di Benigno Zaccagnini, Un nuovo patto civile per rinnovare il paese, «Il Popolo», 16 febbraio 1980; interventi ibidem dal 17 al 24 febbraio; Replica di Zaccagnini , Una Dc forte e unita per andare avanti, ibidem 21 febbraio; Le mozioni conclusive Area Zac- Andreotti, Donat- Cattin- Colombo- Rumor; Amici di Prandini, vedere inoltre Pietro Scoppola, Chi ha vinto al congresso Dc, «Il Popolo», 24 febbraio 1980. |
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